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L’Iran a Kim: diffida di Trump. Ma la svolta coreana è una tentazione

La riabilitazione quasi senza condizioni di Kim contrasta con il siluramento dell’ Iran deal. Teheran avverte Pyongyang: non vi fidate. Ma la svolta di Singapore spariglia le carte della scena politica interna. E tra i riformisti c’è chi chiede di cercare un confronto diretto con gli Usa

Kim Yong Nam durante un incontro con Hassan Rouhani, durante il loro incontro a Teheran. Agenzia (KCNA) a Pyongyang. KCNA / tramite REUTERS
Kim Yong Nam durante un incontro con Hassan Rouhani, durante il loro incontro a Teheran. Agenzia (KCNA) a Pyongyang. KCNA / tramite REUTERS

Il giovane rocket man di Pyongyang riabilitato nel giro di pochi mesi, dopo colloqui dietro le quinte dai poco vincolanti risultati, e invece l’Iran ancora di più nel mirino di Donald Trump, nonostante abbia sempre garantito il pieno rispetto dell’accordo del 2015 sul suo programma nucleare, raggiunto dopo anni di intense e meticolose trattative. Si può riassumere così lo scenario creatosi con il successo ostentatamente proclamato dal presidente Usa dopo l’incontro con il leader nord-coreano Kim Jong-un, il 12 giugno a Singapore. Un successo tuttavia condensato in uno stringato testo che ora dovrà misurarsi con la prova dei fatti, in particolare su quel generico obiettivo della denuclearizzazione dell’intera penisola nordcoreana, obiettivo di cui restano indefiniti i termini e le scadenze temporali.

Al contrario, l’accordo con l’Iran (Jpcoa), definito dalle diplomazie di sei potenze sedute al tavolo con l’Unione europea e ratificato dall’Onu, ha stabilito fino all’ultima virgola cosa Teheran dovesse fare – e che ha finora puntualmente fatto - per vedere rimosse le sanzioni che ne frenavano l’economia, creando al tempo stesso un positivo modello di accordo multilaterale, per il disinnesco di tensioni e crisi internazionali.

Ma quali sono state le reazioni in Iran dopo la stretta di mano fra Trump e il leader della Corea del Nord, che solo nel settembre scorso - all’epoca dell’Assemblea generale della Nazioni Unite e delle invettive trumpiane contro i due Stati-canaglia - definiva il presidente Usa “un vecchio rimbambito”?

Difficile trovare commenti e analisi a tinte forti sui media iraniani, considerata anche la decennale vicinanza tra due capitali accumunate dalle sanzioni Usa, dall’antiamericanismo e da un programma nucleare, tuttavia distinto nelle finalità: dal conclamato scopo militare quello coreano, dichiaratamente limitato ad utilizzi civili quello iraniano. Sicuramente da Teheran per Kim si sono più volte levati inviti alla cautela, vista l’esperienza diretta dell’inaffidabilità di Washington.

In questo senso si è espresso il diplomatico iraniano Mohsen Baharvand che, sulle pagine del quotidiano riformista Etemad, ha pubblicato un’attenta analisi degli esiti dell’incontro di Singapore, non solo per dire che il summit non ha dato alcun sostanziale risultato agli Usa e ha invece consacrato Kim come il reale vincitore ma anche per entrare nel dettaglio dei quattro articoli della dichiarazione finale.

In particolare l’analisi si focalizza sull’articolo 3, nel quale la Corea del Nord si impegna per la denuclearizzazione della penisola coreana ma senza assumere in realtà alcun impegno aggiuntivo. “Washington vuole che la Corea del Nord si denuclearizzi mentre Pyongyang punta al disarmo nucleare in tutta la penisola”, osserva Baharvand, cosa che però comporterebbe anche per gli Usa il ritiro dei propri armamenti dalla Corea del Sud e, in particolare, di “aerei, navi da guerra e sottomarini dotati di armi nucleari”. Inoltre, il termine “denuclearizzazione”, osserva ancora il diplomatico, non si accompagna ad approfondimenti sul programma nordcoreano a scopo civile e sui missili balistici intercontinentali. Considerato che la Corea del Sud, prosegue l’autore, già arricchisce l’uranio al 60% - un grado molto vicino al 90% necessario per un ordigno, quando invece il Jpcoa prescrive all’Iran di conservare solo 300 kg di uranio arricchito al 3-5% - è chiaro che Pyongyang cercherà di fare altrettanto. Rimanendo così molto vicino alla bomba.

L’accordo di Vienna del 2015 si basava invece sulla previsione che ci sarebbe voluto un anno all’Iran per poter costruire un ordigno, mentre il programma missilistico, concordemente escluso dal tavolo dei negoziati e che ad oggi non ha valenze nucleari, è uno dei due temi, insieme alle ambizioni geo-strategiche dell’Iran nella regione, su cui Trump punta per rinegoziare l’intesa voluta dal suo predecessore Barack Obama: a suo avviso, ha infatti ripetutamente detto, il peggiore accordo mai siglato.

«Spero che al momento giusto, dopo che le sanzioni avranno colpito» aveva infatti sottolineato Trump parlando con i giornalisti degli iraniani - «torneranno a negoziare un vero accordo». Il riferimento è al ritorno delle sanzioni, annunciato l’8 maggio con il ritiro unilaterale Usa dall’accordo, destinate ad entrare in vigore dal prossimo agosto. «Penso» ha aggiunto Trump «che l’Iran sia un Paese diverso rispetto a tre o quattro mesi fa. Non penso che guardino più così tanto al Mediterraneo, non penso che guardino alla Siria come facevano prima, con tanta sicurezza di sé».

In ogni caso, conclude Baharvand nel suo articolo, anche Kim stia ben attento a guardarsi le spalle: gli Usa, dopo avere negoziato, “adottano unilaterali e arbitrarie interpretazioni”, e sono pronti a “scrollarsi di dosso gli obblighi non funzionali ai propri interessi”. Ufficialmente l’aveva già detto anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qassemi, alla vigilia dello show di Singapore: l’Iran accoglie favorevolmente ogni tentativo di riportare la pace e la stabilità nella penisola coreana, è in sintesi sua dichiarazione ufficiale, ma resta “profondamente pessimista”, alla luce delle precedenti violazioni degli accordi internazionali, sulle reali intenzioni di Trump. Mentre il ministro degli Esteri Javad Zarif twittava dalla Cina, dove partecipava con il presidente Rohani al vertice della Shangai Cooperation Organization in concomitanza con il tormentato G7 in Canada, che proprio il summit cinese illustrava “quanto il mondo stia cambiando. Impegno per una cooperazione mutualmente vantaggiosa, solido sostegno al Jcpoa e rigetto dell’uniteralismo”.

L’invito a Kim a non contare troppo sugli Usa è dunque la linea ufficiale, anche se l’approccio del negoziato bilaterale adottato da Trump per la Corea del Nord ha in una certa misura sparigliato le carte sulla scena politica. Tanto da spingere un centinaio di attivisti ed esponenti riformisti – fra cui l’ex sindaco di Teheran Gholamhossein Karbaschi el’ ex portavoce del ministero degli Esteri Hamid Assefi - a chiedere alle autorità iraniane in una lettera, di cui dà notizia ancora Etemad, di cercare proprio un confronto diretto con il presidente Usa, per risolvere i problemi del Paese e lo stallo derivante dal ritiro Usa dall’accordo sul nucleare .

Un’idea che tuttavia sembra avere finora solo trovato bocciature nell’establishment conservatore. Ogni negoziato diretto con Trump equivale ad una resa, ha avvertito il 20 giugno Ali Akbar Velayati, consigliere per la politica estera della Guida suprema Ali Khamenei, citato dall’agenzia Tasnim, vicina alle Guardie della rivoluzione. Ancora più netto il capo degli stessi Pasdaran, Mohamad Ali Jafari: «L'Iran non è la Corea del Nord e non tratterà con gli Usa», è il suo monito ai firmatari dell’appello. «Oggi tutti sanno» aggiunge «che chiudere un accordo con gli Usa significa la morte della Repubblica islamica», ha detto Jafari secondo l’Isna. E ha aggiunto, con un approccio tipico da vecchia guardia, che «Kim Jong-un è un rivoluzionario ma è comunista non musulmano, per questo ha siglato l'intesa con gli americani. Ma noi, come rivoluzionari islamici, non abbiamo alcuna intenzione di farlo». Quanto alle reali intenzioni di Trump, conclude, l'obiettivo «È quello di indebolire il sistema missilistico e difensivo dell'Iran. Abbiamo la capacità di aumentare il raggio dei nostri missili a oltre 2.000 km ma non abbiamo adottato alcuna politica in questo senso».

Sulla stessa linea ufficiale, il giorno dopo il meeting di Singapore, le prime pagine dei giornali iraniani - una trentina quelli esaminati da Iran Front Page -: si va dallo stesso riformista Etemad che titola “Risultato dello storico incontro Trump-Kim: niente per ora”, all’ultraconservatore Khayan che avverte “Trump: potrei cambiare idea, stracciare l’accordo di oggi con Kim fra sei mesi”.

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