eastwest challenge banner leaderboard

Sul governo in Venezuela la sinistra occidentale è divisa e i venezuelani sono soli

UPDATE 28 giugno 2017 - L’azione di un gruppo di funzionari militari e civili su un elicottero ha due letture: una è, come ci dicono giornalisti da Caracas, che “non tutte le forze Armate sono corrotte e invischiate con il potere”. La seconda è che l’azione di questo gruppo “a-partitico” contro le bande paramilitari che chiede “la rinuncia di Maduro, ma non è contro le Forze Armate” oggi maschererà sui media un assalto anche fisico contro i parlamentari da parte della Polizia nell’edificio del Parlamento  (in mano all’opposizione dalle elezioni perse da Maduro del 2015). Il leader del gesto simbolico ha detto di avere “due opzioni”: essere giudicati domani dalle proprie coscienze o “liberare il popolo da questo governo corrotto” oggi. Ha indicato l’articolo 350 della Costituzione che prevede il disconoscimento di un governo che violi la Costituzione. 

Persone in strada durante una manifestazione contro il governo. REUTERS/Christian Veron
Persone in strada durante una manifestazione contro il governo. REUTERS/Christian Veron

La lotta per la democrazia dei venezuelani, che dovrebbe essere appannaggio dei progressisti, ha poco sostegno perché l’opinione pubblica non riesce a vedere il regime fondato da Chávez senza le lenti dell’ideologia.

Perché il mondo non si mobilita a favore di un paese la cui crisi economica, politica e morale la raccontano i numeri prima ancora che le opinioni? In parte perché in Occidente uno schieramento politico importante che si potrebbe sintetizzare in “sinistra radicale” continua a guardare l’etichetta e non il contenuto.

Il Venezuela è diventato un buon terreno di scontro dove perpetuare le ancora non compiute evoluzioni degli schieramenti ideologici dopo la Caduta del muro, quasi fosse il Cile degli anni ’70.

La rivoluzione bolívariana è stata ben accolta da una parte dell’opinione pubblica di tutto il mondo che aveva vivida davanti agli occhi la miseria umana e politica che l’America Latina aveva sopportato durante i decenni dei caudillo e dei militari espressi da élite iperliberiste spalleggiate dagli Stati Uniti.

La cronaca che ci arriva oggi descrive invece un’economia a terra, senza più industria o dollari per le importazioni, dove le persone dimagriscono – letteralmente – per la penuria di cibo e chi critica o protesta è represso dalle forze militari fedeli a un governo, quello di Nicolás Maduro, che conta sull’approvazione di poco più del 20% della popolazione.

Chi nei paesi occidentali lo sostiene spiega i problemi con un boicottaggio da parte “dell’”impero americano”, quasi fosse Cuba, e qualche volta con la caduta dei prezzi del petrolio.

Ammettere che esiste un problema di prezzi del petrolio equivale, tuttavia, a riconoscere un primo grande fallimento del progetto economico di Chávez, perché sono state le sue scelte a imporre la mono produzione di petrolio annullando il resto delle produzioni. In più, come nel crollo della Repubblica Democratica Tedesca, un fattore decisivo è stato il sistema dei sussidi – della benzina, del cibo, della casa, degli elettrodomestici – che hanno reso improduttiva l’industria locale e costretto il Tesoro a mungere fino all’estremo la società petrolifera di Stato Pdvsa.

“Chávez trovò nel socialismo le basi ideologiche per giustificare il processo bolivariano nella storia, ma al momento di realizzare i cambiamenti non fece né quelli strutturali né ciò che era necessario per far avanzare il paese industrializzandolo”: la citazione non è dell’Fmi o di Wall Street, bensì dell’economista marxista venezuelano Manuel Sutherland, che cominciò a criticare le scelte economiche di Chávez, come quasi tutti gli altri economisti del paese, quando il barile di petrolio viaggiava sui $100. “Invece di creare più fabbriche e più agricoltura, [il governo] assistette indifferente alla fuga dei capitali e alle frodi, con un brutale saccheggio della rendita petrolifera”.

Lo studioso del Centro di ricerca operaia incalza: “Nessuno conosce il debito che abbiamo con i cinesi, i russi, i brasiliani, i giapponesi… o quello con le migliaia di imprese che chiedono rimborsi per prodotti fasulli, espropriazioni…. Questo è un completo disastro”.

Cina e Russia, due paesi che non brillano per le libertà e la democrazia, sono stati finora i “grandi amici del popolo venezuelano” – generosi in cambio di petrolio. Che i pragmatici cinesi da qualche settimana evitino di schierarsi con Maduro, se non per recuperare il mastodontico credito che si stima tra i 53 e i 65 miliardi di dollari, dovrebbe insinuare qualche dubbio sul risultato del sistema economico chavista e sull’intelligenza di chi lo ha gestito e lo gestisce: due anni fa i 270.000 barili al giorno spediti in Cina ripagavano in un anno circa 8 miliardi di dollari, oggi appena la metà.

La Russia, l’altra “nazione amica” (con tanto di manovre navali congiunte un anno fa contro la “minaccia Usa al Venezuela”), ha appena subito il primo mancato pagamento di $2,5 miliardi. Con buona pace dell’amicizia, la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zajarova, ha detto che la situazione in Venezuela “non minaccia la pace e la sicurezza regionale” – come dire, “potremmo disinteressarcene”.

Tra i drammi venezuelani su cui una certa sinistra sorvola quando parla di un successo consolidato del chavismo contro la povertà, c’è la fame. L’Unicef colloca il Venezuela al 116° posto per mortalità infantile, mentre la malnutrizione infantile in alcune zone raggiunge il 48%, secondo uno studio della Caritas.

Si può anche dubitare dell’obiettività della Caritas, ma la Chiesa le crede e crede anche agli arcivescovi venezuelani che Francesco ha da poco incontrato e che gli hanno fatto cambiare atteggiamento.

Il Vaticano era stato finora a favore di un “dialogo”, concetto che Maduro ha usato per distribuire le responsabilità tra governo e opposizione. Del tentativo di “dialogo”, che ha fatto guadagnare a Maduro ancora due anni al governo nonostante abbia cancellato un referendum e le elezioni regionali e azzerato le funzioni del Parlamento, è stato principale protagonista José Luis Zapatero.

I fautori del dialogo hanno scelto di ignorare le condizioni: un corridoio umanitario, il riconoscimento del Parlamento, il rilascio dei prigionieri politici e la ripresa del calendario elettorale. Poiché il governo non le ha assolte, “non c’è possibilità di dialogo”, hanno spiegato gli arcivescovi al Papa.

A favore di un “dialogo” senza condizioni sono anche certi partiti europei, come il M5S in Italia e Podemos in Spagna. In Germania Die Linke, invece, dopo anni di difesa incondizionata del chavismo, ora attribuisce al governo Maduro “sviluppi negativi” e “una diffusa corruzione soprattutto tra i militari”.

Giornali che tuonano contro la stampa asservita, come Il Fatto Quotidiano, tralasciano di menzionare i 376 lavoratori della stampa aggrediti solo dal 31 marzo,  secondo il loro sindacato, tra cui la giornalista malmenata dalla polizia. Il candidato francese Jean-Luc Mélenchon ha definito il Venezuela una fonte d’ispirazione, salvo poi chiedere la liberazione di due giornalisti francesi.

Per Il Manifesto, il giusto approccio “da sinistra” è quello del controverso sacerdote marxista belga François Houtart che sollecita “il governo venezuelano a evitare errori per non alimentare le campagne di denigrazione della maggioranza dei media nazionali e internazionali…”. Il Manifesto includerebbe così nella “campagna di denigrazione” il quotidiano francese Libération e il tedesco Tageszeitung che non sentono il bisogno di autocensurarsi o di ignorare l’abuso di potere del  governo con la tesi di un “conflitto” tra socialisti e “destra” – la “destra” è scappata da tempo, assieme a molti militari chavisti che hanno portato all’estero (anche negli Usa) soldi e famiglia.

A far capire ai fedelissimi di Maduro, come l’eurodeputato spagnolo Javier Couso o l’esperto del FQ Fabio Marcelli, che in Venezuela non è in corso una gloriosa lotta del popolo “contro l’impero” dovrebbero bastare le crepe apertesi nello stesso chavismo, sia tra i militari sia tra i civili. Clamorosa è quella della fedelissima Procuratrice Generale, Luisa Ortega Díaz, che ora si è pronunciata con forza contro l’assemblea costituzionale e l’annullamento dei poteri del Parlamento varate da Maduro. Ortega non è sola e la lista si allunga di giorno in giorno.

Mentre persino il ministro della Difesa e il direttore della Polizia nazionale, una delle forze che più ha represso e ucciso nelle manifestazioni popolari da aprile hanno riconosciuto (seppure per cautelarsi) che “l’opposizione è pacifica” e condannato “i paramilitari dello Stato” per un uso eccessivo della forza, Marcelli dal FQ cita come “successo significativo” lo “smantellamento dei gruppi armati”: forse non sa che proprio il governo conta su ben sei “eserciti”, tra cui una milizia di 100.000 civili che Maduro vuole portare a 500.000, e che i loro abusi sono peggiorati dopo la sua decisione, il Plan Zamora, di permettere azioni congiunte tra quei civili armati e i militari e di fare giudicare i civili nei tribunali militari (tutto incostituzionale).

“Il tragico contrasto tra il Venezuela descritto dalle autorità [e ripreso pari pari da alcuni giornali e rappresentanti di una certa sinistra occidentale], e quello in cui noi viviamo è talmente forte che si fa fatica a descriverlo”, dice Marcos Gomez, direttore di Amnesty International Venezuela – che Couso però considera, assieme a Human Rights Watch, come schierate con l’opposizione.

Noti personaggi politici che avevano applaudito il chavismo ora tacciono, come Naomi Klein in Canada, o evitato del tutto di dire come la pensano come Bernie Sanders negli Usa.

Sulla lotta dell’opposizione c’è (finalmente) abbondante cronaca, ma sono poche le prese di posizione se non da destra. Non approfondire equivale a dare alla destra un argomento che dovrebbe essere dei progressisti e a disinteressarsi del destino dell’80% dei venezuelani.

Eppure, per chi la critica la vuole solo “da sinistra”, le opinioni non mancano. Ecco quella dell’economista marxista Sutherland: “È la peggior crisi strutturale della nostra storia, peggiore di quella ai tempi di Carlos Andrés Pérez (il presidente contro cui Chávez tentò un colpo di Stato, ndr)… Il problema è che oggi la sinistra venezuelana non ha un orizzonte e si occupa solo di giustificare quello che succede. È microscopica, affoga nella propria burocrazia e rivendica la propria ignoranza come virtù. Dobbiamo fare un’autocritica brutale, perché è incredibile che 17 anni dopo la sinistra stia ancora pensando all’idea di un partito e invece non abbiamo niente”.

@GuiomarParada

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA