Il sogno è finito, Trump pronto a cacciare i giovani migranti

L’ipotesi di un rinnovo bipartisan del Dream Act svanisce. E con essa anche la breve distensione con i democrat, che aveva fatto infuriare la base trumpiana. Le richieste del presidente rendono impossibile l’accordo. Incluso il via libera al muro che stando ai dati non serve più.

Un repubblicano indossa un cappello con scritto "Costruisci il muro". Washington, Usa. 6 ottobre 2017. 2017. REUTERS/Kevin Lamarque
Un repubblicano indossa un cappello con scritto "Costruisci il muro". Washington, Usa. 6 ottobre 2017. 2017. REUTERS/Kevin Lamarque

Il presidente Trump ha scherzato. A settembre si era incontrato con i leader della minoranza democratica di Camera e Senato, Chuck Schumer e Nancy Pelosi, offrendo loro uno scambio: misure efficaci per il controllo dell'immigrazione clandestina, contro rinnovo in qualche forma del Dream Act, la misura voluta da Obama che ha consentito a quasi 700mila giovani entrati illegalmente negli Stati Uniti da bambini di ottenere una regolarizzazione della propria posizione giuridica.

Passata qualche settimana, e affrontato una reazione furiosa dei suoi sostenitori e di diverse figure importanti dell'arcipelago conservatore, il presidente sembra tornare sui suoi passi. Una lettera alla leadership democratica, infatti, fissa condizioni per il rinnovo del Dream Act che il partito di opposizione non può accettare. E che lo stesso presidente aveva dichiarato non essere vincolanti per un accordo in materia con Schumer e Pelosi.

Le richieste sono quelle del fronte più duro anti-immigrati e sono state elaborate dall'ala destra dell'amministrazione, la mente in materia di legislazione di Trump, Steve Miller, lo stesso del primo, illegale, bando anti-musulmani e Jeff Sessions, il Segretario alla Giustizia noto per le sue posizioni razziste. Vediamole: fondi per la costruzione del muro di confine con il Messico, nessun percorso verso l'ottenimento della cittadinanza per i Dreamers (i beneficiari del Dream Act), minori tutele per i minori immigrati provenienti da Paesi centro americani che entrano dal Messico, che nelle richieste dovrebbero essere rispediti oltre confine, taglio automatico dei fondi federali alle "città santuario", le municipalità, di solito democratiche, che si rifiutano di collaborare con la crociata anti immigrati di Washington.

Potrebbe bastare e invece l'elenco include anche l'assunzione di 10.000 agenti dell'immigrazione e l'introduzione di nuovi limiti al ricongiungumento familiare - che in fondo favorisce catene migratorie regolari. «Impossibile dialogare a queste condizioni, avevamo garantito cooperazione nel caso di politiche di buon senso che migliorassero la sicurezza dei confini. Queste richieste non sono in nessun modo una base per un compromesso» hanno dichiarato congiuntamente Pelosi e Schumer.

E così, l'ipotesi di una presidenza Trump che gioca di sponda con i democratici, per ottenere risultati concreti e svincolarsi dalla rigidità ideologica di parti del suo partito che in Senato impediscono il passaggio di qualsiasi legge, sembra proprio destinata a rimanere tale. Ai comizi del miliardario che sarebbe poi diventato presidente, i due slogan più scanditi erano «Lock her up» (arrestatela, riferito a Hilalry Clinton) e «Build that wall» (costruite quel muro) e, con le condizioni dettate al Congresso per rinnovare il Dream Act, Trump torna allo spirito della campagna elettorale, cancellando le paure del fronte conservatore. I primi permessi di due anni per i Dreamers cominceranno a scadere a marzo e senza un rinnovo del programma centinaia di migliaia di persone, che nel frattempo sono uscite allo scoperto, rischiano l'espulsione verso Paesi che quasi non conoscono (o non conoscono affatto).

Ma hanno senso le richieste di Trump? I numeri, tutti i numeri, dicono di no. C'è il dato, ancora non consolidato, che indica come il numero di passaggi illegali della frontiera sia diminuito con l'elezione del nuovo presidente. Poi ci sono le statistiche. Dal 2007, picco massimo del numero di illegali presenti negli States, al 2016 le presenze sono calate di circa un milione, mentre tra 2000 e 2007 erano salite di 4 milioni. Il numero di residenti illegalmente sul suolo Usa oggi è di poco superiore agli 11 milioni e la novità è che i messicani sono passati dall'essere il 57% al 51% del totale. Meno 800.000 persone (tutte le stime sono del Pew Research Center).

Parlare di invasione è quindi fantasioso e la verità è che la retorica sul muro nasconde l'inquietudine degli elettori di Trump nei confronti di un altro fenomeno: la crescita costante della popolazione ispanica, composta anche da immigrati centroamericani, da milioni di messicani eredi di coloro diventati cittadini dopo che gli Usa hanno vinto la guerra con il Messico nel 1849 - dopo "Alamo", per chi ricorda il film in cui John Wayne interpretava Davy Crockett, la classica eroica sconfitta che fa identità nazionale.

Nel luglio 2016 i latinos erano 57 milioni, ovvero il 17,8% della poplazione totale. Dato che fa capire la crescita esponenziale di questa comunità è però un altro: tra 2015 e 2016 i cittadini ispanici sono aumentati di un milione e 131 mila unità, ovvero il 50% dei 2 milioni e 200mila nuovi nati o naturalizzati (dati del Census Bureau, l'Istat a stelle e strisce) e nel 2060 i latinos saranno quasi un terzo del totale (28%). Non sono tanto o solo gli immigrati a fare paura ma una popolazione bilingue che si confonde spesso con gli immigrati.

Poi c'è il tema dei rapporti con il Messico, che fornisce una proporzione enorme delle verdure sui tavoli degli americani, componentistica per le auto assemblate dalla risorgente industria automotive made in Usa e sulle decine di migliaia di lavoratori che si occupano di bambini e anziani. Il Nafta (North American Free Trade Agreement), il trattato commerciale che Trump vorrebbe rinegoziare, ha contribuito a questa interdipendenza, influenzando le strategie di impresa su entrambi i lati del confine.

Il commercio di beni tra i due Paesi è salito, da circa 135 miliardi di dollari nel 1993 a oltre 520 miliardi di dollari nel 2016. Nel frattempo, gli esportatori messicani hanno preferito i fornitori Usa su tutti gli altri, acquistando, in media, il 40% dei loro input dagli Stati Uniti, contro il 25% dal Canada e meno del cinque per cento da Brasile, Cina e Unione europea. Prima del Nafta, quella cifra era il 5%.

Le politiche anti-immigrati e anti-ispanici quindi, oltre a generare conseguenze umanitarie preoccupanti (in primo luogo l’espulsione verso il Messico dei minori salvadoregni o nicaraguensi in fuga dalla violenza), sono prive anche di una ratio economica o politica. Se non quella di cementare il consenso della base elettorale più estremista di Donald Trump.

Le richieste di Trump metteranno  in difficoltà anche i leader democratici al Congresso Schumer e Pelosi, la cui disponibilità a negoziare con il presidente all’indomani della marcia suprematista bianca di Charlottesville era stata criticata dall’ala sinistra del partito. E la fine della breve distensione non è una buona notizia neanche per i tanti americani stufi della lotta senza quartiere tra Repubblicani e Democratici. Il Congresso, che spesso ha avuto una maggioranza diversa rispetto a quella che elegge il presidente, è stato a lungo il luogo delle riforme condivise. E la maggioranza dei cittadini Usa, secondo Gallup, ritiene che sia più importante che gli eletti lavorino a trovare dei compromessi, piuttosto che rimanere rigidamente fedeli ai propri principi.    

@minomazz

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