«Vogliono uccidere il nostro diritto al ritorno», dice Othman, capo di Refugee dream nel campo di Shatila, teatro di un massacro durante la guerra civile libanese. E oggi, per l'anniversario della Nakba, tutte le fazioni palestinesi del Libano si raduneranno al confine con Israele

Un manifestante palestinese armato di fionda durante le proteste contro il trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. REUTERS/Mohammed Salem
Un manifestante palestinese armato di fionda durante le proteste contro il trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. REUTERS/Mohammed Salem

Beirut - Droni israeliani che lanciano gas lacrimogeni dal cielo, centinaia di palestinesi che corrono, immagini di feriti e morti stesi a terra con un muro di fumo che si alza al confine con Israele. Gaza. Sei settimane di manifestazioni della Lunga marcia del ritorno, indetta dai palestinesi per rivendicare il diritto dei discendenti dei rifugiati a rientrare nelle case di famiglia perdute dal 1948, hanno raggiunto ieri nella Striscia un’apice di violenza che ha toccato il suo punto più alto dalla guerra del 2014.


LEGGI ANCHE : La marcia del ritorno di Hamas è solo all'inizio


Mentre Jared Kushner e Ivanka Trump tagliano i nastri della nuova ambasciata americana a Gerusalemme, in quello che Trump ha definito «un grande giorno per Israele», nel campo profughi di Shatila, a Beirut, centinaia di orecchie sono incollate alla radio che trasmette dalle macchine, dai negozietti di alimentari e dalle autofficine.

L’esercito israeliano ha ucciso 58 persone, tra cui 12 giornalisti e 17 paramedici. I feriti sono più di 2700, gli ospedali sono sovraffollati e Msf riporta, come già aveva affermato nelle scorse settimane, che le munizioni utilizzate contro i manifestanti sono «inusuali»: i fori in uscita delle pallottole quando attraversano la carne lasciano buchi grossi quanto un pugno, talvolta delle dimensioni di una mano aperta, le ossa vengono polverizzate e questo nella stragrande maggioranza dei casi implica una disabilità a vita.

«Non proviamo disperazione, la nostra è una lotta per la dignità e rivendicare un diritto naturale rispetto a una terra che ci appartiene e che è stata occupata», spiega Othman R., un ingegnere di quarant’anni e che da tre è a capo di Refugee Dream, un’associazione di Shatila che ha riqualificato un intero settore del campo: ha ridipinto case e ricostruito da capo impianti elettrici, che in altre zone rimangono un groviglio di fili neri che si espande come una ragnatela ad alta tensione sui vicoli del campo.

«La decisione di muovere l’ambasciata americana a Gerusalemme è una provocazione, una vera e propria seconda Dichiarazione di Balfour, che ancora una volta riconosce a Israele la legittimità di occupare un territorio che non gli appartiene», sostiene Othman, riferendosi a Gerusalemme Est.

Trump aveva annunciato la decisione di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme lo scorso novembre. La data scelta per l’inaugurazione non è casuale: il 14 maggio 1917 la Gran Bretagna con la Dichiarazione di Balfour supportava la creazione di un focolare ebraico nella Palestina del mandato britannico. Ieri la mossa del presidente Usa, accolta con il plauso del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha sancito il riconoscimento statunitense di Gerusalemme come capitale di Israele.

«Vogliono uccidere il nostro diritto al ritorno», dice Othman mentre per i dedali di Shatila una manifestazione spontanea di un centinaio di persone marcia per i quartieri sventolando bandiere palestinesi. Nessuna bandiera di partito spunta nel corteo. L’atmosfera è di rabbia ma nelle stradine a pochi metri dalla sfilata, alcune signore iniziano a preparare la cena, i carrozzieri abbassano le serrande e gli ambulanti portano via le merci dal mercato. Il clima è di attesa. Perché oggi, 15 maggio, è la data finale della Lunga marcia in cui cadono i 70 anni dalla Nakba. La catastrofe, l’inizio dell’esilio palestinese, coincide con la nascita dello Stato di Israele.

In Libano, tutte le fazioni e i comitati palestinesi si raduneranno a Qal'at al-Shaqif, nel sud al confine con Israele. Arriveranno bus organizzati dai campi profughi di tutto il Paese, autorizzati dal governo. Il primo ministro Saad Hariri ha condannato la mossa illegale di spostare l’ambasciata; lo stesso lo ha fatto persino il capo delle Forze Libanesi, Samir Geagea, ex-signore della guerra cristiano-maronita responsabile del massacro di Sabra e Shatila del 1982, ma che oggi a parole dice: «chiamiamo la comunità internazionale a intervenire per mettere fine al massacro contro il popolo palestinese che reclama il suo diritto alla pace e una soluzione e due Stati».

«Cosa mi aspetto?», dice Othman lapidario, «sicuramente altri martiri e che nessun presidente arabo muoverà un dito per evitarlo».

@CostanzaSpocci

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE