Tra bugie e verità cosa abbiamo capito dopo 4 mesi di Trump?

Senza dubbio alcuno, la campagna elettorale che ha portato alla vittoria e all’insediamento del neo-Presidente statunitense Donald Trump è stata terribile, ancora più colma di falsità e povertà di contenuti della campagna per Brexit, e paragonabile alla nostrana per il referendum del 4 dicembre scorso.

Un giovane fan attende l'arrivo di Donald Trump a Louisville, Kentucky, il 20 marzo 2017. REUTERS/John Sommers II
Un giovane fan attende l'arrivo di Donald Trump a Louisville, Kentucky, il 20 marzo 2017. REUTERS/John Sommers II

Difatti, il sottile filo rosso che ha collegato tali campagne è la quantità di notizie false o solo parzialmente vere utilizzate da uno – talvolta da entrambi – degli schieramenti, nel tentativo di accaparrarsi il maggior numero di voti grazie alla disinformazione degli elettori e alla manipolazione delle loro paure.

In questi ultimi mesi, molti analisti, ricercatori, intellettuali e politici si sono arrovellati su che cosa abbia portato gli statunitensi a scegliere Trump come presidente e quali fattori siano alla base di questa ondata di rigurgito anti-sistema che colpisce sempre più democrazie, dalle ormai illiberali Polonia e Ungheria, al Regno Unito, all’avanzata dei cosiddetti partiti populisti in tutto il Vecchio Continente.

Nonostante i litigi e le discussioni che abbiamo visto animarsi durante l’ultimo incontro del World Economic Forum, ove si è dibattuto se la causa del populismo e della demagogia sia la crescita delle diseguaglianze economiche oppure il ritorno del nazionalismo, sembra che i leader democratici transatlantici fatichino a uscire da logiche ormai antiquate.

Dato che l’uomo è un animale sociale e un essere particolarmente complesso, le passate elezioni statunitensi e la vittoria di Trump potrebbero essere lette, invece, lungo due direttrici: una “elitista”, legata a Clinton e al distacco fra lei e la massa, l’altra “sistemica”.

Diversi fattori hanno concorso al risultato, e questa analisi rappresenta un tentativo di valutarli nel loro insieme, giacché non si possono trovare soluzioni senza comprenderli e approcciarli in maniera integrata.

La direttrice “elitista”

Negli scorsi decenni, la sinistra liberal statunitense si è accostata sempre più a Wall Street, alla finanza, ai grandi mantra: liberismo, globalizzazione non-governata, difesa prioritaria dei diritti civili dei cosiddetti “altri” (donne, minoranze etniche, minoranze religiose, omosessuali) non congiuntamente alla difesa dei diritti del maschio bianco eterosessuale, bensì contro, quasi a creare una competizione.

Si è così discostata, a poco a poco, dalla vecchia base, ossia la classe medio-piccola lavoratrice bianca.

Oltre a ciò, rinchiudendosi in circoli “fighetti” dell’East Coast o a Hollywood, si è allontanata anche dal Paese reale e dalla società di tutto il resto degli Stati Uniti, preferendo fomentare le proprie idee radical chic grazie a una continua dialettica tra ricchi democratici, idealisti e un’intellighenzia liberal but cool.

Perché va bene essere democratici, ma ricevere fondi dai più grossi gruppi di interesse privato americani sembra più allettante che ricevere donazioni dagli operai bianchi del Michigan.

Questa sinistra ha scelto Hillary Clinton come candidata, e le ragioni sono svariate: la famiglia Clinton esercita un ruolo a dir poco importante nel Partito, e si pensava che le fosse dovuta la presidenza dopo lo sgarbo di 8 anni obamiani, quasi gli USA fossero una monarchia. È una provocazione, giacché non lo sono, sebbene presentino diversi aspetti fortemente oligarchici: l’importanza di specifiche dinastie politiche, il ruolo dei gruppi di interessi, il riciclo continuo delle stesse persone fra politica, economia, comparto industrial-militare, media sostenitori di questo o quel politico/partito.

Hillary Clinton non era la candidata perfetta in questo frangente, anzi era la candidata peggiore: figura totalmente rappresentativa dell’establishment, “moglie di”, quasi ogni sua decisione in politica estera si è rivelata fallimentare, dal voto a favore dell’invasione dell’Iraq alla situazione libica.

I big del partito e i loro sostenitori avrebbero dovuto capire che dopo la crisi finanziaria bisognava cambiare radicalmente, che i cittadini avevano e hanno bisogno di una politica che pensi anche a loro, non solo agli interessi dei settori più influenti della popolazione. E i cittadini, a volte, hanno bisogno di simboli, di azioni che segnino una divisione profonda con una situazione precedente da cui si vuole uscire.

Candidando e sostenendo la Clinton, oltretutto con primarie alquanto dubbie, il partito, Wall Street e l’intellighenzia liberal hanno ribadito, al contrario, che a loro va bene la situazione attuale degli Stati Uniti. Che non vi è bisogno di cambiare radicalmente, bensì basta mutare faccia rimanendo gli stessi per far contenti i cittadini.

Non che la Clinton non avesse i suoi lati positivi, quali il rispetto per gli altri, il sostegno alle donne e alle minoranze o la predisposizione al dialogo, ma di certo non rappresentava un collante della società: non ha fatto incetta di voti di giovani, neri, latini, donne come si sperava. Molti elettori democratici avrebbero voluto Sanders, uno che, almeno a parole, avrebbe combattuto i privilegi e le diseguaglianze allucinanti che crescono sempre di più negli USA. Uno che pare si sarebbe battuto per tener testa alle sempre vive tensioni sociali. Uno che, sembra, non apparteneva ai big economici.

Hillary Clinton ha ripetutamente insultato Trump, e in una campagna così povera di contenuti non è nemmeno la cosa peggiore. La strategia fallimentare, politicamente parlando, si è rivelatadenigrare gli elettori dell’avversario, apostrofarli un branco di rednecks ignoranti che non hanno capito alcunché di come devono votare. Disprezzo dei cittadini, dei loro bisogni, delle loro richieste, della loro intelligenza, della loro umanità. E gli elettori si sono adeguati. Wall Street, le 100 maggiori aziende del Paese e tutti i grandi media, eccetto la Fox, si sono schierati contro Trump.

Insieme, hanno rappresentato per milioni di cittadini l’establishment che si difende, lotta, tira fuori ogni arma possibile per annientare il nemico.

Nessuno si è domandato: “Perché Trump raccoglie consensi?” o: “Perché qualcuno dovrebbe votare Trump?”. Non se lo sono chiesti, perché per i giornalisti e l’intellighenzia democratica solo un barbaro avrebbe potuto votare per Trump.

Non si è capito che molti elettori sono stufi di una politica che sembra spesso oligarchica, legata ai grandi interessi privati piuttosto che alla realtà dei cittadini. Una realtà fatta di paure, tensioni sociali e razziali, ansia per una globalizzazione che sembra arricchire pochi e lasciar poveri tanti, incertezza verso il futuro.

Hillary Clinton non ha capito alcunché di questo, e ha perso.

Non solo i “bifolchi” o i suprematisti bianchi hanno votato per Trump, anche i delusi e i lasciati indietro dalla globalizzazione e dalla politica.

Quest’analisi mostra bene gli elettori di Trump Stato per Stato, divisi per genere, età, etnia.

Hillary Clinton, comedetto, non è riuscita a intercettare i voti di giovani, donne, neri e latini.

Non è una di loro e non ha offerto risposte ai loro problemi.

Allo stesso modo, il Partito Repubblicano si è squagliato davanti all’incedere prepotente di Donald Trump: incapace di esprimere una leadership forte, danneggiato dalla divisione interna fra moderati e Tea Party, il partito è stato letteralmente travolto dall’interno.

Trump si è presentato come il difensore di diversi gruppi di elettori: dai delusi della crisi manifatturiera a quelli della crisi finanziaria, dai sostenitori delle energie non rinnovabili come il carbone e lo shale gas ai lavoratori delle zone economicamente più disagiate come il Midwest e la RustBelt, dai contrari alla globalizzazione ai sostenitori dell’industria pesante.

In particolar modo, si è presentato come profondamente anti-establishment, non lesinando critiche tanto agli altri candidati – e alla leadership – del proprio partito quanto alla Clinton e ai media. Poco importa che Trump, come è poi potuto vedere, sia in stretti rapporti con multinazionali e alta finanza; ciò che importava agli elettori era la percezione che Trump fosse uno di loro e che si battesse per loro. Oltre a ciò, i territori della Rust Belt e del Midwest presentavano caratteristiche fortemente favorevoli al candidato: bassa scolarizzazione, sensazione di essere stati lasciati indietro rispetto alle aree più avanzate e alla globalizzazione, scarso accesso all’informazione internazionale e un ampissimo accesso all’informazione locale. Trump non ha vinto solo grazie agli abitanti dell’America più profonda e colma di rabbia verso l’establishment, tuttavia è stato capace, al contrario di Clinton, di ergersi come loro presunto difensore.

La direttrice “sistemica”

In questi anni, il mondo ha conosciuto progressi vertiginosi in quanto a complessità, connessione, velocità di trasmissione delle informazioni. Progressi vertiginosi e quasi mai diretti dall’alto, bensì caotici.

Ciò ha dato origine a un sistema globalizzato, ultra-complesso, iper-connesso, velocissimo ma tuttora composto da Stati. Il sistema globale ha accelerato tantissimo, al contempo il sistema degli Stati è rimasto indietro e le élite politiche non hanno quasi mai saputo cogliere il cambiamento in atto, spesso per un semplice motivo: le democrazie rappresentative sono ottimi regimi nel rispondere a sfide sul medio-lungo periodo, ma non ottimi nel farlo sul breve periodo.

In un periodo di transizione come quello attuale,

Al cambiamento del sistema, poi, si somma anche il cambiamento dell’equilibrio internazionale che sta passando dall’unipolarismo statunitense, caratterizzato da un ordine liberal-democratico, a un multipolarismo disordinato, caratterizzato da figure forti quali Putin, Erdogan, Modi, Trump, Orbán, Xi Jinping, non intercettare queste dinamiche significa che i cittadini, specie nelle democrazie, iniziano a vivere con timore la situazione e si sentono spaesati.

La moltiplicazione dei media, la diffusione dei social network e sistemi d’istruzione che si fanno sempre più tecnici e business-focused, inoltre, hanno fatto sì che i cittadini delle democrazie: si ritrovassero inondati di informazioni spesso approssimative e superficiali, talvolta utilizzate solo a scopo di lucro; si sentissero in dovere di esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento invece di affidarsi agli esperti dei vari campi, tendenza dovuta anche al disprezzo e al distacco sempre più sentito verso gli esperti stessi; smettessero di studiare materie fondamentali come lo studio delle arti, dei classici, della letteratura.Materie ritenute inutili da dirigenti politici che pensano a educare generazioni di esperti tecnici che facciano guadagnare sul breve periodo.

Senza tener conto, tuttavia, di due fattori: prima cosa, la storia insegna che l’innovazione viene dalla creatività, e l’appiattimento tecnico dell’istruzione non aiuta la creatività, bensì la uccide. Seconda cosa, per vivere in democrazia i cittadini devono essere democratici.

La democrazia non è un fenomeno naturale: la democrazia è un raggiungimento guadagnato attraverso secoli di scontri, milioni di morti, sacrifici. E la democrazia deve essere preservata.

Da decenni, invece, sembra che il valore più importante dell’Occidente sia il business, e ciò significa dare al denaro un’importanza maggiore della democrazia: purtroppo non è il denaro che fornisce la democrazia, sono la qualità, la consapevolezza e l’educazione dei cittadini.

Da qui si arriva alla differenza fra cittadini che vivono in un regime autoritario e cittadini che vivono in una democrazia: i primi sono guidati dall’alto, non hanno bisogno di impegnarsi in prima persona per il Paese perché il regime pensa, decide e agisce per loro.

I secondi, invece, sono detentori di diritti, sì, ma anche di doveri: il primo dovere è rispettare gli altri; il secondo è essere preparati, contribuire al bene (non solo al benessere) della comunità, farne parte. A questo fine bisogna essere educati a vivere in democrazia, e dopo l’educazione i cittadini devono essere responsabilizzati e ognuno di loro ha il dovere di informarsi seriamente.

Vivere in un regime è perciò facile, vivere in una democrazia è difficile giacché richiede impegno e il dovere di tenere sempre alta la guardia contro il potere che, per sua natura, tende a soffocare la democrazia. Nel 1787, una donna chiese a Benjamin Franklin: “Well, Doctor, what have we got, a republic or amonarchy?” al cheluirispose: “A republic, if you can keep it”.

Queste cause sono correlate a come le élite si sono rapportate alla realtà negli scorsi decenni: dalla fine della WW2 non si è fatto altro che esaltare l’individualismo sfrenato, il concetto del“io lo voglio quindi ne ho diritto”, la distruzione del senso di comunità in favore della comunità globale, dimenticandosi che l’uomo è un animale sociale.

Non si è capito, tuttavia, che un bene della globalizzazione è rappresentato dal mettere in relazione culture diverse, mentre un male sarebbe appiattire tutte le culture per trasformarle in una nuova, ossia il consumismo globalizzato.

Il disprezzo per gli esperti sempre più imperante, la libertà senza responsabilità donata dai social network e il diritto di dire la propria su qualsiasi tema hanno fatto sì che il dibattito politico venisse letteralmente regalato alle voci di tutti i cittadini, anche i meno preparati e qualificati per discutere di temi specifici. Tutto ciò ha aiutato ad aumentare la violenza verbale e simbolica nella politica delle democrazie, che con Brexit e la campagna elettorale USA ha raggiunto picchi da tempo dimenticati.

Conclusione

Trump ha vinto, quindi, grazie a un insieme di fattori:

  • Globalizzazione non-governata che ha lasciato indietro tanti
  • Politica distaccata dai cittadini, che non ascolta più le loro domande e richieste
  • Trend di “ignoranza” e diffusione di violenza verbale sui social network
  • Situazione internazionale caotica: psicologicamente, la prima reazione è la chiusura e la ricerca di un leader forte
  • Élite politiche che per decenni hanno lavorato per smantellare il senso di comunità e incoraggiare l’individualismo sfrenato, slegato dall’aspetto comunitario proprio di una democrazia rappresentativa.

Vi sono legittimi motivi per essere felici che non abbia vinto la Clinton, tuttavia ve ne sono molti di più per non essere felici che abbia vinto Trump.

Bisogna confidare, tuttavia, nella capacità delle istituzioni statunitensi di incanalare e costringere il nuovo presidente in paletti ben definiti, oltre che nella capacità di reazione dei cittadini stessi.

Bisogna anche sperare che, dopo Orbán, la Polonia, le Filippine, Brexit, l’elezione di Trump serva finalmente a svegliare le élite politiche occidentali, benché le reazioni di Juncker e Hollande non facciano presagire una presa di coscienza del problema:

  • la politica deve tornare ai bisogni dei cittadini
  • la democrazia deve riscoprire i propri valori e su cosa si fondano, specialmente in Europa (ossia sulle radici giudaico-cristiane tanto malamente disprezzate e sulla plurisecolare dialettica religione-istituzioni laiche). Che non significa divenire una teocrazia, semplicemente capire su cosa si poggia la società europea in modo da potersi confrontare con il mondo esterno
  • servono élite preparate per affrontare il mondo caotico in cui viviamo

Una nota di positività concreta, infine, arriva dall’Olanda: il 15 marzo scorso, il Paese dei tulipani è riuscito ad arginare l’avanzata dell’estrema destra populista e xenofoba, specialmente grazie a un governo che ha saputo dimostrarsi solido ed efficace, smantellando in tal modo molte argomentazioni del partito populista in questione.

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GUALA
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