Le purghe di Trump e la svolta dell’America First

Il licenziamento di Rex Tillerson rientra in una svolta più ampia, che tocca le scelte strategiche, non solo gli uomini del presidente. Dall’economia alla politica estera, Trump ora è pronto a imporre il suo nazionalismo all’America e al mondo. O perlomeno a provarci

L'ex segretario di Stato Usa e Donald Trump alla cerimonia in memoria delle vittime dell'undici settembre. Reuters
L'ex segretario di Stato Usa e Donald Trump alla cerimonia in memoria delle vittime dell'undici settembre. Reuters

Un preavviso di licenziamento sui generis Rex Tillerson lo aveva ricevuto già venerdì scorso. «Taglia corto il tuo viaggio in Africa - gli avrebbe detto John F. Kelly, capo di gabinetto del presidente - potresti ricevere un tweet». Ed è con un tweet che il presidente degli Stati Uniti ha comunicato all’ormai ex Segretario di Stato la sua rimozione dall’incarico. Il trattamento brutale conferma i pessimi rapporti tra i due (Tillerson peraltro non ha mai smentito di aver definito il presidente “un imbecille”) e offre nuova materia da romanzo alla saga dei licenziamenti, iniziata poco dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.

Ma al netto del folklore politico, l’ultimo atto di una purga ancora in corso indica una svolta più ampia e profonda, che tocca le policies, non solo gli interpreti del governo statunitense, annotava questa mattina il New York Times.

Dopo più di un anno alla Casa Bianca, Donald Trump sta mettendo in piedi una squadra che condivide la sua visione di un mondo da plasmare (e da cui difendersi) seguendo i principi dell’America First. Ed è una svolta che riguarda sia i fronti della politica estera che quelli economici, come dimostra la recente, netta sterzata protezionista, avviata in nome della difesa della sicurezza nazionale.

La rimozione di Rex Tillerson era inevitabile, riconoscono anche gli analisti che avevano sperato nell’influenza moderatrice dell’ex capo della Exxon. In tandem con il più incisivo segretario alla Difesa Jim Mattis, Tillerson ha costituito una linea di difesa che provava a contenere gli effetti delle bordate e derapate di Trump, spesso virtuali come un tweet. Presidente e segretario di Stato però avevano opinioni divergenti quasi su tutto, dall’Iran alla Corea del Nord fino alla Russia. E il contrasto con la Casa Bianca, più che raddrizzare la politica estera Usa, ha ridimensionato il peso del Dipartimento di Stato, abbandonato a sé stesso dall’inesperto segretario. Del resto, se anche l’eroe di guerra Colin Powell in quella veste quindici anni fa era finito a agitare le provette nello show inscenato all’Onu per ottenere il via libera alla guerra in Iraq, non molto di più ci si poteva aspettare da Tillerson.

La nomina di Mike Pompeo rimette quindi in funzione la macchina della diplomazia Usa. A guidarla però sarà un falco, che condivide la linea dura di Trump su molti dossier, in primis quello sull’accordo nucleare con l’Iran, la cui sorte si deciderà nelle prossime settimane. Il suo ingresso al dipartimento di Stato non è certo un segnale distensivo, registrano a Tehran come altrove, ma vale a diverse latitudini la riflessione del Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del partito comunista cinese: “Per noi cambia poco, perché Tillerson sui nostri rapporti incideva poco”. Trump avrà un braccio operativo più funzionale, questo sì. E un fedelissimo accanto, che condivide la sua visione del mondo.

Lo stesso può dirsi della nomina di Gina Haspel, la prima donna a guidare la Cia e la prima anni fa a gestire un “black site",  una della prigioni segrete messe in piedi dall’agenzia all’estero (la sua era in Thailandia) dopo l’11/9, dove si praticavano il waterboarding e altre cosiddette “tecniche avanzate di interrogatorio”. “Bloody Gina”, come è nota tra i colleghi, tentò poi di cancellare le prove dei misfatti, senza peraltro mai rinnegarli. Perché come il presidente e il nuovo Segretario di Stato, anche il nuovo capo della Cia considera una moderata dose di torture un ingrediente utile alla difesa della sicurezza nazionale.

E non è finita qui, il rimpasto continua, avvertono da Washington. Il prossimo a uscire di scena potrebbe essere il Generale H. R. McMaster, troppo ruvido con il presidente e inviso alla destra nazionalista. Al suo posto potrebbe arrivare l’ultra-falco John Bolton, un reduce della stagione più muscolare e unilaterale di George W. Bush.

Non è però, appunto, solo una questione di nomi. Con il rimpasto viene meno oltre all’illusione di poter contenere il presidente con una sorta di cordone sanitario governativo, anche quella di riuscire a normalizzarlo, se non a commissariarlo, riportandolo sulla strada delle scelte politiche mainstream in difesa degli interessi americani.

Lo scarto di Trump rispetto alla tradizione è ancora più evidente in campo economico, dove i nuovi dazi imposti su acciaio e alluminio hanno già portato alle dimissioni del direttore del Consiglio economico nazionale Gary Cohn, di fatto il primo consigliere del presidente sulle questioni economiche. La svolta protezionista scuote l’ottimismo di Corporate America, che pure aveva celebrato la riforma fiscale di Trump. «I progressi economici ottenuti sono ora minacciati dalle restrizioni al commercio internazionale», hanno avvertito ieri i leader della Business Rountdable, una delle lobby più potenti degli Usa.

E forse più ancora delle tariffe doganali, a lungo minacciate, e per le quali i precedenti negativi non mancano (Bush Jr le impose nel 2002 e si affrettò a levarle l’anno dopo) a segnalare la profondità della svolta nazionalista è l’ordine esecutivo con il quale Trump lunedì ha impedito l’affare del secolo nel settore della tecnologia: l’acquisizione dell’americana Qualcomm (primo produttore di semi-conduttori per cellulari al mondo) da parte del gigante Broadcom, basato a Singapore.

Per la prima volta nella storia il presidente degli Stati Uniti blocca preventivamente la fusione tra due compagnie invocando la necessità di difendere la sicurezza nazionale. Una misura spiegata con gli effetti indiretti del deal, che avrebbe potuto danneggiare la competitività statunitense di fronte alla Cina nel campo cruciale della tecnologia 5G per smartphone. Ed è sempre invocando la sicurezza nazionale, che Trump ha giustificato i dazi in deroga alle regole del libero scambio garantite dal Wto. Lasciando esposti alle rappresaglie e ai danni collaterali le imprese e i cittadini americani, in nome del primato americano.

È un presidente iche sembra ora davvero deciso, come aveva promesso o minacciato in campagna elettorale, ad arroccarsi nel fortino dell’America First con i suoi uomini, pronto a uscirne solo per provare a plasmare il mondo a sua immagine. Resta da vedere quante vittime farà il fuoco amico tra gli americani. E soprattutto, quanto sarà disposto il mondo a farsi plasmare dal nazionalismo statunitense.

@luigispinola

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