La prima scintilla di rivolta nella Thailandia guidata dai militari

Poche migliaia di persone sono scese in strada a Chiang Mai in difesa di un bosco. Per quanto piccola, è la prima manifestazione di protesta da quando i militari hanno preso il potere (2014), vietando ogni raduno. Ed è solo l’inizio. Perché il popolo thai vuole tornare alle urne

Proteste contro il primo ministro thailandese Prayuth Chan-ocha a Bangkok, Tailandia, 5 maggio 2018. REUTERS / Soe Zeya Tun
Proteste contro il primo ministro thailandese Prayuth Chan-ocha a Bangkok, Tailandia, 5 maggio 2018. REUTERS / Soe Zeya Tun

Chiang MaiDomenica 29 aprile a Chiang Mai, nella seconda città più grande della Thailandia, nel nord del Paese, più di un migliaio di persone sono scese in strada per chiedere l'abbattimento di un progetto di edilizia residenziale di lusso per pubblici ufficiali sui terreni boschivi del monte Doi Suthep, considerato sacro dalla popolazione. È stata la prima manifestazione di dissenso da quando i militari hanno preso il controllo con il colpo di Stato del 22 maggio 2014 e hanno vietato qualsiasi forma di protesta.

I manifestanti, guidati dall'attivista Teerasak Rupsuwan del Network to Reclaim Doi Suthep Forest, sono partiti dal Tha Phae Gate – storica porta della città vecchia – per chiedere al governo del generale Prayuth Chan-Ocha di demolire i nuovi edifici destinati ai giudici e di restituire l'area alle foreste circostanti, minacciando nuove dimostrazioni.

Per ora la situazione è tornata alla normalità. Domenica Suwapan Tanyuwattana, portavoce del Primo Ministro, ha fatto sapere che «le case per funzionari sui terreni montuosi non saranno occupate». Il Dipartimento del Tesoro «sarà responsabile della misurazione della foresta originale attorno alle costruzioni, che sarà restituita allo stato brado il più rapidamente possibile».

La notizia della decisione del governo, che comunque ancora non prevede la demolizione degli edifici, è stata sicuramente una vittoria per i manifestanti. «Sono contento del risultato di oggi. Daremo alle autorità un po' di tempo per lavorarci ma terremo sempre gli occhi aperti fino a quando tutte le strutture non saranno abbattute e la terra non tornerà in libertà» ha dichiarato il leader del network ambientalista.

La manifestazione andata in scena a Chiang Mai ai nostri occhi può risultare modesta, visto l'esiguo numero di persone scese in piazza. Ma per la Thailandia attuale è molto significativa. Si tratta della più grande dimostrazione di dissenso avvenuta nel Paese dal golpe del 2014, quando la giunta militare è andata potere, rendendo illegale qualsiasi tipo di raduno pubblico superiore alle cinquanta persone. E limitando, di fatto, la libertà di espressione in quello che viene chiamato il “Paese dei sorrisi”. La protesta, inoltre, è l'inizio di una lunga serie di dimostrazioni, che si dovrebbero svolgere in coincidenza con l'anniversario del colpo di Stato di quattro anni fa, per richiedere di anticipare le elezioni - previste nel prossimo febbraio - entro la fine del 2018.

Proprio per questo il governo si sta organizzando. I vertici dell'esercito stanno preparando un apposito manuale per gestire e prevenire le manifestazioni di piazza. Una volta completato, spiega il generale Kongcheep Tantravanich a Khaosod English, il volume sarà consegnato al personale militare che sarà così pronto a coordinare la sicurezza: «Ci occuperemo di controllare la protesta per rimanere entro i confini legali, evitare conflitti tra i manifestanti e gli agenti e prevenire qualsiasi violazione dei diritti umani».

Ma la preoccupazione che le manifestazioni possano essere represse in maniera violenta è molto alta. L'esercito, infatti, è stato usato diverse volte per sopprimere le principali proteste nella storia politica del Paese, causando numerose vittime. Nelle repressioni militari andate in scena nell'ottobre 1973, nel maggio del 1992 e all'inizio del 2010, sono rimaste uccise centinaia di persone. Tra queste anche il fotoreporter freelance italiano Fabio Polenghi che, proprio nel 2010, si trovava a Bangkok per documentare i cortei antigovernativi.

Per capire se la situazione in Thailandia tornerà di nuovo infuocata, bisogna dunque aspettare il prossimo 19 maggio, quando diverse sigle di attivisti hanno indetto una protesta di tre giorni in un luogo non ancora reso pubblico.

Intanto, però, i militari al potere si sono portati avanti: «Qualsiasi comportamento violento influenzerà la tabella di marcia verso le elezioni», ha dichiarato due giorni fa il premier Prayut Chan-o-cha. Un avvertimento che sembra preannunciare, ancora una volta, lo slittamento delle elezioni e la permanenza della dittatura.

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