L'asse Ankara-Khartoum innesca una crisi armata nel Mar Rosso

La temporanea cessione del mitico porto di Suakim alla Turchia inquieta Al Sisi, che risponde inviando soldati in una base eritrea gestita dagli Emirati. Sale così anche la tensione con l’Etiopia, mentre il Sudan ammassa truppe alla frontiera. Si va verso un conflitto regionale?

L'antico sito del porto di Suakin. REUTERS/ Mohamed Nureldin Abdallah
L'antico sito del porto di Suakin. REUTERS/ Mohamed Nureldin Abdallah

La tensione nella regione del Mar Rosso continua a salire. Gli ultimi aggiornamenti riferiscono dell’invio di nuove truppe da parte del Sudan al confine orientale con l’Eritrea alimentando le frizioni che, oltre ai due Paesi, coinvolgono anche Egitto, Etiopia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti.

Tutto ha avuto inizio il mese scorso, quando Recep Tayyip Erdogan è andato in Sudan. Una missione diplomatica molto importante, anche perché era la prima volta che un presidente turco si recava nell’ex colonia anglo-egiziana, dopo la sua indipendenza nel 1956.

Nel corso della visita, Erdogan e il suo omologo Omar al-Bashir hanno siglato diversi patti commerciali e anche un accordo parallelo che non è stato gradito dall’Egitto. Il pomo della discordia è insito nella temporanea cessione da parte di Khartoum ad Ankara della storica città portuale di Suakin, che la dinastia dei Tolomei chiamava “il porto della buona sorte”, che adesso però sembra diventata foriera di funesti presagi.

Suakin è situata sul Mar Rosso e tra il duecento e il cinquecento fu uno dei porti più trafficati dell’area, crocevia ideale tra Africa e Asia, prima del declino conseguente all’invasione ottomana. Erdogan ha promesso ingenti restauri per riportare la località al suo antico splendore al fine di incrementare il turismo.

È tuttavia evidente che, una volta ristrutturato, oltre a veicolare il traffico commerciale, il porto servirà anche come punto di appoggio per le navi militari. Nella sostanza, la cessione ha creato le premesse perché Ankara possa creare una base navale a poco più di sessanta chilometri da Port Sudan, il più importante scalo portuale sudanese.

Le dure critiche dell’Egitto

L’intesa è stata duramente criticata dal Cairo, tradizionale nemica della Fratellanza musulmana e di conseguenza molto prevenuta nei confronti di Erdogan, considerato il leader politico di riferimento del movimento religioso.

Senza dimenticare, che i legami tra Turchia ed Egitto si sono raffreddati da quando Ankara ha fermamente condannato il golpe militare egiziano del 2013, che ha rovesciato il presidente democraticamente eletto Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli musulmani.

Da parte sua, Ankara ha cercato di stemperare le tensioni attraverso le dichiarazioni di Serdar Çam, il presidente della Tika, l’Agenzia turca per la cooperazione allo sviluppo, il quale ha affermato che «la Turchia sta solo creando le infrastrutture di base di cui necessita il Sudan».

Çam ha spiegato che «l’obiettivo di questo impegno è dimostrare che i Paesi dell’area sono effettivamente in grado di intraprendere processi di sviluppo sostenibili, quando vengono realizzati progetti che considerano i bisogni reali della popolazione, indipendentemente dall’entità dei finanziamenti».

Dal canto suo, Khartoum attraverso l’ambasciatore sudanese in Arabia Saudita ha risposto dicendo che «Suakin appartiene al Sudan e a nessun nessun altro e promettendo che l’accordo con Ankara non danneggerà la sicurezza dei Paesi arabi».

Le rassicurazioni, però, non sono state sufficienti a ricucire lo strappo, come prova la reazione dell’Egitto, che ha risposto inviando in una base eritrea gestita dagli Emirati Arabi Uniti, al confine con il Sudan, un centinaio di soldati dotati di armi hi-tech e veicoli blindati pesanti. E Khartoum ha reagito richiamando l’ambasciatore al Cairo per consultazioni e sigillando la regione di Kassala al confine con l’Eritrea, dove ha schierato migliaia di soldati.

Un monito per l’Etiopia

L’invio di militari egiziani in Eritrea vuole però essere anche un monito per l’Etiopia, che da un decennio ha raffreddato le relazioni con l’Egitto, a causa della costruzione della cosiddetta Grande diga del rinascimento etiope (Gerd), che è iniziata nel 2011 e una volta terminata sarà la più importante centrale idroelettrica dell’Africa.

Il progetto da 4,8 miliardi di dollari sarà edificato sul Nilo Azzuro, il tratto del fiume che nasce in Etiopia e si congiunge con il Nilo Bianco a Khartoum, in Sudan. Per realizzare la grande opera, l’Etiopia ha deciso unilateralmente di deviare il corso del fiume, mentre il Cairo teme che la posizione della diga possa ridurre di 55,5 miliardi di metri cubi l’acqua del Nilo a sua disposizione, mettendo in forse lo sviluppo del Paese. Tuttavia, l’Etiopia insiste sul fatto che il progetto avrà un effetto positivo sull’aumento della produzione di elettricità in Egitto e in Sudan.

Non va dimenticato, che l’Eritrea ha combattuto una guerra di confine con l’Etiopia, che tra il maggio 1998 e il maggio 2000 causò la morte di circa 60mila persone. Nel frattempo, numerosi incidenti di frontiera si sono ripetuti nel tempo e le due nazioni dell’Africa orientale sono tecnicamente ancora in guerra.

Mentre l’Egitto, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti si sforzano di espandere la propria influenza e assicurarsi alleati nella regione;  le relazioni tra gli Stati africani coinvolti nella disputa potrebbero continuare a peggiorare, fino a gettare le basi di un conflitto con Eritrea ed Egitto, da una parte, contro Etiopia e Sudan, appoggiati dalla Turchia, dall’altra.

L’auspicio più immediato è che nel prossimo vertice dell’Unione africana, in programma alla fine di questo mese ad Addis Abeba, i capi di stato africani riescano a trovare una soluzione per scongiurare il rischio di un conflitto regionale.

@afrofocus

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