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Trinidad e Tobago, il laboratorio dell'Isis ai Caraibi

Emarginazione, un golpe fallito e un vuoto legislativo. La piccola isola dei Caraibi si è trasformata nel Paese dell’emisfero occidentale con più combattenti dello Stato Islamico. 

Photo credit: www.express.co.uk
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Dai Caraibi al fronte dell’Isis. Trinidad e Tobago, la piccola isola dell’America centrale, è divenuta il laboratorio dell’estremismo islamico sotto gli occhi del governo statunitense, che adesso volge lo sguardo preoccupato a questa nuova realtà. Lo Stato, situato a Nord del Venezuela, è attualmente il Paese che esporta più combattenti stranieri dall’emisfero occidentale, come rivelato dal New York Times e da ricerche della BBC. In proporzione, infatti, Trinidad e Tobago supera gli Stati Uniti. Secondo John Estrada, ambasciatore sull’isola, circa 100-130 persone avrebbero sposato la causa in Siria del cosiddetto «Califfato» su una popolazione totale di 1,3 abitanti.  I dati sono stati confermati da Edmund Dillon, Ministro per la sicurezza nazionale di Trinidad e Tobago.

Alcune organizzazioni indipendenti, invece, sostengono che il numero di seguaci dell’Isis si attesti fra i 125 e 400. Negli Stati Uniti, ad esempio, circa 250 cittadini hanno proseguito la propaganda estremista nel 2015, come riportato dal Comitato nazionale per la sicurezza. Gli Usa, però, sono 240 volte maggiori rispetto all’isola caraibica. Il timore del governo nazionale - e soprattutto di quello statunitense - è che questi cittadini trinidadiani possano fare ritorno sul territorio per colpire uffici diplomatici, giacimenti petroliferi oppure che possano spingersi fino a Miami, a poche ore di volo. Donald Trump, come confermato dalla Casa Bianca, ne ha parlato direttamente con Keith Rowley, primo Ministro di Trinidad e Tobago.

Perché proprio Trinidad e Tobago, una piccola isola dei Caraibi?

La risposta è insita nel profilo dei combattenti che hanno attraversato l’oceano per unirsi alla causa. «I trinidadiani - ha spiegato Estrada - si sono subito trovati bene con lo Stato Islamico. Sono ufficiali di alto grado, ben rispettati e che parlano inglese. Lo Stato Islamico li usa per fare propaganda e veicolare il messaggio nel Caribe». Questo spiega, in parte, perché l’isola non dev’essere vista come un puntino isolato e stravagante, ma come meccanismo di una strategia. Nel giugno 2016, Dabiq, la rivista di propaganda dello Stato Islamico, ha pubblicato una lunga intervista con Abu Saad at-Trinidadi, che viene definito come un giovane «ex cristiano convertitosi all’Islam e uno dei tanti combattenti provenienti da Trinidad e Tobago sotto la bandiera dell’Isis». I musulmani rappresentano appena il 6% della popolazione totale, ma si tratta, prevalentemente, di persone relegate ai margini della società. Dei cittadini senza opportunità nonostante l’isola sia ricca in petrolio.

L’isola, però, non è nuova a episodi di estremismo islamico. Nel 1990 un gruppo radicale tentò un golpe di Stato (durato solo 6 giorni) e nel 2012 un trinidadiano è stato condannato per aver progettato l’esplosione di un ordigno all’aeroporto Kennedy di New York. Secondo il combattente Abu Saad at-Trinidadi, il 60% degli arruolati proviene da famiglie musulmane, mentre il restante 40% è composto da cristiani convertiti. Il governo locale non ha una legge contro coloro che sostengono il terrorismo dell’Isis o di Al-Qaeda, ma si sta organizzando per colmare il vuoto legislativo. In tutto questo processo è incessante l’appoggio/pressione degli Usa.  I viaggi e i flussi di denaro verso Siria e Iraq, nella misura del possibile, vengono controllati. «C’è sempre una certa preoccupazione con il denaro che parte da Trinidad e Tobago che potrebbe essere utilizzato per attività terroristiche. Esiste una minoranza della comunità musulmana che si sta organizzando per commettere questi crimini», ha dichiarato Edmund Dillon. La comunità musulmana si è sentita discriminata dalle affermazioni e dal crescente clima di tensione. Gli sforzi proseguono, ma muoversi fra le isole dei Caraibi e giungere in Florida potrebbe essere molto facile per alcuni “combattenti di ritorno”. 

@AlfredoSpalla 

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