L'attentato che cambierà la guerra nel Sinai

L'attacco contro i "miscredenti" sufi porta il marchio di Isis e fa saltare gli equilibri tribali nella regione. Ora si estende il conflitto nel Sinai, cruciale per l'ascesa di Al Sisi che qui si gioca la sua credibilità, e mette in gioco anche il rapporto fra Egitto e Israele

Un Corano e resti di oggetti personali delle vittime dell'attentato alla moschea di Al Rawdah a Bir Al-Abed, in Egitto, il 25 novembre 2017. REUTERS / Mohamed Soliman
Un Corano e resti di oggetti personali delle vittime dell'attentato alla moschea di Al Rawdah a Bir Al-Abed, in Egitto, il 25 novembre 2017. REUTERS / Mohamed Soliman

E’ l’attacco terroristico più mortale della storia dell’Egitto contemporaneo: un’esplosione a Radwa, a Bir el Abd nel Nord Sinai, e raffiche di kalashnikov hanno ucciso 235 e ferito 109 persone raccolte in moschea per la preghiera del venerdì.

La moschea del villaggio è uno dei principali centri dell’ordine sufi Gaririya, una corrente mistica dell’Islam, il cui fondatore è uno sheikh della tribù Sawarka che controlla l’area di Bir el Abd. Sebbene l’attentato non sia stato rivendicato, il portale indipendente egiziano Mada Masr riporta che diversi sheikh sufi nelle scorse settimane erano stati minacciati da membri di Wilayat Sina, il “distaccamento” dello Stato Islamico in Sinai, in villaggi verso la frontiera con Gaza, come Sheikh Zuwaid, ma anche nel capoluogo Arish e più a ovest nella zona di Bir el Abd.

“Questo è un dato interessante”, nota l’analista Zackary Gold, “perché testimonia come le attività di pressione di Wilayat Sina si siano spinte più a ovest sulla costa”, una zona meno intaccata rispetto all’est di Arish, ovvero l’area bacino della militanza islamica che si estende tra il capoluogo e il confine con Gaza. Un altro dato è che il gruppo qaedista in Sinai Jund al Islam, ha diffuso ieri un comunicato in cui ha velocemente voluto dissociarsi dall’attentato. E’ la retorica di Isis, più che di al Qaeda, a concentrarsi sul takfirismo, la miscredenza, degli sheikh sufi, addirittura paragonandoli ai preti.

Se gli attacchi nelle Chiese sono diventati inoltre più frequenti, come dimostrano le stragi del dicembre 2016 nella cattedrale di San Marco al Cairo e quelle di aprile a Tanta ed Alessandria, gli attentati nelle moschee in Egitto sono inusuali. Nel caso specifico del Sinai, è dunque “importante sottolineare come l’attentato sia sì un attacco ai Sufi, ma anche alla tribù dei Sawarka” – dice il giornalista Muhamed Sabry di stanza a el-Arish – “in particolare di quella parte che fino all’attentato era rimasta neutrale e non aveva preso parte né del governo né dei militanti nella guerra in Sinai”. L’attentato segna un punto di frattura nel conflitto: “ora si mobiliteranno a fianco del governo”, conclude Sabry. Finora questo non era avvenuto per questioni di alleanze ed equilibri locali: i Sawarka sono in contrasto da decenni con i Tarabin, una tribù che si è sempre assicurata subappalti dallo Stato egiziano per la vendita di cemento e materiali di costruzione a Gaza, e dagli albori della campagna militare in Sinai si è schierata con il governo.

Da più di cinque anni il Nord-Sinai, alla frontiera con Gaza e Israele, è infatti teatro di violenti scontri tra le forze armate egiziane e l’insorgenza islamista della penisola: Ansar Al Beit al Maqdis, che dal novembre 2014 ha prestato giuramento a Isis si è ridenominata Wilayat Sina, la provincia del Sinai. Si tratta di una guerra a bassa intensità iniziata nell’estate 2012 da Al Sisi quando era ancora ministro della Difesa (Operation Sinai): la stessa operazione che l’ha riportato alla ribalta delle cronache, aprendo la strada a quella notorietà che l’avrebbe fatto scalare fino alla presidenza.

Nel Sinai, dunque, non risiede solo la stabilità dell’Egitto, ma la legittimità di Al Sisi: una credibilità fondata su una lotta al terrorismo che però non sempre risulta efficace, come dimostrano i ripetuti attentati dell’ultimo anno, e che è stata anche il principale strumento di repressione interna contro i suoi oppositori politici. Un evergreen da utilizzare per risolvere tutti i problemi di cui il Sinai non è certo un’ eccezione.

Dal 2013 l’area nord della Zona C, la striscia di terra definita dagli accordi di Camp David che va dal capoluogo di El Arish fino al valico di Rafah al confine con Gaza, è inaccessibile. Questa “terra di nessuno” da sempre abbandonata dallo Stato, è stata lasciata ancora più a se stessa da un voluto buco nero dell’informazione egiziana. In questo contesto, le vecchie dinamiche di controllo del territorio sono saltate e, con loro, il tessuto tribale delle quattro principali famiglie beduine che la abitano (Sawarka, Ramailat, Tarabin e i Bily), già incrinato da decenni di politiche di repressione che spesso e volentieri hanno utilizzato lo strumento della punizione collettiva come principale strumento di controllo del territorio.

La guerra ha mietuto in questi anni centinaia di vittime e migliaia di sfollati, con un picco nel 2014 quando il governo ha optato per la distruzione di 3200 abitazioni nella città frontaliera di Rafah, tra cui due scuole e un ospedale. Lo scopo era di sradicare i “terroristi” e creare una zona cuscinetto che garantisse una maggiore sicurezza a Israele e rendesse più difficile il passaggio di armi, militanti, ma anche beni di prima necessità, nei tunnel sotterranei tra Egitto e Gaza.

Il risultato è stato che da un “gruppo di ragazzetti che corrono con i pick-up per il deserto”, come li descriveva l’esperto di Sinai Mohannad Sabry agli albori della formazione di Ansar al Beyt al Maqdis, il governo ha creato un terreno fertile per convertire gruppi di trafficanti (di armi, uomini, come la famiglia Almenayai) in militanti islamici in cerca di un appoggio esterno. Oggi Sabry concorda nel dire che lo Stato Islamico in Egitto è formato da egiziani del Sinai e del Delta del Nilo: i comandanti e gli strateghi sono beduini nativi del Sinai che collaborando con gruppi jihadisti legati a Gaza e allargando le sue fila ad ex-ufficiali delle Forze Speciali egiziane, hanno raccolto sempre più adepti.

Già questa mattina, le operazioni si sono allargate anche a nord del capoluogo di El Arish, ed è probabile – come indicano diversi analisti - che l’esercito egiziano aumenterà le sue truppe al confine e per farlo dovrà chiedere a Israele il permesso, secondo gli accordi di Camp David. Altri rinforzano questa ipotesi, sottolineando come l’attentato sia stato anche un tentativo di minare gli equilibri Egitto-Israele raggiunti con la mediazione egiziana dell’accordo Hamas-Fatah.

La campagna anti-terrorismo in Sinai si infittisce ulteriormente. E stringe così il cerchio intorno a chi, finora, aveva optato per la non-scelta che alcuni residenti hanno definito tra un “terrorismo islamista contro un terrorismo di Stato”.

@CostanzaSpocci

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