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Il Parlamento tedesco, il riconoscimento del genocidio armeno e l'ira della Turchia

Povera Angela Merkel! La Turchia, con i suoi campi profughi è sponda indispensabile per consentirle di gestire la “questione migranti”: sia perché la Germania ha comunque bisogno di migranti (i demografi avvertono: nel 2060 i tedeschi saranno il 20% in meno di adesso, chi andrà in  fabbrica?), sia perché la Merkel deve dimostrare agli elettori di controllare il fenomeno, per non subire le derive populiste di estrema destra. Però c’è sempre qualcuno che la fa litigare con l’irascibile Recep Erdogan.

A member of the Armenian community in Germany, wearing an Armenian cross, attends a session of the Bundestag, lower house of parliament, being held to debate approval of a symbolic resolution that declares the 1915 massacre of Armenians by Ottoman forces a "genocide", in Berlin, Germany, June 2, 2016. REUTERS/Hannibal Hanschke

Prima il comico Boehmermann con le sue satire scatologiche ai danni del Presidente turco. Ora, e addirittura, il Parlamento tedesco che a grande maggioranza (compresa quindi l’Unione democratico cristiana, il partito della Merkel) ha approvato una risoluzione per riconoscere come “genocidio” quello compiuto dai turchi ai danni degli armeni nel 1915.

 La reazione di Istanbul, che pure si aspettava questa tegola, è stata quella solita. Erdogan imbufalito, il Governo turco curiosamente impegnato a definire “nulla” la decisione di un altrui Parlamento, il richiamo dell’ambasciatore turco in Germania, le proteste di piazza. Ma la dichiarazione più interessante è stata quella del ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, che ha scritto su Twitter: “Diffamare la storia di altri Paesi con decisioni irresponsabili e infondate non è il modo per chiudere le pagine buie della vostra storia”.

Cavusoglu voleva solo dire “pensate al vostro passato nazista”, ma senza volerlo ha messo il dito sulla piaga. Su ciò che rende da un secolo così difficile riconoscere che il massacro di 1,5 milioni di armeni sui quasi 2 milioni di armeni che vivevano in Anatolia fu, in effetti, un genocidio. Che ancora oggi impedisce al presidente Obama di fare ciò che faceva il senatore Obama, usare il termine “genocidio”.  Che limita a 28 Paesi (sui 193 rappresentati all’Onu) e all’Unione Europea il novero di quelli che riconoscono il genocidio degli armeni.

Parte del problema è nostro. Le potenze dell’Intesa, in primo luogo Francia, Gran Bretagna e Russia, assistettero senza fiatare ai massacri compiuti dai turchi mentre si svolgeva la prima guerra mondiale. Furono sterminati gli armeni, certo, ma anche i cristiani siri (tra 250 e 750 mila persone) e i greci. Di più: il genocidio degli armeni avrebbe potuto forse essere sventato, o interrotto, se Francia e Gran Bretagna (guarda caso, uno dei Paesi che non riconosce il genocidio) avessero dato corso alla proposta avanzata da Gemal Pascià, uno dei triumviri al potere a Istanbul, che nella primavera del 1915 offrì al ministro degli Esteri Sazonov di fermare il massacro se i Paesi dell’Intesa l’avessero aiutato a prendere il potere. Per non parlare della Germania, che all’epoca era alleata dell’Impero Ottomano e che in Turchia aveva piazzato generali e un piccolo esercito di “consiglieri militari”.

Ma non solo. Furono i massacri dei Giovani Turchi, lucidamente ispirati a un  progetto politico nazionalista che si proponeva di “turchizzare” e laicizzare lo Stato, a dare la prima forma alla moderna Turchia. Forma che poi si definì con le guerre di Mustafa Kemal, detto Ataturk (padre della patria turca, appunto) e con il Trattato di Losanna del 1923, in cui le potenze uscite vincitrici dalla prima guerra mondiale non solo riconoscevano lo status quo ma lo incentivavano, firmando il trasferimento forzato delle minoranze, con l’espulsione di 400 mila greci dalla Turchia e quella di 25 mila turchi dalla Tracia occidentale.

E qui si arriva alla parte turca del problema genocidio. Il mito fondativo dello Stato turco (nonché quella “laicità” nazionalista che anche oggi, soprattutto da parte dei critici di Erdogan, viene evocata come la panacea di tutti i mali) è infatti basato su una serie di feroci pulizie etniche. Che godettero della benevola indifferenza, quando non dell’appoggio, dei Paesi occidentali ma non per questo furono meno feroci e meno etniche. Si capisce bene perché Erdogan, impegnato a ritagliarsi un ruolo di secondo Ataturk, difenda quel mito con tutte le proprie forze. E da questo si capisce anche un’altra cosa: che non è l’islam il nocciolo della dottrina e della pratica politica del pur islamista Erdogan, ma il nazionalismo. L’islam è forse la bandiera, ma il bastone che la regge è lo spirito della nazione.

Ancora una volta, però, l’uomo che ha dimostrato di avere uno sguardo globale su tutte queste dinamiche è papa Francesco. Tutti ricordano la feroce polemica di Erdogan (“Quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità ma delle stupidaggini”; “Condanno il Papa e desidero avvertirlo: spero che non commetta di nuovo un errore di questo tipo”) dopo che il Pontefice (aprile 2015) aveva detto: “La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come il primo genocidio… ha colpito il vostro popolo armeno”.

Il Papa poi proseguiva citando il nazismo, lo stalinismo, gli “stermini di massa” in Cambogia, Ruanda, Burundi, Bosnia, e quello sempre in corso dei cristiani nel mondo. Al di là del giudizio sui singoli fatti storici, quel che conta è la diversità di visione: per il Papa, il novecento è stato il secolo “dei” genocidi e non, come di solito studiano i ragazzi a scuola, “del” genocidio (degli ebrei). Questo, ovviamente, non per ridimensionare ciò che in nessun modo può essere ridimensionato, ovvero la Shoah, ma per leggere la storia in modo diverso. Meno sommario, meno auto indulgente, meno fondato sull’idea che siano occorsi casi perversi ma isolati e invece più attento ai tratti comuni, alle costanti, alle ripetizioni. Il nazionalismo a sfondo etnico è stato uno di questi tratti. Dimenticarlo, proprio mentre lo vediamo in parte risorgere anche in Europa, è uno sbaglio da non fare.

@fulvioscaglione

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