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To the shores of Tripoli: gli Stati Uniti d'America e i corsari barbareschi

“From the halls of Montezuma, to the shores of Tripoli”. Senza musica è più difficile capire di cosa stiamo parlando. Il verso, è l'incipit dell'inno dei Marines degli Stati Uniti, Corpo entrato nell'immaginario collettivo grazie alle pellicole hollywoodiane ambientate nel Pacifico e in Vietnam, ma in realtà attivo da oltre due secoli. E le “shores of Tripoli”, ovvero le spiagge d Tripoli, ricordano un passato di guerra... contro i corsari barbareschi, che proprio a Tripoli e ad Algeri avevano le loro basi.

Il corsaro Dragut Reis (Arch. fotogr. Giancarlo Costa – Milano). Photo credits www.stilearte.it

Corsari e non pirati: una bella differenza anche se, nel lessico comune, i due termini finiscono inevitabilmente per sovrapporsi. Il pirata è un predone del mare; l'azione corsara, invece, rientra in un contesto militare di guerra marittima, non convenzionale, per conto di una nazione.

Nei Secoli XVI, XVII e XVIII la còrsa era una pratica diffusa e alla quale ricorrevano inglesi, francesi e spagnoli per affermare la propria influenza commerciale e marittima sull'Oceano Atlantico, lungo le rotte per il Nuovo Mondo. Nel Mediterraneo, invece, la supremazia ottomana sul mare si articolava, soprattutto, grazie ai corsari nordafricani.

Non che la Grande Porta (Impero ottomano, nda) mancasse di una propria marina militare, ma la perizia e le capacità dei marinai barbareschi avevano spinto Costantinopoli a concedere ai bey (governatori) l'amministrazione dei domini del Nord Africa e la possibilità di armare proprie flotte.

I comandanti barbareschi potevano accrescere ricchezze e potere, saccheggiando i vicini litorali italiani e spagnoli; tuttavia, erano anche tenuti a versare parte dei loro proventi al Sultano.

La prospettiva di facili guadagni, però, non è un elemento sufficiente a motivare oltre trecento anni di fiorente attività. Il saccheggio assicurava profitto, d'accordo, ma esponeva al rischio di essere uccisi o di finire al remo sulle galee nemiche.  Se non il solo denaro, cosa motivava un corsaro a rischiare la vita in mare? La fede.

La religione era l'innseco di un'attività predatoria, interpretata come estensione della guerra santa agli infedeli, nonché giustificazione alla loro cattura e riduzione in schiavitù, a prescindere dal ceto, dal genere e dall'età.

Fede che, in alcuni casi, poteva voler dire libertà. Convertirsi all'Islam (spesso più per opportunismo, che non per reale convincimento), equivaleva ad una vita meno dura e alla possibilità di scalare la gerarchia sociale. Esempi celebri, sono il calabrese Giovanni Dionisi e il siciliano Scipione Cicala, entrambi destinati a entrare nell'immaginario collettivo delle popolazioni cristiane come Occhiallì e Cicalazadé, leggendari comandanti della marineria musulmana del XVI Secolo.

Stando a recenti studi, sarebbero circa un milione i cristiani schiavizzati dai barbareschi, fra il 1500 e la fine del 1700. La manodopera servile, d'altronde, era uno dei pilastri della “società” corsara: forza lavoro a costo zero per campi, miniere e cantieri navali; forza motrice per le galee, principale unità del tempo, a propulsione alternata vela-remi. E, ancora, fonte di guadagno che derivava sia dalla vendita, sia dalla richiesta di riscatto. Non mancavano, poi, i tributi che alcuni paesi versano per assicurarsi libero transito nelle acque algerine e libiche. E' il caso degli Stati Uniti che, nel 1784, accordarono al bey di Tripoli un pagamento di circa un milione di dollari, come tassa annuale per la protezione del naviglio mercantile.

Un prezzo alto che, nel 1801, aumentò a causa delle pressioni del bey di Tripoli. Ne seguì una crisi diplomatica, che spinse l'allora presidente Thomas Jefferson ad inviare una squadra navale per tutelare i traffici americani nel Mediterraneo. La cattura della USS Philadelphia e del suo equipaggio,  aprì le ostilità fra gli Stati Uniti e il dominio libico. Per quattro mesi (febbraio-giugno 1804), la marina statunitense impose un blocco navale al porto di Tripoli. L'anno successivo, un contingente di marines occupò la città di Derna, costringendo il governatore ottomano alla resa.

Nel corso del XVIII Secolo, lo spostamento dei traffici commerciali all'Oceano Atlantico e l'evoluzione tecnologica degli eserciti occidentali avevano rallentato l'espansionismo ottomano in terra e in mare.

Agli inizi dell'Ottocento, però, i barbareschi tornano a minacciare il Mediterraneo, approfittando dell'impegno degli europei nelle campagne napoleoniche  (1803-1815) e degli americani nella guerra contro l'Inghilterra del 812-1815. Nel 1812, il bey di Algeri sequestra un equipaggio statunitense, usando come pretesto il mancato pagamento di un tributo.  La risposta di Washington è molto dura: nel 1815, una grossa flotta incrocia le acque di Algeri, costringendo il governatore ad accettare una trattativa che si conclude, il 3 luglio, con il rilascio di tutti i prigionieri e la rinuncia a futuri tributi.

Il conflitto con i barbareschi ha come conseguenza uno stravolgimento degli equilibri nel Mediterraneo. Rinunciare ai tributi, alle scorrerie e agli schiavi è un duro colpo per i bey e per il sistema economico dei territori da loro governati. Inoltre, le due spedizioni condotte dagli americani palesarono apertamente la debolezza dei governatori ottomani, ormai incapaci di fronteggiare le nazioni occidentali. Non a caso, fu proprio in seguito ad una missione anti pirateria che la Francia conquistò l'Algeria, nel 1830.

La fine della redditizia attività piratesca, la distruzione della flotta turca nella battaglia di Navarino (1827) e, tre anni dopo, l'indipendenza della Grecia, ridimensionano il ruolo dell'Impero ottomano nel Mediterraneo. Alle perdite territoriali, inoltre, Costantinopoli deve far fronte anche al nazionalismo balcanico e all'espanismo dell'Impero russo, che cerca di aprirsi uno spazio oltre i Dardanelli.

Quanto agli Stati Uniti, oggi la memoria delle guerre barbaresche è ancora viva nei libri di Storia, nell'inno dei Marines e nel corredo degli ufficiali dei Marines. Secondo la tradizione del Corpo, infatti, sarebbe stata la sciabola del bey di Tripoli, confiscata da un tenente, ad ispirare le linee di quella in dotazione all'uniforme da cerimonia.

@marco_petrelli

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