eastwest challenge banner leaderboard

Trump, l’economia statunitense e il commercio internazionale

Il 20 gennaio scorso, Donald Trump si è insediato come 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Multimiliardario, imprenditore dalle maniere forti e non sempre pulite (si è vantato di aver giocato e guadagnato con le leggi sul fallimento in sei diversi casi), è riuscito a cavalcare le ragioni profonde del malessere statunitense per approdare alla Casa Bianca.

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump pronuncia il suo primo discorso durante una sessione congiunta del Congresso dal pavimento della Camera dei Rappresentanti iin Washington, Stati Uniti, 28 febbraio 2017. REUTERS / Jim Lo Scalzo / Pool
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump pronuncia il suo primo discorso durante una sessione congiunta del Congresso dal pavimento della Camera dei Rappresentanti iin Washington, Stati Uniti, 28 febbraio 2017. REUTERS / Jim Lo Scalzo / Pool

Non appena finito il discorso, il neo-Presidente ha emanato un ordine esecutivo atto a cancellare la riforma del sistema sanitario che Obama riuscì a far approvare nel 2010 (sebbene il processo per abrogarla o modificarla sostanzialmente prenderà almeno diversi mesi), oltre a cancellare[1] il capitolo del climate change dalle priorità della Casa Bianca e mettere in atto politiche anti-immigrati di dubbia costituzionalità[2].  

Difatti, i primi cinquanta giorni sembrano essere fondamentali[3] per ogni Amministrazione: il team di transizione è ancora relativamente ristretto, i nuovi burocrati stanno prendendo il posto dei vecchi, i consiglieri del Presidente sono strettamente legati a lui in un’ottica di contrasto agli amministratori precedenti; è in questi cinquanta giorni che ogni Presidente emana ordini esecutivi a raffica: nel 2009, Obama ne approfittò per firmarne diciassette.

Al termine di questi due mesi circa, la nuova Amministrazione inizia a consolidare le proprie posizioni, e le persone con cui il Presidente deve confrontarsi su ogni decisione passano da qualche centinaio a qualche migliaio, e tutti hanno una responsabilità verso il Dipartimento o l’Agenzia per cui lavorano. Si passa dal Presidente e il suo team contro la vecchia burocrazia, al nuovo Presidente in una continua tensione, positiva o negativa che sia, con la sua nuova burocrazia.

Trump è un business man, non un politico né uno stratega; ciò è bene evidenziato dal fatto che non sembra comprendere le dinamiche della politica internazionale e che ogni sua affermazione ha un peso, in quanto nuovo Presidente dell’unica superpotenza rimasta.

La sua presidenza si inserisce in un contesto già gravemente danneggiato dagli eventi degli ultimi quindici anni, e anzi sembra rappresentare la conseguenza più lampante e dolorosa dei problemi che attanagliano l’Occidente e, da qui, il resto del mondo: il sistema internazionale, dopo la lunga fase bipolare e il più corto unipolarismo a guida statunitense, sta più o meno lentamente scivolando verso un mondo multipolare, caotico e disordinato, ove all’immobilità degli Stati-nazione si affianca la rapidità, l’iper-complessità e l’ultra-connessione della società globale, della tecnologia e della globalizzazione economica e commerciale.

In un tale contesto, crisi lontane possono in un attimo divenire vicine, mentre il bisogno di cooperazione per affrontare le sfide di questo secolo è sempre più scalzato dalle paure e dagli egoismi dei singoli Paesi.

Si notino solo: la gestione del fenomeno globale dei migranti – 65.3[4] milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, fra cui 21.3 milioni di rifugiati; le guerre in Libia, Siria, Yemen, Ucraina, nel bacino del Lago Ciad; la crisi economica che attanaglia l’Europa; la mancanza di regole per la finanza internazionale; lo stato delle crisi africane o le tensioni nell’Estremo Oriente.

Nonostante ciò, rimane la percezione che gli USA possano isolarsi dal mondo esterno grazie a una condizione unica, ossia l’iper-insularità, essendo la nazione circondata da due Oceani. Inoltre, anche grazie alla retorica del neo-Presidente, gli USA sono sempre più legati al proprio ventre: le province profonde, generalmente più chiuse e più comunitarie dei liberal-interventisti predominanti nella costa Est. Paradossalmente, tale aspirazione all’introversione e alla chiusura internazionale è un tratto comune ai liberal-conservatori sostenitori dell’offshore balancing, ossia quella postura strategica che prevede il non coinvolgimento statunitense in tutte le crisi internazionali che non riguardino interessi nazionali vitali, compensato tuttavia dal sostegno ad alleati locali.

Riguardo al commercio internazionale, è importante considerare come questo stia già soffrendo una congiuntura negativa: negli ultimi anni sono state alzate più barriere che aperture; l’anno scorso[5] si è registrato il volume più basso di commercio mondiale dalla crisi finanziaria; il multilateralismo del WTO è in piena crisi; i più importanti accordi plurilaterali sono falliti o in via di congelamento, come il TPP e il TTIP, mentre altri rischiano di essere rinegoziati, come il NAFTA.

La visione “trumpiana” del commercio e della politica internazionale

Analizzando i proclami, i tweet e le priorità della nuova Amministrazione statunitense, si può notare il sottile filo rosso che collega ogni proposta di Trump: l’essere tosti, l’essere duri, la certezza che il mondo si orienti secondo le logiche del business e che ogni aspetto del sistema internazionale sia facile e scollegato dagli altri.

Ogni proposta trumpiana è basata sulle capacità di negoziatore e imprenditore del neo-Presidente, ultimo esempio di una lunga lista di grandi business men che riescono a vedere il mondo solo attraverso le lenti del denaro. Ottica piuttosto semplicistica, giacché, se così fosse, sarebbe abbastanza difficile spiegare ogni fenomeno di questo mondo, a partire dai conflitti dello Yemen o del Vietnam, giusto per citare due episodi.

Secondo la logica trumpiana, il NAFTA (North American Free Trade Agreement – accordo di libero scambio fra Canada, Stati Uniti e Messico) deve essere rinegoziato o, in alternativa, gli USA dovrebbero uscirne; il TPP (Trans-Pacific Partnership – accordo di libero scambio fra USA e altri 11 Paesi asiatici e latinoamericani che si affacciano sul Pacifico) sta vivendo in questi giorni la propria morte, dopo che il 23 gennaio scorso Trump ha firmato un ordine esecutivo per ritirare gli USA dal trattato; e il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership – accordo di libero scambio fra USA e UE) deve essere affondato definitivamente.

La base di ogni successivo accordo commerciale fra gli Stati Uniti e qualsiasi altro Paese o organizzazione regionale dovrà essere la difesa degli interessi, dei cittadini e del business statunitense. Altrimenti, secondo il ragionamento del neo-Presidente, tali trattati continueranno ad avvantaggiare solamente le multinazionali e la finanza internazionale. Qui si inserisce il meccanismo trumpiano del gambler, della partita a poker: Trump preferisce giocare su tavoli “uno vs uno”, benché sia radicalmente ambiguo, caratteristica che lo rende, di conseguenza, imprevedibile. 

A onor del vero, non tutte le critiche agli accordi di libero scambio sono sbagliate o cestinabili come “populismo”: in primo luogo, gli attuali trattati tendono a strabordare dai paletti del commercio per finire nel condizionamento di nuove politiche e legislazioni dei Paesi interessati; un esempio di ciò è la discussione, legata al TTIP, dell’introduzione del famigerato Investor-State Dispute Settlement (ISDS), ossia l’arbitrato internazionale fra Stato e investitore privato. In maniera semplificata, un’azienda potrebbe fare causa a uno Stato qualora questi introducesse nuove leggi che, secondo i tecnici dell’azienda stessa, danneggerebbero i propri profitti. Causa non davanti a un tribunale nazionale, bensì a un ente terzo i cui arbitri, spesso e volentieri, sono direttamente o indirettamente collegati ad altre multinazionali. Un deficit di democrazia incomprensibile in trattati fra Stati occidentali, giacché non si comprende quale ragione possa giustificare il ricorso a enti privati al posto che a tribunali nazionali. Un esempio: nel 2011, Philip Morris fece causa all’Australia in quanto l’ex colonia britannica aveva promulgato leggi che inficiavano la pubblicizzazione dei pacchetti di sigarette, in quanto dannose per la salute. La multinazionale del tabacco si inalberò poiché, a suo dire, i suoi profitti dovevano venire prima del diritto australiano a legiferare in maniera tale da proteggere i propri abitanti.  

Oltre a ciò, sia il TTIP che il NAFTA e il TPP sono stati accusati di ridurre gli standard di qualità e sicurezza dei prodotti di molteplici settori economici, dal petrolchimico all’agroalimentare. Un esempio di ciò è la causa da 250 milioni di dollari intentata da Ethyl Corporation al Canada all’interno della cornice del NAFTA, giacché il Paese aveva rifiutato la commercializzazione di un prodotto petrolchimico ritenuto dannoso per la salute dei propri cittadini.

Nonostante ciò, se ben negoziati gli accordi di libero commercio rimangono strumenti dal valore inestimabile per migliorare la vita dei cittadini interessati e la qualità dei prodotti loro offerti, oltre che risultare necessari per incrementare i profitti e la salute economica e sociale dei Paesi che li stipulano.

Visto il livello di interdipendenza e complessità dell’attuale mercato globale, troncare di netto questi accordi potrebbe avere conseguenze profondamente negative su molti aspetti dell’economia e della vita internazionale, tra cui una minore collaborazione degli Stati e l’impedimento alla diffusione di tecnologie e innovazioni a livello globale. Oltre a ciò, il recente ordine esecutivo del neo-Presidente legato al ritiro degli USA dal TPP segna un rischio politico involontario: lasciare il campo alla Cina come potenza leader del commercio nell’area del Pacifico, con tutti i limiti del caso dal momento che la Cina non è un Paese a favore del libero commercio. O meglio, lo è ma solo se avvantaggia se stessa prima e più degli altri. Rischio che sembra oltretutto in via di concretizzazione, dal momento che l’Australia si è detta disponibile a coinvolgere Pechino nell’accordo. Un punto di vista sulla politica internazionale è che in questa non esistano spazi vuoti, così come nel commercio internazionale: se uno si ritira, qualcun altro prenderà il posto.

La logica trumpiana del negoziato rude e business-focused è estremamente pericolosa, giacché ogni Stato ha i propri interessi, e vedere i trattati commerciali nell’ottica di un gioco a somma zero non può produrre risultati positivi. Certo, a tutto c’è una soluzione, ma l’esempio-cardine dell’Unione Europea insegna come tre fattori condizionino pesantemente ogni crisi: l’intensità della stessa, la quantità di crisi in un arco temporale ristretto, e la volatilità dei mercati internazionali. La crisi finanziaria ha messo in luce le criticità del mancato processo di integrazione europeo e le divisioni fra gli interessi dei vari Paesi membri, a cui si sono man mano sommate le crisi del Mediterraneo, della demografia comunitaria, dell’Ucraina, dei migranti, ecc.

Un altro punto di vista nella politica internazionale è la logica dell’attrito: il sistema internazionale è conservatore, privilegia l’ordine sopra qualsiasi altro aspetto (le istituzioni internazionali servono anche a mantenerlo, infatti) e uno shock, in questo caso la nuova Amministrazione USA, è seguita da un periodo di riassestamento. Tale periodo può dimostrarsi positivo o negativo; nella situazione attuale, sembra che sarà dominato dall’incertezza e dalla pericolosità di nuove tensioni fra i vari attori dell’agone internazionale.

In attesa delle prossime mosse del neo-Presidente, le élite politiche e i lobbisti dei più disparati gruppi dovranno orientare i propri sforzi nella direzione della cooperazione, invece che dello scontro. Per una volta, pare che la macchina politica degli interessi dovrà gettare sabbia, anziché olio, negli ingranaggi.

Trump e l’economia interna

A livello domestico, l’analisi può orientarsi più serenamente su dati certi: oggigiorno, l’economia statunitense sta crescendo del 2% annuo, la disoccupazione è bassa e stabile a circa il 4.6% e il debito nazionale USA ha raggiunto lo 86% del PIL, benché tale cifra aumenti fino al 108% se si considerano anche i debiti locali e dei vari Stati federati.

Trump ha affermato di voler riportare la crescita al 4% annuo, di voler riportare indietro milioni di posti di lavoro, di crearne altri 25 milioni – specialmente nel settore manifatturiero, e di investire circa 550 miliardi di dollari in nuove infrastrutture, sebbene non si sia ancora capito da dove trarrà tali fondi e quanti miliardi verranno, nel caso, forniti da attori privati.

In più, ha deciso di riformare la tassazione: da sette a tre scaglioni, con aliquote massime fino al 15% per le imprese e al 33% per le persone fisiche. Una delle prime critiche, difatti, è stata quella di aver fatto campagna elettorale in difesa dei cittadini e di aver poi istituito il governo più ricco della storia statunitense, che vorrebbe incrementare ancora di più i benefici economici delle classi più agiate.

Forse è proprio a causa di questo motivo, oltre ai legami trumpiani con la finanza e alle sue nomine, che Wall Street è schizzata in alto, infrangendo nei giorni scorsi la soglia psicologica dei 20.000 punti del Dow Jones.  

Per compensare le perdite dovute al taglio delle tasse e per promuovere il suo colossale piano d’investimento sulle infrastrutture, Trump punta a coniugare l’aumento del debito pubblico con lo sfruttamento di tutte le risorse energetiche nazionali, dallo shale gas al carbone, in modo da poter evitare l’acquisto di gas e petrolio dall’estero. Ciò significa, chiaramente, abdicare al ruolo di grande combattente contro il cambiamento climatico e lo spreco di risorse idriche statunitensi – l’oro blu, che diverrà un bene sempre più raro e prezioso in futuro.

La rinuncia alla lotta al cambiamento climatico, se non la sua negazione, non potrà certo essere latrice di risvolti positivi sugli assetti sia interni che globali.

L’aumento del debito pubblico, d’altro canto, ben si inserisce nella lunga tradizione delle Amministrazioni Repubblicane. Nonostante ciò, potrebbe sorgere un problema legato sia al contesto nazionale sia alla più vasta situazione internazionale: un rapporto debito/PIL del 108% è già pesante, ma il Tax Policy Center ha calcolato che, se Trump assolvesse tutti gli impegni presi in campagna elettorale, il debito potrebbe toccare il picco del 129% nel 2026.

Il primo rischio è relativo all’aumento dell’inflazione, oggi[6] a circa il 2%, e il possibile incremento dei tassi d’interesse, aumentando il debito nazionale e, magari, facendo crowding out dei privati.

Oltretutto, più del 30% del debito pubblico statunitense è detenuto da Paesi stranieri – i primi cinque risultano essere Giappone, Cina, Irlanda, le Isole Cayman e Brasile: il dato in sé non dice molto; tuttavia, finché gli USA dominavano il sistema internazionale sia il rapporto deficit/PIL sia la percentuale di debito in mano a Paesi terzi poteva non avere alcuna conseguenza. Oggigiorno, invece, il contesto è mutevole e caotico, e potrebbe non essere così favorevole nei prossimi anni. Anzi, potrebbe peggiorare proprio a causa dell’approccio business-focused di Trump agli affari internazionali. Già adesso, infatti, si avvertono le prime avvisaglie di Paesi che vendono al ribasso il debito statunitense (nei mesi scorsi, la Cina), con il conseguente aumento del costo di indebitamento.

Il terzo rischio si collega, invece, al Congresso e al tetto del debito: Obama si trovò due volte, nel 2013 e nel 2015, ad affrontare la possibilità di uno shutdown; se Trump dovesse continuare per la propria strada, o i Repubblicani useranno un doppio standard per valutare la sua politica rispetto a quella di Obama, oppure i falchi del debito appartenenti al suo stesso partito potrebbero costringerlo a modificare la propria linea.

Bisogna poi aggiungere che il piano di Trump per incrementare i posti di lavoro disponibili, difficile giacché la disoccupazione è già ai minimi dalla crisi del 2007, si basa fondamentalmente su due grossi settori: manifatturiero ed energetico.

Riguardo al primo, Trump ha più volte affermato che riportando indietro gli impianti di produzione delocalizzati da imprese statunitensi si riporterebbero indietro anche i relativi posti di lavoro, dimenticando di prendere in considerazione due fattori: da un lato i progressi dell’automazione e della digitalizzazione, che potrebbero dissolvere i desideri del neo-Presidente eliminando molte posizioni medio-basse; dall’altro lato, il costo del lavoro che negli USA è molto più alto che in molti dei Paesi in cui le imprese nazionali hanno delocalizzato negli ultimi decenni, quali ad esempio Cambogia o Vietnam.

Riguardo al secondo, a discapito della retorica trumpiana, bisogna tener d’occhio due fattori: in primo luogo, nel 2015 gli occupati nelle energie rinnovabili (eolico, fotovoltaico, biomasse, idroelettrico) assommavano a circa un milione contro i 410.000 dell’industria fossile[7]. Se Trump dovesse tagliare gli incentivi e il sostegno alle cosiddette “fonti pulite”, si troverebbe a dover gestire un milione di disoccupati. In secondo luogo,  i fluttuanti prezzi del petrolio, se dovessero rimanere bassi come adesso, inficerebbero i benefici economici legati all’impiego delle fonti fossili nazionali.

Conclusioni

Allo stato attuale, fornire responsi certi sull’effetto di Trump rispetto all’economia statunitense e alla più ampia economia internazionale è a dir poco difficile, in quanto il neo-Presidente ha in mente di riorganizzare diversi Dipartimenti e Agenzie, e per ora non ha fornito piani dettagliati.

Donald Trump si pone come il visionario, colui che fornisce il proprio piano degli USA al suo team e si aspetta che questo esegua gli ordini, mentre lui continua a costruire il brand e l’immagine dell’Amministrazione: al momento attuale, non una bella immagine, né positiva o rassicurante. Soprattutto, non in grado di legare gli interessi e le aspettative della costa Est e della California, liberal e progressiste, alla profonda realtà delle regioni centro-occidentali e meridionali della Federazione.

Il neo-Presidente non si pone come figura volenterosa a cooperare per risolvere i grandi dilemmi del nostro tempo; al contrario, si mostra come l’uomo forte del momento che piega gli altri, incita il nazionalismo più becero degli Stati Uniti del Sud e tenta di rinnegare le radici storiche del proprio Paese.

Un solo esempio: Trump ha spesso descritto i messicani come immigrati spacciatori e ladri di lavoro, quando la realtà è leggermente differente. Se la droga arriva negli USA il problema non sono i messicani, ma i cittadini statunitensi che la richiedono e i cartelli messicani e nordamericani che sono disposti a rifornirli, e che si riforniscono spesso di armi oltreconfine grazie alle estremamente elastiche leggi statunitensi. E la teoria che gli immigrati rubino il lavoro è stata da tempo sconfitta[8]. In più, gli USA si fondano sull’accoglienza, dal momento che il Paese è stato costruito dai migranti e da loro è stato nutrito nel corso dei decenni.

La postura di Trump verso la realtà, il suo tentativo di semplificarla al limite, esacerbando le tensioni nazionali e internazionali, e la sua non comprensione delle dinamiche profonde che muovono le relazioni internazionali potrebbero avere effetti disastrosi sulla salute economica, politica e sociale statunitense e il più ampio contesto globale.

Bisogna sperare che i legacci e le costrizioni della solida democrazia americana riescano a incanalare “l’effetto Trump”, riuscendo a promuoverne i lati positivi e contenerne quelli più pericolosi.


[1] The White House, “An America First Energy Plan”. Disponibile qui

[2] Deveraux, R. “’A Hostile Act’: Mexico Braces for Trump’s Border Wall”, The Intercept, 26 Gennaio 2017 e Greenwald, G. “Trump’s Muslim Ban is Culmination of War on Terror Mentality but Still Uniquely Shameful”, The Intercept, 28 Gennaio 2017. Disponibili rispettivamente qui e qui

[3] Sunstein, C. R. “Trump's First 50 Days Are Decisive”, Bloomberg, 23 Gennaio 2017. Disponibile qui

[4] Dati UNHCR – International Migration. Disponibile qui

[5] World Trade Organization, “Trade in 2016 to grow at slowest pace since the financial crisis”, 27 Settembre 2016. Disponibile qui

[6] Trading Economics, “Stati Uniti - Tasso di inflazione”. Disponibile qui

[7] Villa, M. “Accordi sul clima: una morte annunciata?”, in ISPI Report, Il mondo secondo Trump, Edizioni Mondadori, 2016

[8] Merritt, G., Chapter 6: “The Human Factor: Not enough jobs, but also not enough workers” in Merritt, G. Slippery Slope. Europe’s Troubled Future, 2016, Oxford: University Press

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA