Torture e pulizia etnica. La guerra sporca all’Isis degli alleati Usa

Fino a che punto è lecito spingersi per combattere l’Isis? Se lo stanno chiedendo in tanti negli Stati Uniti a fronte delle notizie sempre più dettagliate degli abusi compiuti dalle milizie sostenute da Washington in Iraq, in particolare contro la popolazione sunnita, e proprio in nome della guerra allo Stato Islamico.

Tikrit, IraqA member of the Iraqi army carry a rocket as he prepares to launch towards Islamic State militants in Tikrit March 30, 2015. Iraqi security forces continued their offensive against Islamic State militants on the outskirts of Tikrit on Monday, in an operation slowed by bombs and booby traps. REUTERS/Alaa Al-Marjani

Accanto alle ben note atrocità perpetrate dai jihadisti, diffuse via web e rilanciate dai media occidentali, si moltiplicano anche le denunce dei crimini compiuti dai guerriglieri dello Hashd al-Shaabi, il termine sotto il quale si identifica l’insieme dei guerriglieri che da luglio prendono parte alla campagna anti-Isis. Crimini che, in alcuni casi, non sembrano differenziarsi molto da quelli commessi dai famigerati “tagliagole” di al-Baghdadi.

Guerra sporca

Il periodo incriminato è la seconda metà dello scorso anno. Si tratta dei mesi che seguono la presa di Mosul da parte dell’Isis e la chiamata alle armi dell’ayatollah sciita Ali al-Sistani. A partire da allora le milizie sciite, stimate in circa 20mila uomini e sostenute anche dall’Iran, hanno visto crescere la propria influenza in Iraq, alimentando il timore di un riaccendersi delle violenze settarie mai del tutto sopite.

Alcuni recenti documenti aiutano a ricostruire il quadro della “guerra sporca” in corso in territorio iracheno, portando alla luce “l’escalation avvenuta negli ultimi mesi”. In un report pubblicato a febbraio da Human Rights Watch si parla di sfollamenti forzati, rapimenti, tortura ed esecuzioni sommarie, di cui è vittima in particolare la popolazione sunnita. Tra gli episodi citati vi è l’allontanamento di almeno 3mila persone dalla zona di Muqdadiyya nella provincia di Diyala, a nordest di Baghdad, nel solo periodo che va da giugno a ottobre del 2014.

Un mese dopo la stessa ong descrive gli abusi compiuti dalle milizie filogovernative sciite ad Amerli, subito dopo la liberazione. Il documento (“After Liberation Came Destruction”) pone l’attenzione proprio su quanto accaduto nella città settentrionale dell’Iraq all’indomani della cacciata dell’Isis, avvenuta ad agosto. Nei tre mesi successivi “le milizie filogovernative e i combattenti volontari e le forze si sicurezza irachene hanno assaltato i villaggi sunniti e i dintorni di Amerli”, hanno “saccheggiato i beni dei civili che erano sfuggiti ai combattimenti durante l’attacco, bruciato case e botteghe degli abitanti sunniti del villaggio, e usato esplosivi e armi pesanti per distruggere case o interi villaggi”. I racconti di decine di testimoni, compresi ufficiali Peshmerga e autorità locali, hanno trovato conferma nelle immagini satellitari raccolte.

In molte occasioni le atrocità attribuite agli alleati iracheni di Washington assomigliano a quelle commesse dallo Stato Islamico. Dalla scorsa estate sui social iracheni circolano immagini e video che mostrano soldati con addosso l’uniforme di alcuni corpi di élite dell’esercito di Baghdad, addestrati dagli Usa, nell’atto di compiere atrocità contro civili, torture ed esecuzioni sommarie. In diverse foto si vedono soldati dell’esercito iracheno che posano accanto a teste mozzate, proprio come nelle note immagini dei militanti dell’Isis.

Il materiale in circolazione, raccolto di recente e pubblicato dal network Usa Abc, è di tale portata da avere spinto l'Alto commissariato Onu per i diritti umani a condannare le Forze di sicurezza irachene per alcune operazioni militari “che possono essere equiparate a crimini di guerra” e a costringere il governo di Baghdad ad aprire un’apposita inchiesta.

Il ritorno della pulizia etnica

Quello che emerge dalle denunce degli ultimi mesi è che nella maggior parte dei casi le violenze hanno il preciso compito di ridisegnare etnicamente alcune aree dell’Iraq, seguendo pratiche che hanno contraddistinto l’Iraq post-invasione Usa ma che hanno ritrovato linfa negli ultimi mesi, in nome della lotta all’Isis.

A farne le spese è principalmente la popolazione sunnita: già a luglio un funzionario del ministero della Sanità dichiarava che “i sunniti sono una minoranza a Baghdad, ma sono la maggioranza negli obitori”, mentre a ottobre Amnesty International denunciava i rapimenti e le uccisioni compiute durante le operazioni anti-Isis a Baghdad, a Samarra e a Kirkuk, specificando che “le milizie sciite stanno prendendo di mira brutalmente i civili sunniti su basi settarie con la scusa di combattere il terrorismo, nell’apparente intenzione di punire i sunniti per l’affermazione dell’Isil”.

Simile l’analisi, più recente, di Human Rights Watch, secondo cui le campagne condotte alla fine del 2014 dalle milizie anti-Isis miravano ad alterare la composizione demografica di province tradizionalmente non omogenee dell’Iraq come Salah al-Dine Kirkuk: “Gli incendi diffusi di abitazioni civili da parte delle milizie in aree poste sotto il loro controllo sembravano non avere alcun chiaro obiettivo militare e rappresentare invece una punizione collettiva contro gli abitanti dei villaggi sunniti”.

Tra gli imputati ci sono anche le forze kurde irachene attive nel nord del Paese, nella regione contesa tra il governo centrale di Baghdad e quello regionale. Qui, nelle aree riconquistate all’Isis, migliaia di arabi sono stati confinati in “zone di sicurezza”. Di fatto è stato proibito loro per mesi di ritornare nelle proprie case nelle province di Ninawaed Arbil, mentre le stesse limitazioni non sono state applicate alla popolazione kurda, a cui anzi è stato consentito anche di occupare abitazioni abbandonate dagli sfollati.

Tikrit a rischio

Adesso il rischio principale è che le stesse violenze si ripetano altrove, a partire da Tikrit. L’assedio in corso alla città natale di Saddam Hussein, a maggioranza sunnita e attualmente ancora sotto parziale controllo Isis, vede in prima linea proprio le milizie sciite, principali protagoniste dei citati abusi.  

Nei giorni scorsi una figura religiosa di spicco come Abdel Sattar Abdul Jabbar ha chiesto alle autorità irachene di porre fine agli attacchi contro i sunniti, che rischiano di alimentare le tensioni settarie. Per il momento il governo di Baghdad si è limitato alle dichiarazioni di circostanza, sostenendo di essere impegnato a verificare le accuse relative ai mesi scorsi e affermando che le milizie impegnate nella campagna di Tikrit hanno ricevuto “ordini molto chiari” di “rispettare i diritti umani delle comunità locali”.

In realtà il ruolo delle milizie sciite continua ad essere centrale, e a spaventare la popolazione sunnita.

Proprio questo timore può essere visto di per sé come una delle ragioni che spiegano la facile affermazione dell’Isis in certe aree dell’Iraq. Come ha scritto Jessica Stern, docente ad Harvard e autrice di  “ISIS: The State of Terror”, “il governo anti-sunnita e filo sciita di Nuri al-Maliki ha rappresentato una delle grandi ragioni per cui l’Isis è riuscito a mettere radici in Iraq”, visto che “molti sunniti si sentivano sotto assedio e l’Isis veniva visto come un salvatore”. L’avvicendamento dello scorso agosto, con la nomina a premier di Haider al-Abadi, non sembra aver cambiato le cose.

@carlomariamiele

 

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