Stiamo sovrastimando le intenzioni della Russia?

Sono cominciati da pochi giorni i raid aerei della Russia in Siria e, se dal Cremlino si diffondono notizie trionfali – 60 attacchi, 50 infrastrutture dello Stato Islamico distrutte, panico e diserzione tra gli uomini in nero del Califfo Al Baghdadi  -, l'Occidente sembra innervosito e preoccupato dall'intervento di Mosca.

REUTERS/Alexei Nikolsky/RIA Novosti/Pool

L'accusa che lanciano tanto la Casa Bianca quanto le cancellerie europee è che gli aerei russi stiano bersagliando più le altre componenti della ribellione siriana – gruppi islamici qaedisti, come Jabhat al Nousra, ma anche gruppi moderati – che non l'Isis. Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha chiesto di "non confondere la lotta all'Isis con il sostegno ad Assad"; il premier britannico, Cameron, ha affermato: "i russi stanno sostenendo il macellaio Assad, peggiorando la situazione"; ancora più drastico il presidente francese Hollande, che ha chiesto direttamente a Putin che i raid in Siria abbiano come "unico obiettivo" lo Stato Islamico. Ancora più irritati con la Russia gli storici alleati sunniti dell'Occidente della regione, Arabia Saudita e Turchia in primo luogo, che da anni sostengono direttamente la ribellione siriana nella speranza di causare la caduta di Assad (e sottrarre così il Paese dall'influenza del nemico regionale sciita, la Repubblica Islamica Iraniana). Ma dietro questa apparente unità, nelle reazioni al recente coinvolgimento di Mosca, si nascondono posizioni molto diverse tra alleati. Gli Stati Uniti, in particolare, non hanno mai causato – pur potendo – la caduta di Assad, se non intervenendo direttamente almeno dando un decisivo supporto ai ribelli. La mancanza di una exit strategy e la prospettiva di uno Stato controllato da fanatici islamici hanno sempre portato la Casa Bianca a non vedere di cattivo occhio la conservazione dello status quo, in cui comunque il regime di Assad pur indebolito resiste. Anche ora, dopo l'intervento della Russia in Siria, l'atteggiamento americano non è limpido come sembra.

"Penso che la reazione americana agli attacchi aerei russi sia mista, ci sono due diverse visioni, presenti sia nell'opinione pubblica che nel dibattito politico. Nella prima, più visibile pubblicamente, prevale l'ansia per le azioni della Russia in Siria", spiega Paul Stronski, esperto di Russia ed Eurasia della Carnegie di Washington. "Si teme che Mosca stia cercando di ricostruire in Medio Oriente la propria influenza globale, a discapito degli Stati Uniti e – in misura minore – dell'Europa. Chi sposa questa visione ritiene che i bombardamenti russi abbiano più a che fare con la volontà di Mosca di mettere pressione a Washington che non con la lotta al terrorismo islamico. La seconda visione è invece più pragmatica. I suoi sostenitori valutano come gli attacchi russi abbiano colpito anche al Nousra e altri gruppi jihadisti, il che è tanto negli interessi di Mosca che di Washington. Certo, gli Stati Uniti preferirebbero che la Russia colpisse primariamente l'Isis. Ma si ammette che, anche se la nostra strategia nel lungo periodo diverge da quella russa, nel breve l'indebolimento dei gruppi terroristi grazie agli attacchi ordinati dal Cremlino è nel nostro interesse. All'interno di questa visione “pragmatica” serpeggia comunque il dubbio se la Russia abbia in effetti la capacità di sostenere questa guerra abbastanza a lungo da sconfiggere i jihadisti e salvare Assad. Le difficoltà economiche di Mosca e la contrarietà all'intervento della maggioranza della sua opinione pubblica pesano in tal senso, e i “pragmatici” temono che se l'intervento di Putin si rivelasse poi un fallimento la situazione in Siria peggiorerebbe ulteriormente. Per questo hanno in realtà preso un atteggiamento “aspettiamo e vediamo”".

Alla mancanza di una linea univoca da parte degli Stati Uniti corrisponde la mancanza di un interesse americano abbastanza forte nell'area. "A questo punto – prosegue Stronski – penso che agli Stati Uniti interessi meno strappare la Siria all'area di influenza russa (e iraniana), che non vedere la fine della catastrofe umanitaria e dell'orrore in Siria, rispondere alla crisi dei rifugiati che sta destabilizzando altre parti del Medio Oriente e ora l'Europa, e contrastare l'estremismo islamico. Penso che i governanti americani riconoscano che storicamente la Russia ha un ruolo centrale per la Siria, e questo non è destinato a cambiare. Qualunque cosa rimanga della Siria nel futuro (magari una piccola enclave alawita governata da elementi del regime di Assad) sarà probabilmente sotto l'influenza russa. La mia sensazione comunque è che la Russia non stia conducendo questi bombardamenti da una posizione di forza, anzi. Visto il momento di debolezza del regime ha percepito il pericolo di perdere l'intero investimento fatto in Siria (installazioni militari, porti, prestiti finanziari etc). Inoltre la Russia fronteggia una minaccia terroristica derivante dalla situazione in Siria più grave degli Stati Uniti, vista la vicinanza geografica e la presenza di migliaia di foreign fighters caucasici e russofoni, che hanno giurato di portare la jihad in Russia. Mosca ha agito adesso, insomma, per evitare un tracollo dello Stato siriano a vantaggio dei gruppi jihadisti, e Putin sembra sinceramente convinto che la stabilizzazione del Paese passi inevitabilmente dal mantenimento in vita del governo attuale. Non credo sia legato mani e piedi personalmente ad Assad, ma intende quantomeno preservare le strutture del regime".

Quella della Russia non sarebbe quindi un'offensiva ispirata da malcelate ambizioni di grandeur. "Generalmente la politica estera russa non è calibrata strategicamente sul lungo periodo, ma è principalmente tattica. Mosca se vede un'opportunità la coglie, specie se vede minacciata la propria sicurezza o i propri interessi. In Siria l'obiettivo di medio periodo credo sia rafforzare abbastanza il regime di Assad per dare tempo all'offensiva contro l'Isis – in particolare quella terrestre di Iran ed Hezbollah, in appoggio ai bombardamenti russi – di dare i suoi frutti. Se dovesse avere successo, a quel punto la Russia penso proverebbe a mantenere Assad al potere, o almeno a garantire posizioni fondamentali nell'apparato di sicurezza per gli elementi dell'attuale regime nel futuro Stato siriano", dice ancora Stronski. Ma i possibili vantaggi nel breve periodo non sono senza un prezzo. Il Cremlino sta, con le sue azioni, logorando i rapporti con alcuni Stati con cui aveva invece da diversi anni cercato di intessere rapporti diplomatici ed economici più stretti, in particolare l'Arabia Saudita e la Turchia (i maggiori sponsor dei gruppi ribelli siriani di recente bersagliati dai caccia di Mosca). Con la prima rischiano di saltare possibili contratti sulle forniture di armi, con la seconda addirittura gli accordi sui futuri gasdotti che a Mosca si progettano per aggirare l'Ucraina. "Sono convinto che i raid russi complicheranno le relazioni con Ankara e Riad, e questo è un altro esempio del perché l'atteggiamento russo non sia sempre strategico", conclude Stronski. "Putin ha speso anni per forgiare migliori relazioni con la Turchia, e adesso con le sue ultime azioni in Siria sta minando i suoi stessi sforzi".

@TommasoCanetta

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