Fuori dall'Iran deal, ma il piano B di Trump qual è?

I vertici della politica estera e di difesa Usa erano contrari alla rottura dall’accordo con Teheran. Temono la perdita di credibilità di Washington. E ora devono inventarsi un piano alternativo. Che può scatenare un conflitto in medio oriente. O una guerra commerciale con l’Europa

Il presidente Donald Trump mentre firma l'uscita dall'accordo con l'Iran. REUTERS/Jonathan Ernst
Il presidente Donald Trump mentre firma l'uscita dall'accordo con l'Iran. REUTERS/Jonathan Ernst

Se foste il leader di una potenza X o un dittatore di uno staterello qualsiasi decidereste di puntare le vostre azioni in lenti e faticosi negoziati con gli Stati Uniti su un tema qualsiasi?

In un anno e poco più di presidenza, il presidente Trump ha modificato la posizione di Washington relativa a ciascun impegno importante preso dall’amministrazione precedente: che si tratti di commercio internazionale, clima, nucleare, rifugiati, la rotta è stata semplicemente cambiare direzione senza indicarne una. L’ultimo passaggio, quello potenzialmente più pericoloso, è quello che riguarda il ritiro dal Jcpoa, l’accordo che prevede un drastico ridimensionamento del piano nucleare iraniano e controlli periodici per monitorarne il rispetto da parte di Teheran.

Una delle questioni che più agitano il sonno dei funzionari del Dipartimento di Stato, del Pentagono e dell’establishment di politica estera Usa (i cui membri tendono ad avere buoni rapporti tra loro anche da sponde politiche diverse) è proprio la totale perdita di credibilità di Washington. E, di conseguenza, il suo pesante ridimensionamento in termini di peso diplomatico.

Nessuno è in grado di dire in che direzione stia andando Washington. Probabilmente perché non c’è nessuna direzione che non sia dettata da scelte di politica interna, rancore nei confronti dell’amministrazione Obama o ritorno ai posti di comando di figure che hanno guidato la politica estera e di intelligence Usa negli anni in cui l’egemonia planetaria americana ha cominciato a incrinarsi. Quelli del post 11 settembre 2001.

Memori di quei disastri, del danno pluriennale alle relazioni con Francia e Germania (ma allora Italia e Gran Bretagna si erano accodate), dell’incapacità di ottenere un risultato definitivo e consci della spinta data al terrorismo internazionale dall’invasione dell’Iraq, molti membri della comunità di intelligence e diplomatica si erano espressi contro il ritiro dal Jcpoa.

Il capo del Pentagono Mattis, il licenziato capo dello staff McMaster (che ha lavorato strenuamente per evitare il ritiro da parte di Trump), il capo dello US Central Command Vogel, il generale più alto in carica, il capo del Joint Chiefs of Staff, Joseph Dunford. Tutti hanno ripetuto che il patto è accettabile e che viene implementato, anche in momenti ufficiali come le audizioni in Congresso.

A marzo cento figure note e autorevoli della macchina di politica estera americana - da ex generali, ad ambasciatori, fino a ex segretari e congressmen di entrambi i partiti - avevano firmato un documento dettagliato in dieci punti che ribadiva gli stessi concetti. Del resto molti omologhi israeliani hanno usato parole simili, che pur sentendo forte quella che percepiscono come la minaccia iraniana, sanno che un Iran che rispetta i patti o che non li rispetta e ne subisce le conseguenze, è meglio che un Iran nucleare.

Per tre volte, scrive il New York Times, i consiglieri del presidente ne hanno frenato l’impeto. Poi, come sappiamo, a McMaster è stata indicata la porta e a sostituirlo è giunto John Bolton, la figura più estrema e meno pentita della stagione in cui i neocon guidavano la politica estera Usa. Lo stesso che nel luglio 2017 twittava: “Ritirarsi dal patto con l’Iran dovrebbe essere una delle priorità dell’amministrazione Trump”. Per poi andare al raduno annuale dei mujaheddin del popolo iraniano, ricca e improbabile organizzazione dissidente che per prima rivelò il piano nucleare di Teheran, e promettere che nel 2019 “celebreremo il cambio di regime a Teheran”.

Rudy Giuliani e Newt Gingrich, sostenitori e alleati del presidente, hanno espresso opinioni simili. Nell’amministrazione, a cercare di contenere il furore anti ayatollah era rimasto solo il neo capo della diplomazia, il Segretario di Stato Mike Pompeo, che sta gestendo bene e in prima persona la partita coreana, e che ha cercato una uscita soft, più lenta e senza la ripresa immediata delle sanzioni.

Questo fino all’annuncio di Trump. Ora alla comunità diplomatica e non solo restano solo domande. Una tra queste è semplice ed è simile a quella fatta dai bambini nella cui casa irrompe il Cat in the hat, il più popolare tra i personaggi creati dallo scrittore/illustratore per bambini Dr. Seuss. La domanda che i bambini fanno al gatto che ne ha appena combinata una delle sue in casa loro è “Now what, cat, now what?”. Che tradotto è: “E adesso?”. La faccia dei bambini che fanno la domanda è arrabbiata e preoccupata.

Già, e adesso? Dipende. Se l’obiettivo è tenere a bada le ambizioni nucleari iraniane, è difficile pensare a qualcosa di meglio di un accordo negoziato da tutte le potenze mondiali per molti anni. Se invece l’obiettivo è il cambio di regime o aiutare l'Arabia Saudita a vincere la guerra in Yemen e riguadagnare influenza dove l’hanno persa (in Siria e in Libano, ad esempio), allora le risposte sono diverse.

Trump ha spesso citato i missili ceduti ai ribelli Houti in Yemen o la Siria come esempi della cattiva condotta iraniana. Il problema è che quegli aspetti non hanno nulla a che vedere con la bomba atomica e il programma nucleare che era oggetto del Jcpoa. La verità è che, prendendo le distanze dagli europei, Trump danneggia tutta la sua politica estera in Medio Oriente: gli europei dovranno fare concessioni e non la voce grossa, se vogliono che l’Iran non sbatta la porta. Il regime ha le sue difficoltà e avere di nuovo la sindrome di accerchiamento favorirà l’ala che vuole far tornare le cose come erano, indebolendo quelli che chiamiamo riformatori.

Il ministro degli Esteri e negoziatore Zarif ha scritto: "Guiderò uno sforzo diplomatico il cui risultato determinerà la nostra risposta alle azioni illegali di Trump". Appunto, gli europei sono chiamati a uno sforzo in più verso l'Iran per riparare al danno fatto da Trump. E gli iraniani, a giudicare dalle prime reazioni, sembrano propensi ad ascoltare cosa gli europei avranno da offrire.

L’assenza di un piano B è ciò che ha fatto infuriare il senatore Menendez, democratico, che ricorda come lui sia stato contro l’accordo ma che senza un piano B, un’idea di come frenare l’Iran in Medio Oriente e senza alleati, gli Usa siano semplicemente più isolati di prima e la situazione non cambi.

Un piano B possibile è la guerra, ma stavolta gli Usa dovrebbero farla da soli scatenando l’inferno in Medio Oriente. Un’altra possibilità è la deterrenza, usare una strategia simile a quella usata da Benjamin Netanyahu, come ha scritto Nathan Sachs su Foreign Affairs: i problemi sono troppo grandi per essere risolti, meglio lo status quo che progetti ambiziosi e rischiosi; meglio rimandare le decisioni e usare la gestione del conflitto e, appunto, la deterrenza. Questa però implicherebbe sanzioni dure contro le imprese che fanno affari in Iran che esporta molto in Giappone e Corea e importa molto da Turchia, la cui Lira è crollata dopo l’annuncio di Trump, e Germania - per fare gli esempi di alleati degli americani -.

E questa è una partita importante che si apre: come si comporteranno gli americani con le compagnie europee che sceglieranno di continuare a commerciare con Teheran? Siamo a un nuovo capitolo di un potenziale conflitto commerciale tra Washington e Bruxelles. A Mosca e Pechino si fregano le mani, a Berlino e Parigi meno: le enormi pressioni sono state respinte al mittente.

Come ha scritto Dan Byman, senior fellow alla Brookings institutions: "Una volta di più assistiamo al trionfo dei simboli e della politica interna sulla sostanza della politica estera. Abbiamo una decisione senza un piano. Il presidente può dire agli americani di aver agito da duro, ma la realtà è che ci sarà confusione politica e alleati che cercano altrove la leadership“.

Merkel e Macron, come i bambini del dottor Seuss, si chiedono con noi Now What? La differenza tra i bambini e la comunità diplomatica internazionale è che il gatto con il cappello del Dr. Seuss ha una soluzione per tutto, mentre Trump non sembra avere nessun piano B, eccetto fidarsi dei collaboratori che di volta in volta considera fedeli, demolire tutto quel che ha fatto Obama e costruire così consenso interno.

@minomazz

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