Usa-Iran, la guerra di parole e quella del petrolio

Washington vuole bloccare l’export di greggio iraniano? Rouhani si dice pronto a chiudere lo stretto di Hormuz, scatenando l’ira social di Trump. E Pompeo rilancia la campagna di propaganda volta a fomentare disordini in Iran. Ma l’offensiva Usa ricompatta i vertici della Repubblica Islamica

Il presidente iraniano Hassan Rouhani partecipa a una conferenza stampa presso la Cancelleria di Vienna, Austria, 4 luglio 2018. REUTERS / Lisi Niesner
Il presidente iraniano Hassan Rouhani partecipa a una conferenza stampa presso la Cancelleria di Vienna, Austria, 4 luglio 2018. REUTERS / Lisi Niesner

Poche battute del lungo discorso del presidente iraniano ai suoi ambasciatori e un tweet al vetriolo lanciato dalla Casa Bianca al mondo nella notte. E’ questa l’ultima "guerra di parole" fra Hassan Rouhani e Donald Trump: non una guerra vera ma certo qualcosa che alza il livello di allarme sul piano mediatico, diffonde preoccupazione tra gli iraniani e destabilizza ulteriormente una situazione economica e sociale già critica nel Paese. Al tempo stesso, però, fa serrare i ranghi e fare spallucce a quello stesso establishment della Repubblica Islamica che Trump vuole, più o meno dichiaratamente, fare cadere.

Ma cosa ha detto Rouhani di così terribile, da spingere Trump a comporre un tweet a lettere cubitali in cui gli intima di “non minacciare mai e mai più gli Stati Uniti” se non vuole “soffrire conseguenze” raramente viste nella storia? Lo ricostruiamo qui di seguito attraverso il suo sito ufficiale.
 «Il potere dell’Iran è deterrente», afferma il 22 luglio Rouhani «e noi non abbiamo nessuna battaglia né guerra con nessuno. Ma i nemici devono capire bene che la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre e la pace con l’Iran la madre di ogni pace». Si può sostenere che Rouhani voglia qui affermare che l’Iran svolge un ruolo di stabilizzazione nella regione - lo stesso in cui crede l’Europa quando difende l’accordo sul nucleare del 2015 -, a dispetto di quanto dichiarano invece gli Usa e Israele, che riconducono tutti i mali del Medio Oriente proprio a Teheran e al terrorismo dei suoi alleati, Hezbollah e Hamas in particolare.

«Mr. Trump! Noi siamo il popolo della dignità», avverte il presidente «e i garanti della sicurezza delle rotte marittime della regione nella storia. Non giocare con la coda del leone: te ne pentirai». Un monito che si traduce così: se davvero riuscirai ad impedire qualunque export del nostro greggio come hai annunciato di voler fare, siamo pronti a bloccare lo stretto di Hormuz, strategico per il traffico petrolifero. Un avvertimento che Rouhani aveva già formulato e per il quale aveva ottenuto il plauso di Qassem Soleimani, il carismatico comandante della forza speciale Qods dei Pasdaran, a dimostrazione di come l’offensiva trumpiana compatti i ranghi della Repubblica Islamica, avvicinando i moderati ai conservatori radicali. Comunque sia, il blocco dello stretto di Hormuz sarebbe l’ultima spiaggia per Teheran, visto che bloccherebbe anche il greggio iraniano, oltre a scatenare l’inferno in un mare presidiato dalla Quinta Flotta Usa con base nel Bahrein.

«Non vi è nessuno che sia più interventista degli Usa contro la rivoluzione iraniana e il suo popolo», dice ancora il presidente iraniano, elencando 40 anni di attacchi contro il Paese. «Cambio di regime, disintegrazione, boicottaggio e indebolimento sono le prime politiche Usa contro la Repubblica Islamica dell’Iran». Tuttavia, «la natura della cultura iraniana è di cercare la pace”, aggiunge, sottolineando che l’Iran «ha sradicato l’Isis e salvato la gente della regione». Gli Usa invece «hanno rifornito i killer dell’Isis con armi e denaro e ora si proclamano difensori dei diritti umani», mettono «sotto pressione la nazione iraniana» per trasformarla in «un popolo che crea disordini», le dichiarano guerra e al tempo stesso dicono di volerla sostenere.

Queste dunque le parole cui Trump pare abbia voluto rispondere con il suo tweet, che si conclude con una altro pesante avvertimento: “Non siamo più un Paese che starà fermo d fronte alle vostre dementi parole di violenza e morte. Stai attento!”.

Parole pesanti come macigni in soli 280 caratteri, giunte poco dopo un discorso del segretario di stato Mike Pompeo alla diaspora iraniana in California. Riprendendo i temi consueti della campagna contro Teheran, Pompeo ha insistito sulla corruzione dell’establishment iraniano, accusando in particolare la Guida suprema Ali Khamenei di avere un fondo speculativo segreto personale da 95 miliardi di dollari, non tassato e utilizzato dai Pasdaran, e definendo la dirigenza di Teheran «qualcosa che somiglia più alla mafia che ad un governo». Ma ha soprattutto ribadito il supporto di Washington alle proteste che, da dicembre, agitano le piazze del Paese, con gruppi di manifestanti che rivendicano posti di lavoro, salari non pagati, politiche adeguate contro la siccità, la fine di una potente spirale inflattiva e della vertiginosa caduta del rial - 110 mila per un euro, l’ultimo abisso toccato sul mercato informale -: quasi tutti fenomeni che derivano in varia misura, del resto, anche dalle nuove politiche Usa contro l’Iran.

Pompeo ha anche annunciato una più intensa campagna di propaganda, con il lancio di un canale multimediale in persiano attivo 24 ore su 24. Annuncio che in realtà non sorprende nessuno, anche alla luce di una recente inchiesta della Reuters, secondo cui l’offensiva mediatica della Casa Bianca prevede discorsi e comunicazioni online, anche con informazioni distorte e incomplete, volte a fomentare i disordini di questi mesi. Proprio nelle stesse ore, contro questa offensiva è partita sia dall’Iran che fra gli iraniani all’estero la campagna social #StopMeddlingInIran, in cui si chiede agli Usa di fermare le intromissioni.  
Se il tweet di Trump è stato per molti iraniani un brutto risveglio, getta acqua sul fuoco Saeed Leylaz, economista e analista politico di area riformista: da Teheran ha detto all’Associated Press che questa guerra di parole «è la tempesta prima della calma» perchè nessuno «è interessato ad un’escalation di tensioni nella regione».
Poco impressionato dalle parole di Trump anche il ministro degli Esteri Javad Zarif. Ne abbiamo sentite di peggio negli ultimi mesi e negli ultimi 40 anni, sembra voler dire il suo tweet: “Siamo stati qui per millenni e abbiamo visto cadere imperi, compreso il nostro, durati molto più a lungo di certi Paesi. Sii cauto!”.

Sostegno a Rouhani anche da un altro potente ultraconservatore, il capo della magistratura Amoli Larijani, riporta l’agenzia governativa Irna. Che dà anche notizia dell’avvio di una nuova linea di produzione di missili aria-aria Fakoor, presente il ministro della Difesa Amir Hatami.

Insomma, sembra che le guerre di parole non scompongano troppo i piani alti della Repubblica Islamica.

@lb7080

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