Il parlamento sudafricano ha deciso di espropriare senza indennizzo le terre dei bianchi per ridistribuirle ai neri. Una misura che ad alcuni ricorda la catastrofica riforma agraria dello Zimbabwe. Protesta l’Australia, che ipotizza (poi smentisce) contestati visti umanitari per i farmer bianchi

Un agricoltore cammina tra file di ortaggi in una fattoria a Eikenhof, a sud di Johannesburg. REUTERS / Siphiwe Sibeko
Un agricoltore cammina tra file di ortaggi in una fattoria a Eikenhof, a sud di Johannesburg. REUTERS / Siphiwe Sibeko

Sta suscitando clamore anche nell’emisfero australe, la mozione approvata con 241 voti a favore e 83 contrari alla fine di febbraio dal Parlamento sudafricano, che prevede l’esproprio senza indennizzo delle terre dei bianchi per ridistribuirle agli agricoltori neri.


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La mozione entusiasticamente appoggiata dall’African National Congress (Anc), il partito guidato dal nuovo presidente Cyril Ramaphosa, ha provocato la reazione del ministro degli Interni australiano, Peter Dutton, che ha annunciato di essere pronto a mettere a punto un programma di concessione di visti in tempi rapidi per motivi umanitari.

I destinatari di questi visti speciali sarebbero proprio gli agricoltori bianchi sudafricani, vittime delle confische dei terreni e minacciati secondo Canberra della crescente violenza nelle fattorie del Paese La misura annunciata dal titolare del dicastero degli Affari interni australiano avrebbe dovuto essere simile a quella che il governo di Sidney ha concesso ad alcuni rifugiati arrivati negli ultimi trenta mesi in Australia dalla Siria e dall’Iraq. L'attenzione speciale riservata agli agricoltori sudraficani ha suscitato aspre polemiche a Pretoria ma anche a Canberra, vista la dura linea riservata solitamente a profughi e migranti dal governo. E il governo è stato accusato di giocare impropriamente la carta della solidarietà bianca per ingraziarsi l'elettorato di estrema destra a casa.

La smentita del ministro degli Esteri australiano

Così il ministro degli Esteri australiano, Julie Bishop, domenica scorsa ha smentito il suo collega Dutton dichiarando che il programma di visti d’ingresso umanitari del Paese non sarà esteso agli agricoltori sudafricani bianchi e non sono previsti piani da parte del governo per agire in tal senso.

Bishop ha comunque confermato che l’Alto Commissario australiano in Sudafrica, Adam McCarthy, ha tenuto colloqui con Pretoria per chiarire le basi del programma sui visti e capire quali sono le intenzioni riguardo alle riforme agrarie che il governo sta attuando.

Il capo della diplomazia di Sidney ha inoltre specificato che «Il suo governo monitora costantemente i livelli della violenza in Sudafrica, dove l’anno scorso si sono registrati circa 19mila omicidi, un numero molto elevato, che testimonia il drammatico aumento della criminalità nel Paese».

«Ma tutto questo» ha aggiunto Bishop «non può incidere sulle modalità di concessione di visto umanitario per consentire ai farmer bianchi sudafricani di raggiungere l’Australia in maniera legale e sicura». Il ministro degli Esteri australiano ha quindi chiosato la questione spiegando che «Se qualcuno ritiene di essere perseguitato, può richiedere al governo australiano la concessione di un visto umanitario, che sarà valutato nel suo merito». E secondo Bishop, era proprio a questo che si riferiva Peter Dutton.

Da notare, che l’annuncio di Dutton ha suscitato anche la reazione a livello diplomatico di Pretoria che, attraverso il neo-nominato ministro degli Esteri sudafricano, Lindiwe Sisulu, ha inviato una nota scritta all’Alto Commissario McCarthy per protestare contro l’intenzione di emettere dei visti d’ingresso speciali per i contadini bianchi sudafricani.

La proposta di Dutton ha inoltre indignato Elaine Pearson, direttrice di Human Rights Watch per l’Australia, che ha definito incredibilmente ipocrita la disponibilità a concedere la priorità di visto a chi non è così bisognoso di assistenza, considerando la linea durissima adottata dall’Australia per quanto riguarda l’accoglienza dei profughi in fuga da carestie e conflitti.

La scadenza del 30 agosto 2018

Ridimensionata l’apertura del ministro degli Interni australiano, rimane il fatto che entro il 30 agosto un Comitato porterà le proposte di modifica al Parlamento sudafricano per espropriare le terre dei bianchi senza compensazione. Mentre negli ultimi dodici mesi, l’Anc non ha perso occasione per esprimere la volontà di effettuare una ricognizione della proprietà delle terre in era precoloniale, per trovare il modo di ridistribuirle alla maggioranza nera.

L’Anc sembra voler emulare l’atteggiamento del partito della sinistra radicale Combattenti per la libertà economica, guidato da Julius Malema, che della confisca delle terre ai farmer bianchi ha fatto il punto centrale del suo programma politico.

Fortemente contraria all’esproprio forzato dei terreni dei bianchi è invece l’Alleanza democratica, la maggiore formazione di opposizione, rappresentata da Thandeka Mbabama, il quale ha sempre sostenuto che "la confisca delle terre non può essere parte della soluzione della riforma agraria". Mentre il Fronte della Libertà Più, il partito che rappresenta la minoranza bianca afrikaner, ha più volte ammonito che "se la mozione votata a febbraio diventerà legge ci saranno conseguenze impreviste che non sono nell’interesse del Sudafrica".

Tutto questo sta instaurando un clima di violenze e paura nel Paese. E va anche evidenziato che nella sua volontà di esproprio delle terre, il Sudafrica sta ripercorrendo le stesse orme del confinante Zimbabwe che, all’inizio di questo secolo, confiscò le terre della minoranza bianca per redistribuirle ai neri, molti dei quali, però, non erano nemmeno in grado di coltivarle, non possedendo le adeguate conoscenze, esperienze e i mezzi per investirvi.

L’improvvida decisione dell’esecutivo di Harare produsse il crollo della produzione agricola, la fuga dei capitali e un’iperinflazione da record, tanto che nel 2009 la nazione dell’Africa australe dovette abbandonare il dollaro zimbabwiano, adottando diverse altre valute per gli scambi con l’estero e le transazioni interne, tra cui il dollaro americano e il rand sudafricano.

La storia, anche quella recente, sembra aver insegnato poco al Sudafrica.

@afrofocus

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