Tunisia, la nuova legge antiterrorismo reintroduce la pena di morte

Ci sono voluti due attentati al turismo, quello del Museo Bardo e della spiaggia di Sousse, numerosi attacchi alle forze dell’ordine e un lungo e tormentato iter parlamentare, perché la Tunisia approvasse la nuova legge antiterrorismo. Più severa rispetto a quella del 2003, emanata nell’era Ben Ali quando i terroristi erano i dissidenti.

Sousse, Tunisia - A plaque dedicated to those killed in a recent attack by an Islamist gunman, is seen at the beach where the attack took place during a minute's silence in Sousse, Tunisia July 3, 2015. REUTERS/Anis Mili

La normativa è stata approvata il 25 luglio da 174 parlamentari su 217 e solo dieci astenuti, divenuti poi il bersaglio di una campagna diffamatoria condotta da alcuni giornali. “E’ una legge importante perché stiamo vivendo un momento difficile. Il terrorismo è aumentato ed è cambiato: non si nasconde più tra le montagne ma vive nelle città, in mezzo a noi” commenta Alaya Alani, professore dell’università Manouba e tra i massimi esperti di terrorismo in Nord Africa. Ma alcuni aspetti di questa legge sono contestati perché giudicati miopi e reazionari. Miopi perché puniscono severamente il terrorismo ma non predispongono misure efficaci per contenere l’estremismo; reazionari perché restaurano “punizioni” e modi di agire da ancién regime. E per i detrattori una legge antiterrorismo restrittiva ma che non prevede soluzioni a lungo termine per i problemi economici e sociali, almeno quelli più urgenti, non è dunque in grado di combattere il terrorismo.

La nuova normativa mira a rendere più efficienti le procedure contro il riciclaggio di denaro; istituisce una unità di giudici specializzati in materia di terrorismo e tende a concentrare le operazioni di investigazione a Tunisi, per evitare la dispersione delle informazioni tra le varie unità di polizia dei governatorati. Ma dà anche una definizione troppo ampia di terrorismo, che arriva a comprendere gli atti che pregiudicano la proprietà pubblica o privata, le risorse vitali, le infrastrutture come i trasporti o le comunicazioni, dando quindi al giudice ampia facoltà discrezionale. Concede alla polizia poteri ampi e vaghi, in un paese dove si fa abitualmente uso della tortura; estende la detenzione preventiva da sei a quindici giorni, durante i quali il detenuto è messo in isolamento e senza avvocato; permette ai tribunali di impedire le udienze pubbliche e ai testimoni di restare anonimi, e dulcis in fundo, resuscita la pena di morte per determinati atti tra cui lo stupro, se finalizzato al terrorismo.

Dopo una moratoria durata venticinque anni, quindi, il boia in Tunisia ricomincerà a lavorare per i colpevoli di azioni terroristiche. E prende sostanza l’articolo 21 della Costituzione, molto contestato all’epoca in cui fu varato, che nel prescrivere la sacralità del diritto alla vita prevede “casi estremi” in cui la legge può stabilire delle eccezioni. Inoltre gli ampi poteri di sorveglianza che la nuova legge concede alle autorità, fanno inevitabilmente riaffiorare i ricordi di un passato ancora vicino, durante il quale ogni comunicazione di presunti oppositori politici veniva controllata abusivamente.

Per Allani questa normativa non è altro che la reazione a un problema che nel paese esiste da almeno tre anni e che è stato affrontato con netto ritardo. “La Tunisia non ha una tradizione di terrorismo, ma le cose sono cambiate per le politiche della troika (coalizione Ennahda – Ettakol – Congresso per la Repubblica) che ha governato subito dopo la rivoluzione” spiega. Durante gli anni del governo islamico nel paese sono fiorite circa 157 “organizzazioni caritatevoli”, finte onlus che grazie al sostegno economico di alcuni paesi del Golfo e in particolare del Qatar, hanno finanziato il jihad in Siria e in Iraq attraverso la Tunisia. “I tremila ragazzi partiti per la Siria, quelli andati in Iraq, i settecento che si trovano in Libia, i cinquanta in Mali, non sono certamente solo il frutto dell’instabilità politica generale, ma sono un problema interno, proprio della Tunisia”.

Per Allani è evidente che la troika non ha monitorato queste associazioni, anzi, in certi casi le ha addirittura favorite; non ha controllato le moschee; non ha fermato gli imam notoriamente radicali; non è stata abbastanza incisiva lungo il confine con l’Algeria e con la Libia, dove fioriscono la gran parte delle attività di contrabbando, e soprattutto non ha fatto abbastanza per affrancare dalla povertà intere fette di nazione, dove i giovani vivono ai margini della società. “Non a caso le attività terroristiche in Tunisia sono collegate direttamente al contrabbando, che produce un’economia sommersa e parallela di svariati milioni di dollari, come dimostrano i dettagli degli oltre duemila arresti effettuati dopo gli attentati del Bardo e di Sousse. Per fortuna nel 2014 molte di quelle organizzazioni hanno chiuso non tanto perché lo stato le ha smantellate ma perché alcuni paesi del Golfo hanno smesso di finanziarle”, aggiunge il professore Allani. Per il quale a livello politico, invece, l’incremento del terrorismo ha prodotto come conseguenza diretta il declino dell’Islam politico. “Ennahda nell’ultimo anno ha perso oltre un terzo dei voti e la volontà riformatrice del suo leader, Rachid Ghannouchi, si è scontrata con l’ala meno liberale del partito. I quattro partiti salafiti registrati nel paese non hanno ottenuto neanche un seggio in parlamento. E’ sempre più evidente che per noi tunisini Islam politico e jihad non sono il futuro”.

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