Con Bolton torna alla Casa Bianca l'America più interventista

Come nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Trump sceglie uno degli architetti della guerra in Iraq, tra i massimi interpreti della tumultuosa stagione neoconservatrice. Una nomina che indica un cambio di passo strategico rispetto alla linea isolazionista dell’America First

George W. Bush annuncia la nomina di John Bolton come Rappresentante Usa all'Onu, 1 agosto 2015. Reuters
George W. Bush annuncia la nomina di John Bolton come Rappresentante Usa all'Onu, 1 agosto 2015. Reuters

Il grande rimpasto a Washington continua. La sostituzione del Generale H. R. McMaster con John Bolton come Consigliere per la Sicurezza Nazionale annunciata ieri da Trump definisce con più chiarezza la svolta avviata la scorsa settimana con la scelta del falco Mike Pompeo per il Dipartimento di Stato.

Quella del National Security Adviser è la posizione chiave per la formulazione della politica estera e di difesa della Casa Bianca. La nomina di John Bolton segna il ritorno della destra più interventista al timone. E fa presagire un deciso cambio di passo strategico per un presidente che è arrivato alla Casa Bianca declinando la sua America First in chiave isolazionista.

Bolton è un veterano della foreign policy community statunitense e ha trovato lavoro in tutte le amministrazioni Repubblicane da Reagan in poi, ma è con George W. Bush che ha esercitato la massima influenza sulla politica estera Usa. È stato uno degli architetti dell’intervento in Iraq dalle stanze del Dipartimento di Stato, dove da sottosegretario contrastava lo scetticismo di Colin Powell. Una guerra che Bolton ha poi rivendicato e difeso durante il suo breve, ma tumultuoso incarico come rappresentante degli Stati Uniti allOnu.

Non poteva andare diversamente, visto che secondo Bolton le Nazioni Unite semplicemente «non esistono» e l’America è e deve rimanere «l’unica vera potenza al mondo». La scelta di Bush di mandarlo al Palazzo di Vetro alla fine del 2005 fu l’ultima bravata di una stagione in cui gli Stati Uniti si convinsero di poter cambiare il mondo da soli, portando il cambiamento sulla punta delle loro baionette.

Di quello spirito quasi messianico, in cui affioravano anche le radici trotzkiste di alcuni compagni di lotta neoconservatori, John Bolton fu uno dei massimi interpreti. Ma quando arrivò all’Onu, le fortune del circolo neocon e della rivoluzione permanente che propugnava stavano già declinando. Oltre cento diplomatici Usa firmarono contro la sua nomina, osteggiata anche da alcuni repubblicani al Senato, che gli negò la conferma.

In Iraq si era avverato il monito rivolto dal Segretario di Stato Colin Powell al suo presidente alla vigilia dell’intervento: «Once you break it, you own it». Una volta che lo hai rotto, i cocci sono tuoi. Per incollarli, già durante secondo mandato di Bush Washington tornò a cercare l’aiuto del resto del mondo. E iniziò quel lento, parziale e contradditorio ritorno a casa che segnò poi l’era obamiana, alla ricerca di nuovi format militari e diplomatici per condividere il fardello delle responsabilità globali. Evitando per quanto possibile nuove, costose campagne militari all’estero.

«Dobbiamo concentrarci sul nation building in America», disse Barack Obama annunciando l’inizio del ritiro dall’Afghanistan, ancora oggi incompiuto. Con più schiettezza Bob Gates, che guidò - prima con Bush poi con Obama - la nuova realpolitik dal Pentagono, avvertì poco prima del commiato che «se uno dei prossimi Segretari alla Difesa consiglierà al presidente di inviare un grande contingente per occupare uno Stato in Asia, Medio Oriente o Africa dovrà farsi curare da un bravo psichiatra».

L’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump da questo punto di vista non rappresenta sulla carta una rottura netta, anzi approfondisce ed estremizza questa linea fino a sconfinare nell’ isolazionismo dei cosiddetti paleoconservatori. Il presidente denuncia il multilateralismo e ignora o taglia i fondi alle agenzie Onu in nome dell’America First, certo, ma è un primato che sembra voler ricostruire arroccandosi a casa e ignorando il resto del mondo, per quanto possibile. Non a caso Trump definisce la guerra in Iraq un «grave errore» . E in un primo tempo, pare intenzionato ad affidare a Vladimir Putin il compito di colmare il vuoto di leadership americana

Ora è pronto a lanciarsi in nuove avventure all’estero? Di certo il suo nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale non ha cambiato  idee da quando ha lasciato gli incarichi di governo, anzi. John Bolton continua a promuovere quell’ambiziosa linea interventista con innegabile spessore intellettuale nei principali pensatoi dell’America neoconservatrice, American Enterprise Institute in testa, e sui più influenti quotidiani, conservatori e non. Bolton rivendica tutt’ora la bontà della guerra in Iraq e guarda avanti, spiegando dalle colonne del Wall Street Journal le virtù di un intervento preventivo in Corea del Nord e da quelle del New York Times la necessità di bombardare l’Iran.

Saranno su questi due fronti innanzitutto - il disgelo con Pyongyang e il destino dell’accordo nucleare con l’Iran, da Bolton definito “una Waterloo” – che verrà messa alla prova da qui a poco la nuova politica estera formula da Donald Trump con la consulenza della coppia Pompeo-Bolton

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