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Cosa rimane dell'incredibile tregua afghana

Per 3 giorni gli afghani hanno assaporato la pace, mentre insorgenti e militari socializzavano. Accettando l’offerta del presidente, i talebani hanno ottenuto una doppia vittoria: dimostrano di essere uniti e spingono gli Usa a un’inedita apertura. Ma l’accordo è lontano. E l’Isis è in agguato

La gente celebra il cessate il fuoco nel distretto di Rodat nella provincia di Nangarhar, Afghanistan, 16 giugno 2018.REUTERS / Parwiz
La gente celebra il cessate il fuoco nel distretto di Rodat nella provincia di Nangarhar, Afghanistan, 16 giugno 2018.REUTERS / Parwiz

Da venerdì a domenica, in Afghanistan c’è stato un avvenimento senza precedenti, inatteso ed eccezionale. Una tregua di tre giorni. Tre giorni durante i quali gli afghani si sono riappropriati di strade e piazze, senza preoccupazioni per la loro incolumità, assaporando quella pace che invocano sempre di più. Tre giorni di scene mai viste: abbracci, pacche sulle spalle, selfie, strette di mano e festeggiamenti tra funzionari di Kabul e barbuti, alcuni dei quali accolti calorosamente da ministri e generali o nelle residenze dei governatori provinciali, come accaduto a Jalalabad, nella turbolenta provincia orientale di Nangarhar.

La tregua è il frutto di una combinazione di pressione dal basso e iniziativa diplomatica dall’alto. Va riconosciuto al presidente Ashraf Ghani di aver avuto coraggio, tessendo la tela e azzardando la prima mossa pubblica: l’annuncio di una tregua unilaterale di 8 giorni da parte del governo, a pochi mesi di distanza dall’offerta di pace con cui prometteva ai Talebani, in cambio della rinuncia alla lotta armata, la piena legittimità politica, una fetta di potere e, in sostanza, l’immunità per i crimini commessi. In molti dubitavano della mossa: troppo inaffidabili e divisi al loro interno i Talebani. La leadership ha però accettato la proposta, che aveva già suscitato speranze nella popolazione esasperata dal conflitto. Senza parlare direttamente con il governo di Ghani, ritenuto illegittimo e subalterno al patrono statunitense, gli studenti coranici hanno annunciato a loro volta tre giorni di tregua.

In tanti dubitavano – dubitavamo - della capacità del leader Haibatullah Akhundzada di farla rispettare in tutte le province e di convincere i leader delle varie shure (cupole) talebane e i tanti comandanti locali, che dipendono dalle Commissioni militari pur godendo di buoni margini di manovra. Oggi che i tre giorni sono trascorsi è evidente che ci siamo sbagliati: Akhundzada è riuscito a trattenere le spinte centrifughe che pure esistono dentro la galassia talebana. Ha dimostrato di essere autorevole. Ed è passato all’incasso domenica sera, rivendicando politicamente il successo dell’iniziativa.

Uno dei portavoce del gruppo ha così sintetizzato su Twitter: “I Talebani hanno dimostrato di essere uniti, di controllare la traiettoria della guerra, di non essere pedine di altri, di poter assumere e rispettare decisioni in modo indipendente”. E ha giustificato la decisione di non prolungare la tregua, come chiesto dalla popolazione e deciso da Ghani, che il 17 giugno in modo unilaterale l’ha ulteriormente prolungata, fino al 27. Per il portavoce talebano “il cessate il fuoco è il prodotto di un dialogo protratto, non una precondizione. Aspettarsi delle concessioni senza prendersi delle responsabilità è folle…”. I Talebani non hanno però rinunciato a ribadire le proprie precondizioni: “completa indipendenza del Paese, instaurazione di un governo islamico, negoziato con Washington e non con Kabul”.

L’altro successo politico è proprio quello di aver costretto gli americani a tirare fuori la testa dal guscio. In sintonia con il presidente Ashraf Ghani, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha rilasciato una dichiarazione significativa, che viene incontro alle richieste dei Talebani. Loro chiedono da tempo di negoziare con gli americani: Pompeo ha detto che gli Stati Uniti sono pronti ad assumere un ruolo più importante nel processo di pace. I Talebani ripetono che la precondizione del dialogo è il ritiro delle truppe straniere: Pompeo ha messo nero su bianco che l’amministrazione Trump è pronta a discuterne.

Ma nel successo politico ci sono molti rischi. I Talebani hanno dimostrato di essere sufficientemente uniti da mantenere per tre giorni una tregua militare ma non è scontato che possano trovare la stessa coesione quando si tratterà di decidere le condizioni più concrete per il negoziato di pace e, successivamente, il loro ruolo politico e istituzionale in un nuovo governo. A dispetto di quanto rivendicato dal portavoce, il movimento non è così compatto dal punto di vista strategico, perché le fazioni di cui è composto hanno motivazioni e interessi a volte diversi.

Lo stesso rapporto tra la leadership e le truppe sul terreno non è di cieca adesione. La leadership, annunciando la tregua, aveva vietato gli assembramenti e i festeggiamenti con i civili, perché i militanti avrebbero potuto essere vittime di attentati e bombardamenti. Ma i soldati semplici, i comandanti e, in alcuni casi, perfino i “governatori ombra” hanno fatto di testa loro. Si sono lasciati travolgere dall’entusiasmo. Sono tornati nei villaggi o nelle città di origine. Hanno stretto mani, mostrato il loro volto umano, simpatizzato, apprezzato il valore della pace. Il “liberi tutti” è sfuggito di mano ai leader della shura di Quetta che, preoccupati, hanno rinserrato i ranghi con il pretesto della sicurezza.

Sabato scorso, nel secondo giorno della tregua, un attentato ha provocato almeno 36 morti e 65 feriti tra civili, Talebani e soldati che a Jalalabad festeggiavano insieme la fine del Ramadan. L’attentato è stato rivendicato dalla branca locale dello Stato Islamico, un attore che saprà sfruttare ogni nuovo spazio per polarizzare le posizioni e capitalizzare sul caos, soprattutto se si dovessero aprire significativi spiragli di pace. Dopo l’attentato, la leadership talebana ha ordinato ai propri uomini di tornare nei territori da loro controllati.

Assaporata per poche ore dagli afghani, la pace rimane dunque lontana. Il presidente Ghani ha ragione quando dice che l’atmosfera nel Paese «è totalmente cambiata» rispetto al passato ma quel passato pesa. Dopo un conflitto così lungo, la pace non si ottiene improvvisamente, come improvvisa è sembrata la favola della tregua. Servono tante, piccole ma concrete, successive misure con cui costruire la fiducia reciproca, trasformando il nemico in interlocutore legittimo. Ci vuole tempo e coraggio.

Anche per affrontare chi lucra sul sangue: ieri un gruppo numeroso di Talebani è stato invitato nella residenza ufficiale a Jalalabad di Hayatullah Hayat, il governatore della provincia di Nangarhar. Nominato a metà maggio, quando lo abbiamo incontrato due settimane dopo ci assicurava di voler usare i metodi forti con lo Stato Islamico ma di essere pronto a favorire il negoziato con i Talebani. Così ha fatto, invitandoli nel salone di rappresentanza con i divani incellophanati e le grandi tende scure. Il governatore si è fatto fotografare rosario alla mano circondato da decine e decine di barbuti col turbante in testa, sullo sfondo una gigantografia del presidente Ghani.

Quando la folla ha lasciato la residenza del governatore, su una piazza di fronte all’edificio un attentatore suicida si è fatto saltare in aria: almeno 18 morti. 

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