La Tunisia post-rivoluzionaria ha fatto nuovi passi avanti verso la parità di genere. Con la riforma del diritto ereditario affronta ora il passaggio più difficile, sfidando anche l’autorità di Al-Azhar, che teme il contagio riformista. Decisiva sarà la scelta di Ghannouchi

Donne tunisine senza velo sulla centralissima avenue Mohamed V a Tunisi. Foto di Roberto Ceccarelli
Donne tunisine senza velo sulla centralissima avenue Mohamed V a Tunisi. Foto di Roberto Ceccarelli

Da più di un secolo la Tunisia s’è iscritta nella progressione della storia come il Paese arabo più attento alle relazioni di genere e al diritto familiare. La genesi è eterodossa e trova radici nella secolarizzazione della politica, nell’attivismo della società civile e nella temperanza di un Islam che si è rivelato aperto e inclusivo. Anche nella fase post-rivoluzionaria i temi dei diritti civili e della parità di genere sono stati al centro del confronto politico.


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Nel 2016 l’Assemblea dei rappresentanti del popolo ha licenziato la legge 60 contro la violenza sulle donne, nel settembre dello scorso anno il ministro della Giustizia ha abrogato una circolare del 1973 che impediva alle tunisine di sposare un uomo di fede diversa da quella musulmana.

Un mese prima il presidente della repubblica Beji Caid Essebsi aveva insediato la Commissione delle libertà individuali e dell'uguaglianza di genere con l'obiettivo di realizzare i dettami della Costituzione del 2014, nella quale è stata sancita l’uguaglianza tra uomini e donne precisando, all’articolo 21, che “sono uguali davanti alla legge, senza discriminazioni”. Un’intraprendenza, quella di Essebsi, che ha chiaramente anche una finalità di consenso visto che l’elettorato femminile è stato determinante nella sua elezione.

La Commissione ultimerà i suoi lavori entro il 20 febbraio e consegnerà il rapporto con le disposizioni finali. La prospettiva di una parificazione tra uomo e donna sullo spinoso tema dell'eredità – dove peraltro il padre della Tunisia moderna, Habib Bourguiba, aveva fallito - ha già incendiato il dibattito. Essebsi aveva dichiarato: «troveremo una soluzione per conciliare religione e principi costituzionali. La questione dell'eredità è umana, Dio e il suo profeta l'hanno lasciata agli uomini perché questi ultimi possano gestirla».

La moschea-università egiziana di Al-Azhar – una delle tre massime autorità del sunnismo con la tunisina al-Zaytuna e la marocchina al-Karaouine – aveva replicato sostenendo che “questa è cosa contraria ai testi del Corano, laddove la questione ereditaria è chiara”.

Pochi giorni fa era stata addirittura attribuita al Grande imam di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyib, la decisione di escludere la Tunisia dal novero dei Paesi musulmani. La smentita successiva non ha però cancellato le pressioni affinché la riforma del diritto ereditario venga accantonata.

”La sura 4, versetto 11 del Corano afferma che alla donna spetta la metà della parte di un uomo in tema di eredità. Dunque non è una questione interpretativa, come il tema dell'apostasia, e ciò rende il confronto più scivoloso» spiega a eastwest.eu Massimo Campanini, islamologo e già professore di Storia dei Paesi islamici alle università Orientale di Napoli e di Trento, autore tra gli altri dell'ormai classico “Islam e politica” (Il Mulino) e del recente “Storia dell'Egitto” (Il Mulino).

«Da un punto di vista storico» prosegue Campanini «paradossalmente l'epoca del profeta fu importante perché riconobbe personalità giuridica alle donne che in epoca pre-islamica non l'avevano. Credo che dietro all'ostilità di al-Azhar ci sia la volontà di indebolire Essebsi e il governo tunisino, considerati troppo laici”.

Tuttavia, Campanini ricorda che «Il sunnismo non ha un'autorità centrale docente e un'eventuale pronuncia di al-Azhar può essere annullata da una presa di posizione di senso opposto della Zaytuna”. Peraltro il Mufti tunisino si è già espresso a favore della riforma.

Sulla figura dello shaykh al-Tayyib di Al-Azhar, Campanini spiega che «viene considerato un moderato, una guida relativamente aperta e una personalità molto distante dal conservatorismo, per esempio, di Jad al-Haqq ʿAli Jad al-Haqq. Queste tensioni hanno lo scopo principale di evitare un effetto domino sui Paesi dell'area e di porre un argine alla secolarizzazione. L'estromissione della Tunisia dalla cerchia dei Paesi islamici si profilerebbe come un fatto politicamente clamoroso ma le ricadute concrete sarebbero risibili. Il precedente dell'Egitto, escluso dopo gli accordi pace con Israele, è abbastanza paradigmatico. Le conseguenze furono minime e nel giro di due e tre anni venne riammesso”.

Più dirimente, secondo Campanini, è l'appoggio degli islamisti di Ennahda. Rachid Ghannouchi e il partito non hanno adottato una posizione ufficiale, valutano la questione molto più complessa di come viene rappresentata ma il silenzio, in qualche modo, autorizza la Commissione a proseguire.

Rimangono le incognite, non secondarie, delle elezioni municipali di maggio - che hanno raffreddato i rapporti tra Ennahda e Nidaa Tounes e tra Essebsi e Ghannouchi - e dell'ala oltranzista del Partito islamico che si muove al confine con il salafismo.

«Ghannouchi è il leader islamico più eminente in questa fase storica» conclude Campanini «e la sua linea di apertura, mostrata sino ad oggi, può essere un faro catalizzatore nel mondo arabo. Del resto, in Marocco il Partito giustizia e sviluppo - anch'esso, come Ennahda, si richiama ad un orizzonte teorico simile a quello della fratellanza musulmana, ndr - e l'Associazione della giustizia e delle beneficenza fondata da Abdessalam Yassin sono progrediti nella stessa direzione. C'è un humus positivo e dinamico che può allargarsi. E' ovvio che, contestualmente, si manifestano anche spinte di segno opposto, proprio per tale ragione è importante che la linea di Ghannouchi possa affermarsi”.

Riavvolgendo il nastro e ripercorrendo a ritroso la storia dell’emancipazione femminile in Tunisia, va osservato come già nel 1924 l’organo del partito socialista, “Tunis socialiste”, avviò una campagna di contrasto all’uso del velo tradizionale (hijab) e di sensibilizzazione al ruolo e alle prerogative delle donne. Erano i prodromi di un’evoluzione che avrebbe investito la società nell’epoca post-coloniale.

L’artefice fu Habib Bourguiba, il leader che sfidò i francesi e gestì il processo di decolonizzazione assurgendo a dominus assoluto della scena politica. Più ancora della Costituzione del 1959, il Code du statut personnel del 1956 costituì un acceleratore della modernizzazione tunisina e ruppe gli schemi della società feudale. Il codice rappresentava una rivoluzione culturale e dei costumi per il mondo arabo. Prevedeva il divieto della poligamia e del ripudio della moglie da parte del marito, introduceva il divorzio che poteva essere richiesto anche dalle mogli e stabiliva un’età minima per il matrimonio.

Bourguiba accompagnò il provvedimento – ancora oggi faro della vita collettiva – con una intransigente campagna contro l’hijab, che il presidente si era spinto a definire un “odioso straccio”. L’esito finale fu pari alle attese perché l’emancipazione dell’universo femminile fu reale, soprattutto nei centri urbani, anche perché fu accompagnato da un’altra serie di riforme che perimetrarono il raggio d’azione e l’influenza della religione - alcuni autori l'hanno concettualizzata come “statalizzazione della religione” - e diffusero capillarmente l’istruzione.

La questione dei diritti delle donne, peraltro, fu scortata dal protagonismo delle dirette interessate. Nel 1936 venne fondata la prima associazione femminista, l'Unione musulmana delle donne tunisine, capeggiata da Bashira ben Mrad. Mentre, sulla scorta dell'approvazione del Code du statut personnel, il Neo-Dustur incentivò il lancio dell'Unione nazionale delle donne tunisine, a cui sono seguite in tempi più recenti altre esperienze, come l'Associazione tunisina delle donne democratiche e l'Associazione delle donne tunisine per la ricerca sullo sviluppo.

L’azione dei collettivi femministi e l’ascesa di originali figure di riferimento nell’universo islamista, come Sayida Ounissi (segretaria di Stato alla formazione professionale e deputata di Ennahda), simboleggiano l’invariata sensibilità sulla questione delle relazione di genere e la sedimentazione di una coscienza politica storica. La revisione del diritto ereditario si pone, ora, come ulteriore tassello di un’avanzata giuridica che finirebbe per caratterizzare la delicata transizione democratica. 

@simonecasalini

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