Così il riformista Ramaphosa vuole cambiare il Sudafrica

Discepolo prediletto di Mandela, imprenditore di successo, liberale in politica e liberista in economia, il nuovo presidente intende far cambiare rotta al Paese. I mercati approvano, ma sarà più difficile convincere l’elettorato

Il Presidente Cyril Ramaphosa si accinge a fare il suo discorso sullo Stato della Nazione al Parlamento a Cape Town, Sud Africa, il 16 febbraio 2018. REUTERS / Gianluigi Guercia / Pool
Il Presidente Cyril Ramaphosa si accinge a fare il suo discorso sullo Stato della Nazione al Parlamento a Cape Town, Sud Africa, il 16 febbraio 2018. REUTERS / Gianluigi Guercia / Pool

Cyril Ramaphosa è il quinto presidente del Sudafrica dalla fine dell’apartheid, dopo che giovedì scorso l’Assemblea Nazionale ha legittimato la sua elezione, a distanza di due giorni dalle dimissioni del suo predecessore Jacob Zuma.

La nomina di Ramaphosa pone fine alla lunga crisi istituzionale, che da oltre un anno stava paralizzando il governo della nazione, delegittimato dagli scandali e dalle vicende giudiziarie di Zuma.

Adesso, al nuovo capo dello Stato spetta l’arduo compito di restituire al Sudafrica una visione di futuro, ma soprattutto l’autorità morale, che Nelson Mandela aveva impresso al Paese con la resistenza passiva contro le leggi segregazioniste e la successiva risoluzione non violenta dell’apartheid.

Chi è Cyril Ramaphosa

Ma chi è l’uomo politico che si trova a raccogliere un’eredità così difficile? Classe 1952, nato a Soweto da una famiglia di etnia venda, Cyril Ramaphosa è da sempre in prima linea nella lotta alla corruzione, sulla quale aveva incentrato il suo programma quando lo scorso dicembre aveva conquistato la presidenza dell’African National Congres (Anc), prevalendo su Nkosazana Dlamini-Zuma, ex presidente della Commissione dell’Unione Africana nonché ex moglie di Zuma.

Nell’esperienza politica del nuovo presidente sudafricano, c’è anche la carica che rivestì trent’anni fa di segretario del più grande sindacato del Paese, il National Union of Mineworkers (Num), che rappresenta i minatori.

Durante l’epoca dell’apartheid, fu uno dei più strenui negoziatori nelle trattative con il National party, che portarono alle prime elezioni libere del 1994. Fu in quel periodo che divenne uno dei più stretti collaboratori di Madiba - nome di Mandela all’interno del clan di appartenenza dell’etnia Xhosa - che si narra lo avrebbe preferito come suo successore alla guida del Paese nel 1999.

L’Anc però scelse Thabo Mbeki e Ramaphosa decise di lasciare la politica per diventare un uomo d’affari di successo alla guida del gruppo Shanduka, grazie alle iniziative di promozione dell’imprenditoria nera. Si è poi riavvicinato alla politica nel 2012, quando venne scelto da Zuma come suo vice all’interno dell’Anc.

Lo scontro sulle due riforme più controverse

La sua vasta esperienza gli ha consentito di esaminare con criterio politico e imprenditoriale due questioni primarie, da tempo al centro di animate discussioni in seno all’Anc: l’istruzione universitaria gratuita, per la quale ha proposto un approccio graduale, e la riforma agraria, che secondo Ramaphosa dovrà entrare in vigore prendendo solo se necessario le terre senza indennizzo ai proprietari e iniziando, invece, con quelle inutilizzate di proprietà dello Stato, evitando in questo modo di danneggiare l’economia o spaventare gli investitori.        

L’ormai ex presidente Zuma aveva invece affrontato le due controverse questioni annunciando che nel 2018 l’istruzione universitaria sarebbe stata gratuita per la maggior parte degli studenti. Decisione che aveva preso senza nemmeno verificare se ci fosse l’adeguata copertura finanziaria. Mentre alla fine del 2017, Zuma spinse l’Assemblea elettiva dell’Anc a votare una mozione a favore dell’esproprio delle terre senza risarcimento ai proprietari, molto probabilmente per accelerare il processo di ridistribuzione, soprattutto di quelle agricole.

Considerato di orientamento liberale in politica e liberista in economia, Ramaphosa ha più volte mostrato di essere incline alla riduzione della spesa pubblica e all’adozione di misure di stimolo per la crescita economica. Per questo, ha già annunciato di voler rilanciare le numerose imprese di proprietà statale che hanno rischiato il fallimento negli ultimi anni a causa di corruzione e gestione incompetente.

Tuttavia, un simile programma di ripresa economica potrebbe scontrarsi con una larga maggioranza dell’elettorato di colore sudafricano, tradizionalmente incline a supportare il massiccio intervento statale nell’economia.

Senza tralasciare che, per mettere in atto l’implementazione del nuovo patto tra governo e imprese per combattere la corruzione e risollevare l’economia, Ramaphosa dovrà vedersela con il Comitato esecutivo dell’Anc, che in maggioranza è ancora fedele a Zuma.

La fiducia dei mercati finanziari

Come sempre accade, i primi segnali della fiducia in Ramaphosa sono arrivati dai mercati finanziari, con l’indice Ftse/Jse Top 40 - in cui sono raggruppati i quaranta titoli a maggiore capitalizzazione quotati alla Borsa di Johannesburg - che il giorno dopo le dimissioni di Zuma ha registrato un balzo del 3,97%. Mentre il rand è salito ai massimi da nove mesi sul dollaro e i rendimenti sui titoli di Stato sono scesi ai minimi da oltre due anni.

Un chiaro segnale che i mercati scommettono su un’inversione di tendenza che nei prossimi anni Ramaphosa saprà imprimere al Paese, al quale dovrà garantire una rinnovata solidità istituzionale. Oltre a un valido programma di riassetto economico, che dovrebbe essere annunciato già dopo il 21 febbraio, giorno in cui è prevista la pubblicazione della legge di bilancio con cui il governo dovrà dimostrare il proprio impegno verso il consolidamento fiscale.

La strada da percorrere per il nuovo presidente del Sudafrica è comunque tutta in salita. Nove anni di presidenza corrotta di Jacob Zuma hanno dissestato l’economia, eroso nelle fondamenta le istituzioni statali, diviso l’Anc in fazioni e privato molti elettori della fiducia nella politica. Adesso sta a Ramaphosa restituire ai sudafricani la possibilità di credere che la loro democrazia possa offrirgli un futuro migliore.

@afrofocus

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