Trump sta già costruendo un muro anti-migranti con l’aiuto del Messico

Gli Usa sono pronti a perseguire penalmente tutti i migranti che passano illegalmente il confine. Intanto Washington rafforza la collaborazione con il Messico, che invia altri soldati alla frontiera. E dà accesso ai dati biometrici di migliaia di migranti arrestati nel Paese

Un migrante clandestino fugge ai controlli al confine tra Usa e Messico. REUTERS/Loren Elliott
Un migrante clandestino fugge ai controlli al confine tra Usa e Messico. REUTERS/Loren Elliott

Nei giorni scorsi l’amministrazione Trump ha ulteriormente inasprito la sua già rigida agenda anti-immigrazione con un paio di provvedimenti. Prima ha rimosso il permesso di soggiorno umanitario ai cittadini di Nepal e Honduras che vivono negli Stati Uniti, e che nel breve futuro potrebbero venire espulsi. Poi ha annunciato una nuova fase di tolleranza zero al confine sudoccidentale con il Messico.

A fine aprile il Dipartimento della sicurezza interna ha fissato al giugno 2019 la scadenza del Temporary Protected Status – un permesso di soggiorno temporaneo motivato da ragioni umanitarie – per circa 9.000 cittadini del Nepal, a cui era stata garantita la residenza negli Stati Uniti a seguito del violento terremoto del 2015, che causò quasi 9.000 vittime e oltre tre milioni e mezzo di sfollati.

Il 4 maggio, invece, Washington ha revocato lo stesso status anche a 57.000 cittadini dell’Honduras precedentemente accolti sul suolo americano dopo il devastante uragano Mitch del 1998. Secondo l’amministrazione Trump, le condizioni di vita nei due Paesi sarebbero migliorate al punto da rendere immotivata la prosecuzione del programma: dal 24 giugno 2019 e dal 5 gennaio 2020, rispettivamente, i nepalesi e gli honduregni che beneficiavano dello status e che non avranno regolarizzato la propria condizione verranno perciò deportati.

Nepalesi e honduregni sono le ultime due nazionalità a cui è stato di recente revocato il Temporary Protected Status. Li hanno preceduti i cittadini di El Salvador (circa 200.000), Haiti (45.000) e Nicaragua (2500). Se lo scopo del programma umanitario era però quello di evitare di rimandare gli stranieri nelle loro patrie destabilizzate da conflitti o catastrofi naturali, almeno per quanto riguarda l’America centrale la situazione è ancora critica e le tre nazioni – specialmente l’Honduras – restano immerse in un preoccupante clima di violenza criminale, crisi politica e povertà economica.

«Tolleranza zero» al confine

È possibile che la decisione dell’amministrazione Trump, intenzionata a ridurre il numero di migranti negli Stati Uniti, possa però addirittura sortire l’effetto opposto: eventuali deportazioni di massa di centroamericani potrebbero rendere la regione ancora più instabile – le rimesse rappresentano una parte importante del Pil dei loro Paesi d’origine – e innescare nuove e massicce ondate migratorie verso il nord.

Per contrastare questa circostanza, la strategia anti-migranti del presidente punta anzitutto ad innalzare muri legali – per quello fisico il cammino sembra ancora lungo e complicato – lungo la frontiera. Lunedì 7 maggio il procuratore generale Jeff Sessions ha annunciato che gli Stati Uniti cominceranno a perseguire penalmente tutti gli immigrati che attraverseranno irregolarmente il confine, anche quelli che lo faranno in compagnia dei loro bambini.

La nuova misura punta sia ad incoraggiare gli ingressi attraverso i checkpoint (ma difficilmente i centroamericani si vedono riconosciuto l’asilo politico), sia a scoraggiare l’immigrazione illegale aumentando il rischio, per i genitori, di essere separati dai propri figli, che verrebbero trattati come minori non accompagnati.

Un deterrente dalle pesanti implicazioni per i diritti umani, ma probabilmente più efficace dello schieramento delle truppe militari al confine voluto ad inizio aprile. Si era trattato, in quel caso, di una mossa più politica (interna) che concreta: un’operazione del tutto in linea con le precedenti di Bush e Obama, dove la guardia nazionale aveva svolto funzioni di supporto. Un’operazione che però aveva scaldato gli animi oltrefrontiera: il presidente messicano Enrique Peña Nieto era intervenuto in difesa della dignità nazionale e aveva addirittura sollecitato una revisione di tutti i meccanismi di cooperazione con gli Stati Uniti.

I fatti dietro le parole…

Dietro i tweet accusatori di Trump, i videomessaggi di risposta di Peña Nieto e tutta la retorica politica da entrambe le sponde del Rio Grande, nei fatti Washington e Città del Messico continuano – nonostante l’atmosfera sfavorevole – a collaborare in ambito migratorio. Anzi: la strategia di contenimento dell’immigrazione di Trump comincia proprio in Messico. E prosegue in silenzio, lontana dai 280 caratteri di Twitter.

Un primo esempio. È una notizia passata quasi sottotraccia sui giornali messicani, che risale allo scorso 10 aprile, a pochi giorni di distanza cioè dall’escalation di tweet sulla carovana di migranti centroamericani che dal Messico marciava verso nord: Trump aveva reagito molto male, accusando il Messico di non fare la sua parte nel contenere i flussi e il Congresso americano di mettere in pericolo la sicurezza interna degli Stati Uniti con leggi troppo deboli sull’immigrazione. Con l’invio della guardia nazionale al confine sembrava che la relazione bilaterale fosse entrata in crisi.

Tutto questo aveva occupato le pagine dei quotidiani messicani per diversi giorni, ma pochissima risonanza ha avuto invece la notizia della speculare decisione messicana di schierare altri agenti lungo la propria frontiera sud. Il 10 aprile il governatore dello stato del Chiapas – porta d’ingresso per i migranti che attraversano il Messico – ha informato infatti che il governo centrale avrebbe inviato più poliziotti della gendarmeria nazionale a sorvegliare il confine con il Guatemala.

Più che la sola regione di frontiera, in realtà piuttosto porosa, è il Chiapas nel suo intero a fungere da zona di contenimento dei flussi: la maggior parte dei migranti irregolari fermati durante la traversata messicana non riesce a superare questo Stato.

Il secondo esempio è ancora più significativo. Come rivelato dal Washington Post, il governo americano sta ampliando un programma che gli consentirà di avere accesso ai dati biometrici di decine di migliaia di migranti arrestati in Messico, in modo da identificare eventuali pregiudicati e criminali molto prima che si avvicinino ai suoi confini.

Il programma rientra nel quadro dell’Iniziativa Mérida (un accordo bilaterale di sicurezza del 2008), e secondo il Washington Post gli Stati Uniti investiranno 75 milioni di dollari in apparecchiature di scansione, che verranno installate in nuovi centri di identificazione in Messico in modo da aumentare la copertura sul territorio alleato.

Il programma per la condivisione dei dati biometrici è attivo dal 2012, ed è al momento operativo in due sole strutture: a Tapachula (Chiapas), nel Messico meridionale, e ad Iztapalapa, nella capitale federale, per un totale di 20.000 migranti scansionati solo lo scorso anno. Gli Stati Uniti hanno intenzione di espandere la tracciatura quanto più possibile, attrezzando a tale scopo anche i centri di Tijuana, Mexicali e Reynosa, nell’estremo nord messicano. Allo stesso tempo, Washington finanzieràpure la costruzione di torri di trasmissione nelle basi militari messicane nei pressi della frontiera col Guatemala.

… Ma le parole sono importanti

Nonostante Trump non mostri grande simpatia per il Messico né particolare fiducia nelle sue capacità, dietro le quinte i due Stati continuano a collaborare su temi delicatissimi, e anzi fanno avanzare questa collaborazione. Ma le parole sono importanti. La retorica aggressiva e umiliante della Casa Bianca rende più difficile per il governo messicano parlare dei progressi nella partnership con gli Stati Uniti – non a caso, opta spesso per tacere direttamente – e soprattutto rende complicato giustificarli e farli digerire all’opinione pubblica, che non apprezza Trump e che tradizionalmente guarda Washington con sospetto.

Il punto di rottura – o meglio di ridimensionamento – potrebbe sempre essere dietro l’angolo. Messico e Stati Uniti hanno ancora una trattativa sul Nafta da risolvere, e il prossimo luglio gli elettori messicani potrebbero votare un presidente che promette meno condiscendenza verso l’omologo statunitense: il nazionalista di sinistra Andrés Manuel López Obrador continua a crescere nei sondaggi; al momento è dato al 39%, con 14 punti di distacco dal secondo favorito.

@marcodellaguzzo

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