Strane alleanze in Iraq contro Isis

Il Califfato perde terreno, città e villaggi sono liberati da decine di milizie diverse con obiettivi particolaristi. Sul campo nascono alleanze anomale che non dureranno a lungo. Etnie e gruppi armati già rivendicano i loro interessi. Cosa sarà dell’Iraq quando la guerra all’ISIS sarà finita?

REUTERS/Thaier Al-Sudani

ERBIL (Iraq) - ISIS negli ultimi mesi ha perso molto del territorio che aveva rapidamente conquistato a partire dal 2014. Secondo gli analisti del Pentagono solo in Iraq il Califfato ha perso il 50% delle aree che aveva assoggettato al suo regno del terrore. Città e villaggi liberati, ma da chi e per chi? Soprattutto in Iraq a combattere contro gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi sono una miriade di formazioni non riconducibili a un soggetto comune e quasi sempre con obiettivi diversi. Milizie che non rispondono ai governi o alle potenze regionali e pronte a rivendicare porzioni di territorio una volta che la guerra si sarà placata.

In questo mosaico, militare e politico, in continua evoluzione nascono anche alleanze improbabili. Una di queste vede insieme, nel nord dell’Iraq, i membri di un’organizzazione curda di sinistra e gli uomini di una milizia tribale araba.
In comune hanno solo un nemico, ISIS, condividono a malapena le informazioni necessarie per muoversi sul campo di battaglia eppure insieme sono un soggetto strategicamente importante, una spina nel fianco per gli uomini del Califfo nella provincia di Ninive.

Un’alleanza che è la misura di quanto profondo sia lo sconvolgimento dell’equilibrio politico regionale provocato da ISIS. In Iraq e in Siria l’allentarsi della pressione dei poteri centrali ha fatto riemergere realtà tribali ed etniche, pronte a combattere e poi a rivendicare i loro diritti ancestrali, più o meno fondati.
“Il caos a volte produce cose inaspettate.” Ha detto Abdel-Khaleq, capo della milizia araba. “Dopo ISIS la mappa della regione è cambiata. C’è una nuova realtà e noi siamo parte di essa.”

Questa ‘nuova realtà’ nella provincia di Ninive nasce nel 2014, quando l’esercito iracheno non riesce a difendere la regione di Sinjar dai miliziani, che qui compiono un genocidio contro gli yazidi. Per combattere i jihadisti fu fondato il gruppo “Resistenza Unità Sinjar” (YBS), composto in prevalenza, almeno all’inizio, da una milizia curda del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), già attiva al di là del confine turco.
La nuova formazione militare, che aveva arruolato anche gli yazidi, si è poi alleata con la milizia araba sunnita della potente tribù dunnita Shammar. Ora controlla una porzione significativa della regione di Sinjarr.

“All’inizio non avevamo grande fiducia in loro – dice ancora Abdel-Khaleq – pensavamo fossero occupanti curdi.” L’alleanza tra i due gruppi è resa ancora più singolare dalla partecipazione degli yazidi. Questi accusano i sunniti di complicità nelle atrocità commesse contro di loro da ISIS, e in molti affermano che non possono più vivere insieme come prima.
I combattenti hanno intenzione di riprendere altri villaggi arabi e yazidi nella zona, e, quando sarà il momento, di partecipare alla campagna per la liberazione della più importante roccaforte di ISIS a circa 160 km a est. “Con la volontà di Dio, entreremo Mosul.” Ha detto Abdel-Khaleq.

Anche se la lotta contro il Califfato ha dato loro uno scopo comune gli obiettivi delle due formazioni sono diversi e difficili da conciliare. La milizia araba vuole ristabilire l’autorità di Baghdad sulla regione, mentre gli uomini dell’YBS combattono per realizzare il progetto politico del PKK, uno stato democratico di ispirazione socialista, lontano anche dal sogno autonomo dei peshmerga. Soprattutto si tratta di un’ideologia estranea alla società tribale e conservatrice di queste zone del nord dell’Iraq.

La differenza tra i due gruppi è evidente nel diverso ruolo sociale delle donne. Nelle file dell’YBS ci sono molte donne in armi, una cosa incomprensibile per chi vive in una società dominata dagli uomini, in cui i sessi sono spesso separati e le donne confinate a casa.
Hevidar, una combattente curda, racconta che i miliziani arabi inizialmente hanno anche evitato di parlare con lei e le altre donne. “Dopo un paio di mesi e diverse battaglie hanno imparato a rispettarci.”
Abu Hazaa, un comandante della forza araba, ha ammesso di essere stato preso alla sprovvista dal coraggio e dalla bravura delle miliziane curde. “Pensavo che le donne si sarebbero spaventate facilmente, ma mi sbagliavo. Sul campo di battaglia sono coraggiose quanto gli uomini. Certo per noi è diverso. Siamo una società tribale e abbiamo le nostre abitudini e tradizioni. Nessuno le può violare.”

Per il momento il nemico comune è una forza di coesione maggiore delle differenze che li dividono. Alla milizia araba serve l’esperienza militare dei curdi per combattere ISIS, tra di loro ci sono i veterani di tre decenni di lotta del PKK contro Ankara. “Sono feroci combattenti - ha detto Abdel-Khaleq - hanno esperienza nella guerriglia e noi possiamo trarre vantaggio da questo.”
Per l’YBS l’alleanza con una forza araba locale è utile per non apparire come un esercito di invasori che si è spinto in aree dove i curdi sono in minoranza.
Infine, questa unione in armi è sostenuta dal governo centrale di Baghdad, che la vede come un punto d’appoggio in una zona strategica dove non ha proprie truppe.

Nel complesso gioco di alleanze e interessi incrociati il governo iracheno ha anche un altro obiettivo. Baghdad spera che i due gruppi possano contribuire a contenere le ambizioni della Regione Autonoma del Kurdistan. In questi mesi di guerra l’esercito dei peshmerga ha riconquistato ampie zone che erano cadute in mano a ISIS, dando vigore al sogno di uno Stato Curdo indipendente nel nord del Paese, anche nella zona di Sinjar. Così, avviene che le forze dell’Autorità Regionale bloccano la milizia mista araba e l’YBS. Nonostante sia una formazione curda il PKK è un rivale della Regione Autonoma, il suo obiettivo è uno stato socialista e democratico che non sia basato su identità etniche o religiose.

In questa parte del mondo la guerra sarà, probabilmente, ancora molto lunga. Ancora più lungo, però, sarà il processo di pace, che dovrà trovare il modo di costruire nuovi equilibri tra decine di soggetti diversi, che in comune avranno solo una grande disponibilità di armi, la capacità e la volontà di usarle per difendere i propri interessi.

@MauroPompili

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