Trump rinuncia al muro con il Messico. Per ora

Sabato 29 aprile, allo scoccare della mezzanotte, l’amministrazione Trump “finirà i soldi”: il governo statunitense non potrà, cioè, spendere altri dollari a meno che il Congresso non approvi una nuova legge finanziaria che sia valida per il prossimo anno fiscale. Qualora questa approvazione dovesse mancare – c’è bisogno del voto favorevole di 60 senatori su 100 –, l’esecutivo andrebbe incontro ad un blocco parziale delle attività amministrative (government shutdown in inglese).

Un agente di pattuglia del confine americano apre un cancello sulla recinzione lungo il confine messicano per permettere ai passeggeri di passare a El Paso, U.S. REUTERS / Tomas Bravo
Un agente di pattuglia del confine americano apre un cancello sulla recinzione lungo il confine messicano per permettere ai passeggeri di passare a El Paso, U.S. REUTERS / Tomas Bravo

Il 29 aprile Donald Trump celebrerà i suoi primi cento giorni da presidente. Nonostante il Partito Repubblicano controlli sia la Casa Bianca che le due camere del Congresso, esiste la possibilità che l’accordo di rifinanziamento non venga raggiunto e che una paralisi politica vada a rovinare a Trump questa simbolica ricorrenza. Il Partito Repubblicano possiede 52 seggi al Senato, il che già di per sé implica la necessità di una negoziazione con il Partito Democratico; in più, la coesione interna del partito è minata dalla frangia più estremista, che vorrebbe annullare del tutto i finanziamenti a Planned Parenthood e alla riforma sanitaria di Obama, gradita però ai Democratici. E proprio il fallimento della riforma dell’Obamacare, ritirata a causa del voto contrario di alcuni Repubblicani lo scorso 24 marzo, costituisce un brutto precedente di sconfitta che Trump non vuole – e non può permettersi – di ripetere.

La situazione è delicata e impone prudenza. Donald Trump lo ha capito, e nelle ultime ore ha fatto alcune importanti concessioni ai Democratici per cercare di assicurarsene il voto entro venerdì e scongiurare ogni rischio: il sostegno economico all’Obamacare continuerà, e non saranno – almeno per il momento – stanziate risorse per la costruzione del muro con il Messico.

Il suo account Twitter raccontava però tutt’altra storia. Se adesso l’Obamacare sembra salvo, solo un paio di giorni fa era «in una spirale di morte». Se adesso il presidente si mostra disposto a trattare con l’opposizione riguardo la realizzazione del muro, il 23 e il 24 aprile aveva scelto piuttosto di alzare la tensione scrivendo prima che «i Democratici non vogliono che i soldi del budget vadano al muro lungo il confine anche se questo fermerebbe le droghe e le gang», poi che «alla fine, ma in un secondo momento così da poter iniziare presto, il Messico pagherà, in qualche modo, per il muro al confine», e infine che «se il muro non dovesse essere costruito, ma lo sarà, il problema con le droghe non sarà MAI risolto nel modo giusto».

La questione del muro non sta però creando divisioni soltanto tra gli Stati Uniti e il Messico (quest’ultimo tra l’altro nominato esplicitamente nella serie di tweet, nonostante Trump e Peña Nieto si fossero accordati, lo scorso gennaio, per non parlarne più in pubblico) e tra Partito Repubblicano e Partito Democratico, ma anche tra i Repubblicani stessi. Secondo il Wall Street Journal, nessun rappresentante al Congresso degli stati di Texas, New Mexico, Arizona e California dichiara di appoggiare la costruzione del muro, e molti altri Repubblicani preferirebbero potenziare la sorveglianza della frontiera con altri mezzi, senza dover ricorrere ad una costosa barriera fisica tra le due nazioni. In una intervista rilasciata venerdì 21 ad Associated Press Trump ha dichiarato che la sua base elettorale «vuole il muro più di ogni altra cosa», eppure il 61% dei texani – e il Texas ha votato per Trump – si è detto contrario, e solo il 27% di loro considera la sicurezza della frontiera un problema prioritario, stando ad un recente sondaggio.

Durante quella stessa intervista Donald Trump aveva anche assicurato che il muro con il Messico, pur in mancanza di fondi nella legge finanziaria, verrà comunque costruito, «al cento per cento». Un muro alto 19 metri e lungo tremila chilometri che, secondo il presidente, costerà 10 miliardi di dollari o anche meno. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, entrata in possesso di un documento riservato del Dipartimento della Sicurezza Interna, il prezzo effettivo si aggirerebbe attorno ai 21,6 miliardi.

A fine gennaio Trump aveva firmato un ordine esecutivo per dare inizio «immediatamente» alla progettazione, e lo scorso marzo aveva chiesto al Congresso 1,4 miliardi di dollari per finanziare la costruzione dei primi 77 chilometri. Ma rimane ancora apertissima la questione del pagamento. Il mantra «Mexico will pay for the wall», tanto ripetuto in campagna elettorale, è stato sottoposto ad una inevitabile revisione, visto il netto – e scontato – rifiuto di Città del Messico di accollarsi le spese di un muro che non vuole e da cui non trarrebbe alcun vantaggio. “The Donald” ha così dovuto arrendersi alla realtà e specificare che il muro sarà pagato con i soldi dei contribuenti statunitensi e poi, «in un secondo momento», “rimborsato” dal Messico «in qualche modo».

Ma non è chiaro neanche come avverrà, ammesso che avverrà, questo rimborso. In passato Trump aveva proposto a questo fine di applicare una tariffa punitiva del 20% su tutte le importazioni provenienti dal Messico: una misura del genere però, oltre a violare forse le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, sarebbe gravata proprio sui consumatori americani, visto l’aumento dei prezzi di alcuni prodotti. L’altra idea consisteva nel bloccare o tassare le rimesse dei lavoratori messicani negli Stati Uniti, mossa che avrebbe effettivamente assestato un gravissimo colpo al Messico, che è il paese latinoamericano che più beneficia di questo fenomeno, con un flusso di quasi 27 miliardi di dollari nel 2016. Ma una provvedimento del genere verrebbe immediatamente accusato di discriminazione sulla base dell’origine nazionale e probabilmente giudicato illegale, dato che le rimesse vengono inviate da persone risiedenti legalmente nel paese.

Il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha ripetuto più volte che non accetterà mai di pagare la costruzione del muro e il 26 gennaio scorso, di fronte all’ennesima provocazione via Twitter di Trump, è arrivato perfino ad annullare la visita ufficiale a Washington prevista per cinque giorni dopo. La tensione diplomatica tra Messico e Stati Uniti, importanti alleati e partner economici, non è mai stata così alta da quando la sintonia personale tra George W. Bush e Vicente Fox cominciò ad incrinarsi a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001. Donald Trump l’ha portata ad un nuovo livello, specie ora che sembra essere emerso il piano finale di Washington per l’abbandono del NAFTA. E i contrasti tra i due paesi potrebbero acuirsi ancora qualora Andrés Manuel López Obrador, carismatico esponente della sinistra nazionalista messicana tacciato di populismo, uscisse vittorioso dalle elezioni presidenziali del 2018.

@marcodellaguzzo

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