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Tunisia: ingresso vietato agli omosessuali in alcuni negozi e taxi

In Tunisia, a Kairouan, sui finestrini e sulle vetrine di certi taxi e negozi appaiono dei cartelli che recitano “Vietato agli omosessuali”.Nel dicembre 2015, il tribunale di questa città condannò sei giovani a tre anni di carcere. L’accusa? Sodomia. Le autorità liberarono i sei nel marzo 2016. Questa decisione fu presa soprattutto grazie all’intervento della Shams, un’organizzazione per i diritti delle persone omosessuali, la quale diede vita a continue proteste contro il verdetto dei giudici.

Photo credit: Shams
Photo credit: Shams

“Il nostro impegno consiste nel difendere le minoranze sessuali. Ci adoperiamo anche per abrogare l’Articolo 230 del codice penale tunisino, datato 1913, che considera la sodomia un reato e che prevede una pena di tre anni per questo crimine” racconta Ahmed Ben Amor, vicepresidente e portavoce di Shams “Il 17 maggio 2015, siamo diventati la prima associazione per i diritti degli LGBT a essere riconosciuta dal governo tunisino.”

“Le nostre azioni sono volte a scioccare le frange più estremiste e conservatrici della società. Quelle che credono che l’omosessualità sia un atto contro dio.”

Ahmed descrive la Tunisia come “ una prigione a cielo aperto, dove la polizia può arrestare chiunque sospettato di essere omosessuale, portarlo in centrale, e lì sottoporlo molto spesso a sevizie, come la perquisizione anale.”

La stessa cosa che è anche successa ad Ahmed, fermato dalla polizia vicino alla città di Mahdia nell’agosto 2016. I poliziotti malmenarono il ragazzo e in seguito lo abbandonarono in aperta campagna. Ahmed confessò anche che uno dei poliziotti avrebbe abusato di lui con un manganello.

L’omosessualità è prima di tutto un insulto alla tradizione e agli usi tunisini. In questo paese, gli uomini sono rivestiti del dovere di creare una famiglia numerosa. Essere gay significa andare contro a questa convenzione.

Prima della fondazione di Shams, che significa “Sole”, non c’era alcuna associazione che si occupasse dei diritti dell persone LGBT. Oggi la pagina Facebook di Shams, che ha anche subito un attacco pirata, conta all’incirca 130.000 like e gode di un grande supporto a livello internazionale.

Ahmed è in prima linea in questa battaglia. Come molti altri gay tunisini, ha sperimentato discriminazione e violenza. “Ho scoperto di essere gay a undici anni. All’epoca avevo il mio blog, nel quale parlavo di omosessualità. Ovviamente, usando un nickname.”

Nel marzo 2015, la sua famiglia  scoprì il suo segreto e l’esistenza del blog, dopo che sua sorella trovò le sue foto assieme al fidanzato. La reazione fu molto violenta. Per due giorni, il padre e lo zio di Ahmed torturarono il ragazzo. Alla fine, il padre lo accoltellò alla coscia, facendogli perdere conoscenza.

“Mi portarono all’ospedale, da dove però  scappai. Da lì mi nascosi a casa di un amico.” Questa tragica esperienza ha spinto Ahmed a dedicarsi all’attivismo e alla protezione dei diritti delle minoranze sessuali.

L’ottobre 2015 rappresenta un punto di svolta per Shams. Dopo una conferenza nella quale gli attivisti espongono il loro programma, l’associazione entra al centro dell’attenzione pubblica.

“Il mio insegnate mi escluse dai corsi, dopo avermi insultato pesantemente. Un giorno, dei salafiti si presentarono davanti alla mia scuola a Monastir, e lì, davanti a tutti, mi picchiarono selvaggiamente. Poco dopo, decisi di scappare a Tunisi.”

Questa nuova notorietà ha influito molto sulla vita privata di Ahmed. Le scuole, sia pubbliche che private, hanno rifiutato di ammetterlo ai propri corsi, impedendogli così di continuare la sua educazione. Il motivo? Ahmed era un simbolo di perversione, capace di corrompere i suoi coetanei.

Nel gennaio 2016, l’attivista prese parte a uno dei talk show più famosi del paese. Dopo la sua apparizione in televisione, Ahmed divenne oggetto di minacce telefoniche o via Facebook. Alcuni, passarono anche all’azione. “Un giorno, mi sono imbattuto in un uomo armato di coltello. Puntava dritto verso di me. Fortunatamente sono riuscito a scappare.”

Ahmed fu costretto anche a lasciare il suo lavoro come insegnate di musica. I genitori degli studenti non vedevano di buon occhio quel giovane insegnate omosessuale. Le ripetute vessazioni e minacce hanno anche portato Ahmed a tentare il suicido in Luglio.

Durante l’anniversario della rivoluzione che ha cacciato il presidente Ben Alì, Ahmed e altri attivisti di Shams scesero in piazza, imbracciando bandiere e simboli LGBT. Fu solo grazie  all’intervento della polizia che lui e i suo compagni furono in grado di scampare alla folla minacciosa che gli aveva circondati.

“Non mi faccio illusioni. La polizia è intervenuta solo perché c’erano i media presenti. Volevano dimostrare di essere efficienti.”

Tuttavia, Ahmed non crede che la situazione sia irreparabile. Spiega come l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sull’associazione abbiano contribuito a portare alla luce il tema dell’omofobia e a discuterne a riguardo. La Shams punta proprio a questo: sconvolgere la società e portarla ad occuparsi di temi scottanti e controversi. Tutto questo può contribuire a far aprire le menti delle persone normali.

“Non ho paura di essere picchiato o arrestato. L’unica cosa che non posso sopportare è non poter continuare la mia educazione. So che per poter essere utile a questa causa ho bisogno anche di migliorare le mie competenze. Concludere la mia carriera accademica è l'unica ragione che mi spinge a lasciare il mio paese. Se necessario, lo farò, ma solo per tornare a servire meglio questa causa”.

@matteo_lat

 

 

 

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