Sullo Yemen l'ira di un'Arabia Saudita sempre più impotente

La guerra in Yemen tra i ribelli sciiti Houthi – pare finanziati dall'Iran - e il governo sunnita guidato dal presidente Abd Rabbih Mansur Hadi – supportato dall'Arabia Saudita e da altri Paesi – sta causando una delle peggiori emergenze umanitarie del pianeta. Migliaia i morti, centinaia di migliaia i profughi e milioni le persone che patiscono la fame. Nella disperazione e nel caos prosperano i movimenti jihadisti.

Smoke billows from a site hit by Saudi-led air strikes in Yemen's capital Sanaa January 30, 2016. REUTERS/Khaled Abdullah

Al Qaeda, che qui ha la sua branca più pericolosa (l'Aqap), e lo Stato Islamico compiono frequenti attentati terroristici, tanto contro obiettivi sciiti quanto contro obiettivi sunniti. Pochi giorni fa un'autobomba, rivendicata dall'Isis, è esplosa davanti al Palazzo Presidenziale ad Aden, capitale provvisoria del governo Hadi – Sanaa è ancora sotto il controllo dei ribelli – dove era da poco rientrato l'esecutivo, rimasto in esilio in Arabia Saudita fino al 25 gennaio scorso. Dieci i morti tra civili e forze di sicurezza. Inoltre i jihadistsi stanno espandendo l'area sotto il loro diretto controllo nel Paese. L'Aqap controlla l'importante porto di Al-Mukallah e il primo febbraio ha conquistato la città di Azzan. Ma la minaccia terroristica non è comunque la principale preoccupazione del governo sunnita e dell'Arabia Saudita, sua protettrice: la guerra scatenata da Riad lo scorso marzo contro gli Houthi si sta trasformando in un Viet Nam. L'Iran sciita, senza dover subire il costo di un coinvolgimento diretto, si avvantaggia delle difficoltà del rivale per l'egemonia regionale, e l'accordo sul nucleare da poco implementato dà alla Repubblica Islamica una tranquillità sul medio periodo senza precedenti.

«L'Arabia Saudita pensava di fare una guerra lampo, invece si ritrova bloccata in una palude», spiega Leandro Di Natala, analista dell'European Strategic Intelligence and Security Center. «L'orografia del Paese, ricco di montagne e caverne, non ha consentito un blitzkrieg. La superiorità tecnologica-militare saudita è servita a poco finora. La guerra è subito degenerata in guerriglia, tanto che gli Emirati Arabi Uniti – non potendo rifiutare la richiesta di Riad di partecipare alla coalizione anti-Houthi – hanno arruolato mercenari sud americani (colombiani in particolare) esperti di guerra non convenzionale. Inoltre lo Yemen non è una vera e propria nazione, è più una somma di tribù e gruppi di potere con diverse agende, molto difficile da controllare anche per i sauditi. In quasi un anno di guerra sono riusciti a conquistare praticamente solo Aden – che comunque è tutt'altro che pacificata -, e ora stanno provando a togliere l'assedio Houthi a Taiz. La capitale Sanaa per ora è ancora saldamente nelle mani degli insorti. A fronte di questi magri risultati, si stima che Riad spenda circa 200 milioni di dollari al giorno per sostenere il suo sforzo bellico».

Il perché di un impegno tanto forte da parte dei Saud si spiega con due ordini di ragioni. Il primo è relativo alla posizione strategica dello Yemen, confine meridionale del regno Saudita e Stato strategico per il controllo dei traffici marittimi sul Mar Rosso. Il secondo riguarda invece lo scontro egemonico in corso con l'Iran. «Da quando si è capito che l'accordo sul nucleare con l'Iran si sarebbe fatto per davvero, i Saud hanno reagito in modo veemente in tutti gli scenari di scontro con Teheran», prosegue Di Natala. «Il nuovo Re, Salman, e il suo entourage hanno inaugurato nell'ultimo anno una politica più aggressiva che in passato nei confronti degli sciiti, si sentono accerchiati: hanno una minoranza sciita all'interno del proprio Stato – stanziata oltretutto in una regione ricca di giacimenti petroliferi – che periodicamente protesta e causa instabilità, in Bahrein la popolazione sciita è costantemente sobillata dall'Iran contro la famiglia regnante sunnita (alleata di Riad), l'Iraq – alleato ai tempi del regime sunnita di Saddam Hussein – è finito nell'orbita iraniana, in Siria gli sforzi per abbattere Assad si sono finora dimostrati inutili, in Yemen i ribelli sciiti si sono rivelati avversari temibili, e sono pericolosamente vicini allo stretto di Bab el Mandeb, che controlla i traffici sul Mar Rosso. Ora, è discusso quanto e come Teheran stia aiutando gli Houthi. Il blocco navale e areo sunnita rende quasi impossibile consegnare armamenti, probabilmente c'è solo un sostegno finanziario. Ma secondo alcuni analisti Riad ha esagerato il ruolo dell'Iran in Yemen a fini di propaganda, per giustificare un intervento col pugno duro contro una ribellione che in realtà ha radici profonde, e che solo di recente si è inserita nella cornice delle proxy war tra Iran e Saud per l'egemonia sul Medio Oriente».

L'Occidente lascia carta bianca a Riad, sostenendo ufficialmente – ma nel modo più silenzioso possibile – la repressione della ribellione Houthi. L'Arabia Saudita infatti, storica alleata degli Usa, è già stata scontentata su altre importanti questioni come, appunto, l'accordo sul nucleare con l'Iran o l'alleanza de facto tra Iran, Russia e Stati Uniti nella guerra allo Stato Islamico in Iraq e Siria. La complicità nella guerra yemenitamai come ora l'industria bellica occidentale sta vendendo armi a Riad - è stata ritenuta un prezzo ragionevole da pagare, e non senza sostanziosa contropartita economica. Solo che mentre l'intervento diretto saudita in Yemen si sta rivelando complicato e con gravi rischi di fallimento, quello iraniano in Iraq e Siria – anche grazie al recente apporto di Mosca – sembra sempre più destinato al successo. «La casa regnante saudita ha un forte bisogno dello scontro in questo momento. Se adesso sono indeboliti dall'ascesa dell'Iran, un domani lo saranno ancora di più», dice ancora Di Natala. «Gli Stati Uniti si stanno progressivamente disimpegnando dalla regione – anche se bisognerà vedere la linea del prossimo presidente in proposito -, le proxy war in corso vedono quasi ovunque in difficoltà i Saud e i loro alleati, l'Iran sta concludendo affari miliardari con quelli che un tempo erano suoi nemici, e la guerra petrolifera – per cui Riad tiene basso il prezzo del greggio, per danneggiare le esportazioni russe e iraniane – non può durare in eterno: già ora per sostenerla l'Arabia Saudita sembra sarà costretta a depotenziare il proprio stato sociale, uno dei pilastri di stabilità interna. Un domani potrebbe diventare insostenibile. Per rispondere quindi a questo logoramento Riad ha bisogno di ribaltare la situazione, e spera di farlo trascinando in uno scontro violento (anche se non diretto) Teheran. In questa cornice si spiega l'esecuzione di Nimr al Nimr, l'Ayatollah sciita giustiziato lo scorso 2 gennaio (utile anche a compattare il clero fanatico sunnita-wahabita dietro al trono saudita). E così si spiega anche la violenza contro gli sciiti yemeniti. Per ora pare tuttavia che l'Iran non voglia cedere alle provocazioni, conscio di essere in una situazione di momentaneo vantaggio in cui ha tutto da perdere. Se la situazione di violenza endemica in Yemen non troverà uno sbocco, militare o negoziale, il rischio è che tra i due litiganti sia il terzo a pagare il conto: l'Occidente è infatti bersaglio primario per l'Aqap, oltre che per l'Isis – conclude Di Natala - e già in passato lo Yemen è stato usato come base logistica di sanguinosi attentati».

@TommasoCanetta

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