Tunisia: l’impegno dei pescatori nel Mediterraneo

Gli uomini della guardia costiera tunisina scrutano l’orizzonte, sondano le acque, perlustrano la costa alla ricerca di persone da mettere in salvo. In Nord Africa i migranti che provano a raggiungere l’Europa a bordo delle carrette del mare li chiamano "harraga". Il nome deriva dalla pratica di bruciare i documenti quando sono in procinto di essere catturati.

REUTERS/Amr Abdallah Dalsh

L’impegno della guardia costiera tunisina è quotidiano perché l’afflusso dei migranti, soprattutto quando il mare è calmo e c’è caldo, è quotidiano. Recuperano i corpi vivi in balia delle correnti, oppure quelli morti che riaffiorano a galla nel cimitero Mediterraneo.

Da quando è scoppiata la crisi libica, dal 2011 a oggi, la Tunisia è coinvolta direttamente nella gestione dell’immigrazione.

“Ogni giorno vediamo corpi in decomposizione che galleggiano in mare e sono sicuro che continueremo a vederne ancora e ancora a lungo”, racconta alla tv tunisina il tenente Mosaad Abichou, uno dei comandanti che guidano le navi di soccorso dal porto di Zarzis. Il paese non ha le risorse, né economiche né umane, per affrontare i flussi in modo corretto, ma nonostante tutto fa quel che può.

Il pattugliamento delle coste è costante, spiega Abichou. E se non interviene in tempo la guardia costiera, ci pensano i pescatori, ligi agli antichi principi del mare.“Vediamo situazioni sconvolgenti”, raccontano nel corso della medesima intervista. “A fine aprile abbiamo messo in salvo trentadue persone  e le abbiamo portate a Zarzis. Ma per fare questo interrompiamo il nostro lavoro con tutti i danni che ne conseguono”.

Se in mare la situazione si sta scaldando, a terra non è molto diverso con l’unico centro ufficiale per migranti, a Ben Guardane, chiuso per ristrutturazione. Mentre dalla Libia si continua a scappare. “Abbiamo spazi e mezzi limitati e i migranti continuano ad arrivare, ma per fortuna ci sono i volontari” raccontano le ONG impegnate sul territorio. Senza risorse, infatti,  i soccorritori non possono fare altro che contare sulla generosità dei locali per cibo e vestiti. E nel 2011, quando scoppiò la rivoluzione in Libia, i tunisini hanno dato una lezione di umanità al mondo per come accolsero i propri vicini di terra e di destino.

Al momento molti degli harraga arrivati a Zarzis e provenienti principalmente da Mali e Nigeria,  sono stati sistemati in un edificio incompiuto, con coperte di seconda mano. I pericoli del mare per loro non sono un deterrente per non partire. Nei rispettivi paesi lavorano quasi tutti saltuariamente nel mercato delle costruzioni, al nero e mal pagati, e hanno come unico obiettivo quello di racimolare soldi da dare ai trafficanti per provare a raggiungere l’Europa. Dove pensano di avere comunque un futuro migliore. E se si obietta che nell’agognata Europa non c’è il futuro che sognano, Mohammed Eddy, 25 anni, dice di preferire vivere da prigioniero in Europa piuttosto che da libero in Nigeria.

Dopo lunghe trattative con un rappresentante dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, invece, Gary Yari, 16 anni, salvato dai pescatori mentre tentava di raggiungere Lampedusa, ha appena firmato il foglio di rientro volontario in Mali. Ma non demorde. Dopo una lunga consultazione a telefono con suo padre, che lo esortava a non tornare in Mali, dice che proverà a partire di nuovo. Non importano i rischi, non importa cosa ne sarà del suo futuro. Vuole vivere da cittadino libero. A seconda del tratto di mare in cui intervengono per mettere in salvo i migranti, i pescatori tunisini rischiano non solo la vita ma anche una denuncia per aiuto all’immigrazione illegale.

“Vediamo harraga tutti i giorni, ma non possiamo lasciarli morire lì in mezzo al mare, siamo musulmani”.

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