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L'ultimatum a Zuma e il futuro del Sudafrica

È arrivato il momento della resa dei conti tra l’Anc e Jacob Zuma, travolto da 783 capi d’imputazione. Il partito che fu di Mandela gli ha dato poche ore per presentare le dimissioni. Un passaggio cruciale per respingere la sfida che arriva dalle arrembanti forze d’opposizione

Giornalisti fuori dal parlamento a Cape Town, Sud Africa. REUTERS/Sumaya Hisham
Giornalisti fuori dal parlamento a Cape Town, Sud Africa. REUTERS/Sumaya Hisham

Nello scorso agosto, Jacob Zuma era riuscito a resistere alle pressioni interne all’African National Congress (Anc) per indurlo a farsi da parte. Adesso, però, appare evidente che il presidente del Sudafrica non sarà in grado di opporsi a lungo all’ultimatum di 48 ore lanciatogli dal suo partito, che dal 1994 governa ininterrottamente il Sudafrica.

Il braccio di ferro che si sta consumando nel Paese più meridionale dell’Africa scaturisce dalle centinaia di accuse di corruzione, che sono state mosse a Zuma. Un prolungato stallo politico che rischia di produrre un’impasse istituzionale e che sta logorando il partito di maggioranza, proprio mentre il suo nuovo leader Cyril Ramaphosa sta cercando di rilanciarlo, in vista delle elezioni generali del prossimo anno.

L’imminente scadenza elettorale impone all’Anc di sgombrare il campo dalle accuse di corruzione e di malgoverno, che hanno travolto il settantacinquenne Zuma, che lo scorso dicembre era già stato rimpiazzato da Ramaphosa alla guida del maggiore partito del Sudafrica.

La nomina ha spinto Ramaphosa ad arrivare alla resa dei conti, concretizzatasi con la richiesta delle immediate dimissioni di Zuma, motivate dal fatto che l’uscita di scena del presidente lo agevolerebbe nell’assolvere l’arduo compito di rilanciare l’economia più industrializzata dell’Africa, oltre a quello di tentare di riportare l’Anc agli antichi fasti.

Centinaia di capi d’accusa

Del resto, appare naturale che il partito di governo intenda separare il proprio destino da quello dell’attuale presidente sudafricano, sul cui capo pendono 783 capi d’imputazione, che vanno dalla violenza sessuale alla truffa aggravata ai danni dello Stato, dalla corruzione al riciclaggio di denaro sporco, dall’evasione fiscale alla violazione della Costituzione.

Un carico di accuse pesantissimo che ha indotto anche la Nelson Mandela Foundation a esprimersi per la prima volta sulle vicende politiche del Paese, chiedendo che Zuma venisse esautorato perché ha dimostrato di non essere adatto a governare e di aver tradito il Paese sognato da Mandela.

Zuma è stato eletto alla presidenza per la prima volta nel 2009 per poi essere riconfermato nel 2014. Durante i suoi nove anni di governo, il suo partito è stato chiamato otto volte a fargli quadrato attorno per respingere i tentativi di spallate all’esecutivo dei due principali partiti di opposizione, il Democratic Alliancee l’Economic Freedom Fighters.

I due schieramenti sono galvanizzati dai più recenti sondaggi, che rilevano un governo ai minimi della popolarità. E approfittando del difficilissimo momento dell’Anc, vorrebbero ripetere l’exploit ottenuto alle elezioni amministrative dell’agosto 2016, nelle quali ottennero il controllo delle tre principali città del Paese: Pretoria, Città del Capo e Johannesburg. Oltre alla conquista della simbolica municipalità metropolitana di Nelson Mandela Bay, nella provincia dell’Eastern Cape, dove nacque il leader della lotta all’apartheid.

48 ore per lasciare la presidenza

Consapevole delle pesanti difficoltà in cui versa, lunedì il vertice dell’Anc ha deciso di correre ai ripari convocando il Comitato esecutivo nazionale (Cen), che ha il potere di costringere alle dimissioni i membri del partito che ricoprono incarichi di governo. Dopo una riunione fiume di 13 ore, conclusasi nelle prime ore di ieri, il Cen ha deciso di destituire l’attuale presidente dal suo incarico concedendogli 48 ore per prendere la decisione, ponendo così fine a lunghe settimane di intrighi e paralisi politica.

È importante notare, che nel 2008 anche Zuma, dopo aver acquisito la guida dell’Anc, chiese all’allora presidente Thabo Mbeki di dimettersi e questi si rimise alla volontà del suo successore. Tuttavia, va precisato che il capo di Stato non è formalmente obbligato a rispettare le richieste del partito di governo. Questo è il motivo per cui Zuma non ha ancora presentato le sue dimissioni al relatore dell’Assemblea nazionale, Baleka Mbete.

Finora l’unica apertura di Zuma è stata di accettare le dimissioni, ma senza decorrenza immediata. Per questo, ha chiesto al Comitato esecutivo dell’Anc di poter restare in carica per almeno altri tre mesi, ma la richiesta è stata seccamente respinta.

Se Zuma continuerà a resistere alle pressioni dell’esecutivo, potrà essere rimosso solo con una mozione di sfiducia votata dal Parlamento. Una decisione che rischia di estendere la lotta di potere all’interno dell’Anc, che ricorrendo alla censura del Parlamento dimostrerebbe di essere incapace di esercitare una disciplina interna.

L’uscita di scena di Zuma diventa sempre più impellente per diversi motivi. Tra i quali spicca l’urgenza di risolvere lo stallo istituzionale prima del prossimo 21 febbraio, giorno della presentazione del bilancio nazionale in Parlamento, che privato dell’ingombrante presenza di Zuma potrebbe rassicurare gli investitori sul fatto che il Sudafrica è determinato a ripristinare l’integrità delle sue istituzioni pubbliche e rilanciare l’economia.

@afrofocus

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