Quei pirati che trafficano in esseri umani tra Africa e Penisola arabica

Dal porto somalo di Bosaso sul Golfo di Aden da tempo passano schiavi oltre che merci. E il traffico di persone - migranti che puntano alle petromonarchie, ma anche vittime della tratta sessuale – rimane uno dei più proficui per i pirati. Contro i quali Ue e Nato schierano le loro task force

Il porto di Bosaso, nel Puntland della Somalia il 19 aprile 2015. REUTERS / Feisal Omar
Il porto di Bosaso, nel Puntland della Somalia il 19 aprile 2015. REUTERS / Feisal Omar

Bosaso è un nome che alla maggior parte dei lettori non dirà nulla, eppure in Somalia è piuttosto noto: città principale della provincia somala di Bari è uno scalo commerciale sul Golfo di Aden, fra le città più ricche della nazione africana. Divisa in sedici distretti, la città ha un college, una università – la East Africa University - e un Istituto di formazione sanitaria. Il suo porto ha un valore strategico: distante appena 300 chilometri dalle coste yemenite consente rapidi collegamenti fra Penisola arabica e Africa. .

A Bosaso, però, non si traffica solo in merci poiché sulle sue banchine si affollano migliaia di migranti in cerca di una vita migliore nelle monarchie del Golfo. E siccome il viaggio via terra è pressoché impossibile per lunghezza e per rischi, salire su una fusta o su un sambuco e tentare la traversata appare la scelta migliore. Appare perché, al di là dei canali legali per raggiungere al Makalla o altre località dello Yemen, ne esistono altri gestiti dalla criminalità locale in particolare da quei pirati somali che fanno base nella città costiera e che si arricchiscono con il mestiere di scafisti.

Un po’ di storia

Difficile che un luogo diventi sede di traffici illeciti per puro caso, specie in un continente come l’Africa dove oasi, porti e snodi sono noti a viandanti e a carovanieri da millenni: Cufra, ad esempio, è da secoli centro di smistamento di mercanzie e di schiavi prelevati dall’Africa sub-sahariana e condotti verso il Mediterraneo e, tuttora, è tappa obbligata per gli smugglers in viaggio per giorni per le dune del Sahara. A Bosaso gli arabi commerciarono schiavi Bantu fino alla fine del XIX secolo. Ridotti in catene per il lavoro nelle città somale o deportati oltremare attraverso Aden, i Bantu venivano caricati sulle navi dei mercanti proprio nel porto nel nord del Paese.

Attualità

Oggi scalo ed entroterra godono di un certo sviluppo economico, nettamente superiore ad altri distretti della Somalia. Tuttavia, il reddito medio pro-capite è fra i più bassi al mondo e l’instabilità del Paese favorisce attività criminose, dallo smaltimento di rifiuti tossici alla compravendita di armi e di esseri umani. Un fenomeno ben chiaro alle agenzie internazionali: già nel 2006 Un Ocha Somalia stimava 13mila imbarchi per lo Yemen in un solo anno, per la maggior parte etiopi che cercavano di abbandonare l’Africa.

Sei anni dopo un rapporto della Missione diplomatica statunitense per la Somalia ha fornito un quadro ancora più chiaro e dettagliato dei traffici: “Le vittime sono principalmente somale. Le donne e le ragazze sono esposte alla tratta sessuale a Garowe, Las Anod e nelle città dei pirati come Eyl e Harardheere. Le giovani vengono accompagnate nelle zone costiere, in particolare a Bosaso e Puntland o destinate alle case dei pirati come domestiche o schiave del sesso”.

La relazione sottolinea la difficoltà di avere dati più certi sul volume della tratta a causa della instabilità politica della nazione, fornendo però ulteriori informazioni sui canali dei trafficanti. “Altre vittime sono uomini e bambini, impiegati nei lavori agricoli o nell’edilizia. Medio Oriente e Golfo Persico sono le destinazioni principali per le donne etiopi, qui avviate alla prostituzione, e i bimbi costretti all’accattonaggio forzato

Una situazione che il recente ritorno in forza della pirateria somala ha riportato di attualità, in un quadro yemenita deteriorato dal conflitto.

La missione internazionale

Facendo leva sulla fame e sulla mancanza di alternative, i bucanieri del 2018 assoldano giovani con la promessa di un guadagno facile, riuscendo così a conquistare - con denaro e terrore - l’appoggio delle popolazioni rivierasche e dell’entroterra ed estendendo la loro area di potere e di influenza.

Contro questa piaga l’Unione Europea ha lanciato Eu Navfor Atalanta, missione ad ampio raggio in cui cooperano marine di altri Paesi, fra cui la Cina, per rendere sicuro un tratto di mare attraversato da cargo e container europei, americani, asiatici. L’operazione copre, però, un’area molto vasta poiché i pirati si spingono ben oltre Aden, lambendo addirittura le coste dell’India, delle Seychelles, delle Mauritius e delle Comore.

Dal 2009, inoltre, anche la Nato dispone di una propria task forceOperazione Shield, che si occupa di contrasto alla pirateria. In totale 4 milioni 700 mila miglia nautiche da controllare, vale a dire uno spazio enorme che, nonostante gli impegni multinazionali, continua ad essere bucato dai trafficanti come ammette la Central Intelligence Agency nel suo Word Factbook alla voce Somalia: “Durante la prima metà del 2017 nove navi sono state attaccate o dirottate, contro le due del 2016”.

Ma se colpire un grosso mercantile è rischioso, catturare disperati nei villaggi interni resta un’attività molto redditizia poiché si può far leva sulla scarsità dei controlli o sulla totale assenza di autorità nelle aree più periferiche. Altre volte, invece, pare che le stesse autorità locali vengano in aiuto: nel 2008 il free lance Idle Moallim fu arrestato a Bosaso perché, stando ad una denuncia della National Union of Somali Journalists, cercava di documentare i viaggi fra il porto somalo e lo Yemen.

Circa mezzo milione i somali e gli etiopi che hanno attraversato Aden fra il 2006 e il 2012, in media 83mila all’anno, un trend che subisce una piccola flessione in seguito al collasso della Libia e all’apertura delle nuove rotte mediterranea e balcanica. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite International Organization for Migrants, infatti, nel 2017 sarebbero stati 55mila gli attraversamenti illegali da Bosaso e dagli altri porti somali, cifre dunque minori rispetto a quelle proposte dai media occidentali in relazione ai migranti che attraversano il Mediterraneo.

I numeri in decrescita non significano che il fenomeno sia meno grave perché la tratta nel Golfo di Aden si intreccia con la pirateria e con altri fenomeni di sfruttamento, soprattutto sessuale, che coinvolgono anche i profughi siriani e le giovani donne di poverissimi Paesi dell’Europa orientale che, dietro la promessa di un lavoro negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar, finiscono per essere schiave sessuali vendute a facoltosi clienti.

@marco_petrelli

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