Tasse e austerity per i Paesi del Golfo

Gli sceicchi scoprono le tasse: il crollo del prezzo del petrolio, ormai sotto i trenta dollari al barile, ha aperto un buco nelle casse dei Paesi del Golfo, la cui economia è ancora poco diversificata e troppo dipendente dall’energia (l’oro nero assicura il novanta per cento delle entrate).

A trader looks at share prices on an electronic display at the Doha Stock Exchange, Qatar January 18, 2016. REUTERS/Naseem Zeitoon

Così, per diminuire un deficit che rischia di bruciare il patrimonio in valuta straniera accumulato negli anni di bonanza, anche in Medio Oriente ha fatto capolino una parola già sentita in Occidente: austerity. Nel 2016 l’Arabia Saudita taglierà il disavanzo per ben dieci miliardi di dollari e l’Oman ridurrà la spesa per circa 7 miliardi. Il Qatar ha annunciato che alcuni programmi culturali verranno definanziati, anche perché la priorità è la costruzione delle infrastrutture per il Mondiale di Calcio del 2022.

Nel Golfo la diminuzione dei deficit avverrà con una combinazione di tagli di spesa – come l’accantonamento di costosi progetti di investimento el’allentamento dei sussidi, tra cui quelli sui carburanti – e privatizzazioni. Ma per la prima volta si è discusso in maniera aperta della possibilità di introdurre un vero e proprio sistema di tassazione, sia indiretto, sia diretto, quindi sui redditi (adesso ci sono soprattutto lievi imposte municipali e sui profitti, o piccoli balzelli, come i pedaggi autostradali).

Questo sarebbe un fatto rivoluzionario, che romperebbe quel contratto sociale su cui si basa la forza e la stabilità delle monarchie del Golfo: gli sceicchi offrono una tassazione dei redditi pari a zero (o quasi), sia per i cittadini/sudditi che per gli espatriati. I gruppi di élite delegano alla famiglie regnanti la gestione degli affari pubblici, senza intromettersi e senza avere reale rappresentanza, a patto che i governi non li tassino. Quest’offerta fiscale, unita ai programmi di spesa pubblica di varia natura, ha disinnescato le tensioni sociali e fatto in modo che la primavera araba non coinvolgesse la regione (fatta eccezione per il Bahrein, Paese sciita governato dai sunniti, dove la rivolta settaria è stata stroncata dall’intervento delle truppe saudite).

Che cosa accadrà adesso, se questo contratto sociale dovesse essere riscritto? La rivoluzione americana nacque con uno slogan ben preciso: “no taxation without representation”. L’introduzione delle tasse porterà con sé la richiesta di una rappresentanza politica? Alcuni commentatori mediorientali, come l’emiratino Sultan al Qassemi, sostengono di no. Il concetto di tassazione nella prospettiva americana, legato alla partecipazione democratica – in sostanza: contribuisco alle spese collettive, ma voglio decidere dove quelle spese vengono indirizzate – non necessariamente si applica in Medio Oriente. I monarchi, scrive al Qassemi, negli ultimi anni hanno sì promosso l’iniziativa politica individuale, ma con alcuni caveat, escludendo cioè i campi più importanti: difesa, affari interni, esteri, intelligence. E adesso i cittadini potrebbero accettare il nuovo contratto sociale in nome di un’esigenza chiamata sicurezza.

L’introduzione delle tasse arriva in un momento storico, innescato dalla primavera araba, caratterizzato da instabilità e guerre. I Paesi del Golfo ne combattono una direttamente, in Yemen, ed altre indirettamente, in Siria e Libia. Gli attentati compiuti dallo Stato Islamico in Arabia Saudita e Kuwait hanno annullato quel senso di invulnerabilità diffuso tra le monarchie petrolifere, per cui le necessità dettate da una maggiore sicurezza, interna e regionale, potrebbero giustificare l’imposizione di nuove misure fiscali senza allargare la partecipazione democratica.

I rischi di questo nuovo contratto sociale sono molti. Anzitutto, non è detto che l’aumento delle spese in sicurezza porti maggiore stabilità. Inoltre, l’introduzione di tasse sul reddito, peraltro richieste da anni dal Fondo Monetario Internazionale, ridurrebbe l’appeal del Golfo per gli investitori stranieri. La regione ospita la seconda comunità di espatriati dopo gli Stati Uniti e questo flusso si potrebbe arrestare se ci fosse una stretta fiscale. Al Qassemi ricorda la vicenda di Lingah, un porto della Persia meridionale, nel diciannovesimo secolo. I nuovi governanti alzarono le tasse e introdussero nuovi balzelli sui prodotti di base. Nel giro di pochi anni, il porto cadde in disgrazia. All’inizio del ventesimo secolo i mercanti arabi e persiani si spostarono dove il commercio era libero da vincoli, a Dubai.

@vannuccidavide

 

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