L’omosessualità in Tunisia è ancora un reato. E l’attesa depenalizzazione potrebbe risolversi nella sola cancellazione della pena detentiva. Compromesso inaccettabile, dice Mounir Baatour, a capo di una delle nuove associazioni che lottano per i diritti Lgbt, spesso a fianco delle femministe

Una donna tunisina cammina accanto ad un muro con la scritta "La libertà è una pratica quotidiana" a Tunisi. REUTERS / Anis Mili
Una donna tunisina cammina accanto ad un muro con la scritta "La libertà è una pratica quotidiana" a Tunisi. REUTERS / Anis Mili

Ci sono diversi aspetti della transizione democratica tunisina che devono essere calibrati e sui quali si misura l'incerto percorso riformista del Paese. Tra questi, l'ambito dei diritti e delle libertà individuali conosce una fase dialettica di assestamento tra le privazioni del regime autoritario, le spinte al cambiamento della rivoluzione e l'arroccamento di una società tendenzialmente conservatrice.


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Il rapporto di 235 pagine redatto dalla Commissione delle libertà individuali e dell'uguaglianza di genere ne è un esempio. Punta ad allineare la legislazione alle disposizioni della Costituzione del 2014 su alcune questioni sociali rilevanti. I diritti degli omosessuali, e più in generale della comunità Lgbt, sono uno dei temi affrontati nel rapporto perché la Tunisia contempla ancora il reato di omosessualità. L'articolo 230 del codice penale prevede la condanna fino a tre anni di carcere per “qualsiasi atto omosessuale compiuto da uomo o donna”. La genesi della norma è peculiare visto che il primo progetto di Codice penale tunisino del 1911 non inseriva nelle sue casistiche questo reato. Furono le autorità coloniali francesi, due anni più tardi, a promulgare l'articolo 230 all'epoca concepito soprattutto per stigmatizzare la sodomia, le relazioni sessuali tra uomini.

Il rapporto finale della Commissione propone all'Assemblea dei rappresentanti del popolo due possibili soluzioni che sono emblematiche dell'equilibrismo tra differenti sensibilità e culture. La prima è una depenalizzazione dell'omosessualità, la seconda mantiene il reato ma sostituisce la prigione con un'ammenda di 500 dinari tunisini. «Noi siamo ovviamente per la prima opzione» dichiara Mounir Baatour, avvocato e presidente dell'associazione Shams «e contrari alla seconda ipotesi. È una questione di principio e di diritto. Ogni persona deve poter disporre del proprio corpo, gli omosessuali non fanno male a nessuno e non sono criminali».

L'idea di istituire una realtà associativa «È venuta constatando l'oppressione degli omosessuali in Tunisia, la moltiplicazione dei processi contro di loro, delle violenze e delle aggressioni e, infine, dei rigetti familiari». Shams è l'avanguardia nella battaglia per la depenalizzazione, ma dispiega la sua attività sostenendo gli omosessuali in difficoltà. Un numero d'ascolto è sempre in funzione e riceve una decina di chiamate al giorno. «Le persone che ci contattano raccontano le loro angosce e i problemi che hanno con le famiglie e la polizia» spiega ancora Baatour.

La rivolta del dicembre 2010 che determinò il crollo del regime di Ben Ali non ha prodotto – se non con qualche eccezione - un significativo mutamento della situazione, segno anche del radicamento sociale e culturale dell'omofobia. «Purtroppo la repressione contro gli omosessuali è addirittura aumentata dopo la rivoluzione, ma quantomeno gli omosessuali hanno acquisito la libertà d'espressione come tutto il popolo tunisino» prosegue il presidente di Shams. Una conferma arriva dal primo festival cinematografico dedicato all’identità queer organizzato dall’associazione Mawjoudin (la cui traduzione è “noi esistiamo”) celebrato a gennaio nella capitale.

Uno degli strumenti a cui ricorre l'autorità per perseguire il reato di omosessualità è quello dell'esame anale. Nel “Report sugli aspetti legali, giudiziari e istituzionali dei processi contro le sessualità non normate” si denuncia che questa tecnica invasiva e umiliante “è basata su modalità scientifiche dell'Ottocento che sono screditate dalla maggioranza delle opinioni scientifiche e mediche contemporanee”. I sospettati possono sottrarsi a questa prassi ma il Comitato contro le torture ha osservato come “un numero considerevole di persone ha scelto di accettare l'esame sotto la minaccia della polizia”, credendo inoltre che un rifiuto avrebbe condotto all'incriminazione. La polizia agisce con discrezionalità come racconta il processo intentato contro due uomini, Sabri Ben Monji Chehdy e Achref Ben Khaled Bouasker, al tribunale di Sousse un anno fa. Vennero sorpresi alla stazione in atteggiamenti affettuosi e subito sottoposti all'esame anale che diede esito negativo. Nonostante questo vennero arrestati.

La rivendicazione dei diritti degli omosessuali ha trovato una convergenza con quelli del movimento femminista - «Stiamo lavorando insieme nel quadro del collettivo civile per le libertà individuali» conferma Baatour - che nel corposo rapporto della Commissione delle libertà individuali e dell'uguaglianza di genere ha osservato la trattazione di alcune sue priorità. In primis, la questione della parità di genere in materia ereditaria, risolta con tre opzioni di differente gradazione che vanno dall'uguaglianza garantita per legge a quella in cui è necessario l'accordo tra gli eredi, l'eliminazione dell'obbligo della dote come condizione per contrarre il matrimonio, la trasmissibilità del cognome materno alla prole.

Proiettando il reato di omosessualità nella nuova Costituzione, il Report sugli aspetti legali ne lamenta la violazione dell'articolo 21 sui principi di uguaglianza e non discriminazione, l'articolo 23 sulla dignità umana, l'articolo 24 sul diritto alla privacy, l'articolo 49 sul principio di proporzionalità.

«Le forze politiche non si sono ancora pronunciate sul rapporto della Commissione e non si sono registrate prese di posizione ufficiali. Spero che l'Assemblea dei rappresentanti del popolo possa licenziare queste proposte al fine di aprire davvero una nuova stagione dei diritti» conclude Baatour.

@simonecasalini

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