Il segretario di Stato Rex Tillerson cancella anni di silenzi sul coinvolgimento statunitense negli anni bui delle dittature, elogiando i militari latinoamericani come “agenti del cambiamento”. E cita il Venezuela di oggi. Un auspicio realistico?

Un ritratto di Hugo Chavez alle spalle del ministro della Difesa, il Generale Vladimir Padrino Lopez, durante una conferenza stampa. Caracas, Venezuela, 2 febbraio 2018. REUTERS / Marco Bello
Un ritratto di Hugo Chavez alle spalle del ministro della Difesa, il Generale Vladimir Padrino Lopez, durante una conferenza stampa. Caracas, Venezuela, 2 febbraio 2018. REUTERS / Marco Bello

Rex Tillerson, il segretario di Stato americano, ha rotto un tabù. Lo ha fatto parlando di Venezuela, alla vigilia del tour che lo sta portando in Messico, Argentina, Perù, Colombia e Giamaica.


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Tillerson si è avventurato a dire cose che non si sentivano forse dai tempi di Henry Kissinger. «Nella storia del Venezuela e dei Paesi dell'America del sud, molte volte i militari sono agenti di cambiamento quando le cose vanno molto male e i leader non riescono più a servire il loro popoli». Sono proprio i militari che in quel caso «gestiscono una transizione pacifica». Succederà anche a Caracas? Risposta sibillina: «Se questo sarà il caso o no, non lo so».

Le parole di Tillerson all'Università del Texas hanno spazzato via almeno trent'anni di imbarazzi delle amministrazioni Usa sul loro ruolo attivo nella lunga notte della democrazia che dalla metà degli anni '70 è scesa sull'America latina. Quelle che il segretario di Stato chiama transizioni pacifiche sono durate anni: 6 in Argentina, 12 in Uruguay, 17 in Cile. In Bolivia dal 1964 al 1982, in Paraguay addirittura dal '54 all'89. E si sono dispiegate con una ferocia che ormai nessuno può negare. Sembrano così sepolte le scuse di Obama durante il viaggio in Argentina di due anni fa.

Ma il vero obiettivo di Tillerson è il Venezuela. Certo, la sua potrebbe sembrare una vendetta personale. Era a capo della Exxon quando nel 2007 l'allora presidente Hugo Chavez all'apice del successo decide di nazionalizzare l'intero pacchetto petrolifero. La Exxon rifiuta il compenso di esproprio chiedendo l'arbitrato della Banca Mondiale e reclamando 15 miliardi di dollari. Il verdetto è uno schiaffo: il prezzo viene stabilito in 1,6 miliardi. "Pdva se la ganó a Exxon" - la petrolifera di Stato ha sconfitto la Exxon - festeggiavano i chavisti. E Tillerson non è un uomo che dimentica.

Ricordandosi di essere anche il capo della diplomazia, l'uomo di Trump ha comunque precisato che gli Stati Uniti «non sostengono un cambio di regime o la rimozione del presidente Maduro ma un ritorno alla Costituzione». Ha aggiunto di «non avere piani operativi o di intelligence» ma ha lasciato capire che i militari venezuelani potrebbero giocare la loro parte.

Le parole del segretario di Stato arrivano in un momento estremamente delicato a Caracas. Non sono le minacce di una opzione militare che solo qualche mese fa sbandierava Trump - facendo ricompattare tutti i governi latinoamericani, anche i più conservatori - ma provano a insinuarsi nell'incubo di Maduro, che in questi quattro anni ha fatto il possibile per rinsaldare l'alleanza civico-militare che è il fondamento del chavismo.

Così, se Tillerson ha galvanizzato in pubblico i dirigenti chavisti (che così possono sfoggiare ancora una volta tutta la retorica anti-imperialista), potrebbe averli innervositi in privato. Il comunicato di condanna è partito dopo un silenzio di qualche ora. Il giorno dopo tutto il comando delle Fanb - le forze armate, il cui capo di Stato Maggiore è anche ministro della Difesa - ha fatto una dichiarazione solenne di fedeltà.

Che i militari possano giocare un ruolo nella disastrosa crisi venezuelana è un sogno a lungo accarezzato dai leader oppositori, prova ulteriore del modo maldestro con cui hanno gestito ogni passaggio critico in questi anni. Così erano in tanti a sperare in una qualche crepa nel corpo militare durante i mesi delle dure proteste di strada dell'anno scorso, quando il regime sembrava sul punto di spezzarsi a forza di repressione. Persino Henrique Capriles, tra i pochi dirigenti capaci di tenere un equilibrio e di guardare un po' in profondità, nella sua trasmissione quotidiana su Radio Caracas ha più volte fatto riferimento a rumors e movimenti di ufficiali nervosi o critici. Ma è sempre stato un sogno mai realizzato.

Il fatto è che le forze armate venezuelane, così come sono state ristrutturate da Chavez, non sono un'istituzione neutra o di garanzia. E nonostante la Costituzione proibisca loro qualsiasi attività politica, si dicono socialiste e in difesa della Rivoluzione. Sono così incorporate nella vita pubblica, che almeno un terzo dei ministri - oltre all'attuale presidente di Pdvsa - e molti governatori sono militari attivi o in pensione. A loro è stata affidata la gestione di una grande fetta dell'economia statale, dal settore estrattivo alla rete di distribuzione alimentare. Se l'alleanza con i dirigenti chavisti ha funzionato è anche perché si è cementata su un giro d'affari colossale, cui è difficile rinunciare. Alla fine, se un ruolo ce l'hanno, sta tutto dentro al chavismo.

D'altra parte oggi la situazione politica a Caracas sembra molto più caotica di quello che appare. Il governo preme per chiudere un accordo con l'opposizione - o almeno una parte - mentre, nel frattempo e in aperta contraddizione, l'Assemblea costituente chiede elezioni subito, a regole del gioco inalterate. Le sanzioni e l'isolamento bruciano e tutti si aspettano che la coppia Tillerson-Trump ne applichi di nuove e ben più pesanti, commerciali e petrolifere, mentre qualunque canale - persino russo o cinese - di ossigeno finanziario sembra precluso.

Secondo Michael Penfold, un analista politico che insegna tra l'altro allo Iesa, la Scuola di amministrazione pubblica di Caracas, «dai tavoli di negoziato in Repubblica dominicana, il Governo parla a un certo gruppo dentro il chavismo, fondamentalmente legato ai militari, mentre dalla Costituente si comunica con un altro gruppo più radicale del partito». In altre parole Maduro ha fretta ma deve tenere insieme le varie anime di un organismo sotto pressione. Il paradosso, secondo Penfold, è che poche volte come «dai tavoli in Dominicana si sono viste tutte le cuciture del oficialismo».

Il professore ricorda un'analogia interessante: in Nicaragua alla fine degli anni '80, un Paese nel baratro economico, i sandinisti e l'opposizione negoziarono un quadro di regole per andare alle elezioni. Un nuovo consiglio elettorale, garanzie di pari opportunità e trasparenza, osservatori internazionali. Violeta Chamorro, si sa, divenne presidente nel 1990 sconfiggendo Daniel Ortega. «Successe non solo perché l'opposizione era unita e la candidata autorevole ma perché tra gli accordi stabilirono chiare garanzie per i sandinisti e tra queste il mantenimento del loro controllo sulle forze armate». Nel caos caraqueño, si potrebbe ripetere?

In questo caso, le parole di Rex Tillerson avrebbero un loro senso.

@fabiobozzato

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