Con un tweet, Trump dà il via alla resa dei conti con il Pakistan

Il presidente degli Usa congela gli aiuti a Islamabad denunciandone l’ambiguità di fronte al terrorismo. Per il Pakistan la posta in gioco va oltre la questione economica. E nel caso la crisi con lo storico alleato dovesse diventare irreversibile, si prepara ad abbracciare Cina e Russia

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. REUTERS/Kevin Lamarque
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. REUTERS/Kevin Lamarque

Poco dopo le quattro di mattina del primo gennaio 2018, ora locale di Washington, il presidente statunitense Donald Trump ha twittato la prima bordata dell’anno nuovo, diretta all’alleato pachistano. Il tweet recita: «Gli Stati Uniti hanno stupidamente dato al Pakistan più di 33 miliardi di dollari in aiuti negli ultimi 15 anni, e loro non ci hanno dato altro che menzogne e inganni, pensando che i nostri leader siano degli stupidi. Proteggono gli stessi terroristi cui noi diamo la caccia in Afghanistan, poco aiutati. Basta!».

Le accuse di Trump non sono peregrine. Nonostante Stati Uniti e Pakistan siano legati da un’alleanza solida e duratura, specie recentemente sul fronte afghano, Islamabad ha mostrato ciclicamente una determinazione ondivaga nell’adempiere a quello che, formalmente, è il compito che dovrebbe assolvere grazie agli aiuti economici – e armamenti – statunitensi: combattere il terrorismo entro i propri confini e stringere il cerchio attorno alle cellule vicine ad Al-Qaeda attive a cavallo del confine afghano.

Da mesi l’amministrazione Trump ha lasciato intendere che la pazienza americana, nei confronti di Islamabad, è sul punto di finire. Analoghe accuse – proteggere terroristi e non fare abbastanza per stabilizzare l’area e rendere le cose più facili agli Usa in Afghanistan – erano state mosse nel mese di agosto sempre da Trump; qualche mese dopo, in ottobre, il Pakistan rispose con un blitz contro un commando della cellula terroristica Haqqani Network, liberando una coppia canadese-statunitense tenuta in ostaggio da cinque anni. Non abbastanza, secondo Washington, cui Islamabad ha negato la possibilità di interrogare l’unico superstite del commando che, secondo i servizi americani, avrebbe potuto aiutare nelle indagini per individuare e liberare un altro ostaggio statunitense nelle mani dell’Haqqani Network. Risultato: gli Stati Uniti hanno rimandato a data da destinarsi il trasferimento di 255 milioni di dollari in aiuti già promessi ad Islamabad.

La risposta del Pakistan al cinguettio di Trump non si è fatta attendere. Nella serata del primo gennaio, riporta Dawn, Islamabad ha convocato l’ambasciatore statunitense in Pakistan, protestando duramente contro le dichiarazioni di Trump e chiedendo spiegazioni ufficiali.

Nella stessa giornata, un tweet inviato  inviato dall’account ufficiale del ministero della difesa pachistano indicava: «Il Pakistan, in qualità di alleato antiterrorismo, ha dato gratis agli Usa: comunicazione aerea e via terra, basi militari e cooperazione di intelligence che hanno decimato Al-Qaeda negli ultimi 16 anni, ricevendo in cambio nient’altro che invettive e sfiducia. Chiudono un occhio sui nascondigli dei terroristi oltreconfine responsabili degli omicidi di cittadini pachistani».

Per Islamabad, come sottolineato in una dichiarazione rilasciata dal ministro della difesa Khawaja Asif alla stampa locale, il Pakistan ha già fatto e sta facendo molto per aiutare gli Usa in Afghanistan – in particolare, ha evidenziato Asif, combattendo «indiscriminatamente» l’Haqqani Network nel Waziristan del Nord, al confine con l’Afghanistan – e gli Stati Uniti farebbero meglio a «prendersi le proprie responsabilità» per il loro fallimento in Afghanistan.

Nel frattempo, il primo ministro pachistano Shahid Khaqan Abbasi riuniva con urgenza il Comitato di Sicurezza Nazionale che, considerando in toni infuriati delle prime reazioni a caldo, sorprendentemente ha optato per una posizione ufficiale più conciliante: nonostante le «accuse infondate», si legge su Express Tribune, «il Pakistan non può agire con troppa fretta», rinnovando l’impegno nel trovare «punti in comune» con gli Stati Uniti.

Per il Pakistan, la posta in gioco va ben oltre gli aiuti economici. Come nota Krishnadev Calamur sul The Atlantic, facendo riferimento a un rapporto pubblicato nel mese di agosto dal titolo A New U.S. Approach to Pakistan: Enforcing Aid Conditions without Cutting Ties, gli Stati Uniti potrebbero «bloccare il trasferimento di aiuti e armamenti al Pakistan; considerare, nel lungo termine, l’opzione di designare il Pakistan come Stato che sponsorizza il terrorismo; e minacciare di ritirare al Pakistan lo status di “major non-NATO ally”, che garantisce al Paese accesso ad alcuni programmi difensivi statunitensi e all’acquisto di parti di ricambio per armamenti».

Se, opzione decisamente improbabile, il rapporto storico tra Stati Uniti e Pakistan dovesse davvero sfilacciarsi irreparabilmente, Islamabad sarebbe comunque pronta a buttarsi tra le braccia delle altre superpotenze globali, in un riassetto geopolitico di portata epocale.

Secondo una serie di indiscrezioni emerse sui media pachistani, ci sarebbe al vaglio una strategia di diminuzione della «dipendenza pachistana dagli Stati Uniti», aprendo maggiori spazi per scambi e influenze a partner commerciali come Russia e Cina.

@majunteo 

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