Tunisia: primi passi verso la giustizia

Ventiquattro persone sono alla sbarra per l’assassinio di Chokri Belaïd, il leader della sinistra laica tunisina ucciso il 6 febbraio 2013 da quattro proiettili mentre usciva di casa, in un contesto di sostanziale “distrazione” del governo a guida islamica. Il suo omicidio ha reso concreta la minaccia del fondamentalismo islamico nel piccolo paese nordafricano.

Sousse, Tunisia - A tourist police stands near a sign as he guards the beach in Sousse, Tunisia, July 1, 2015. Hundreds of armed police patrolled the streets of Tunisia's beach resorts on Sunday and the government said it will deploy hundreds more inside hotels after the Islamist militant attack in Sousse that killed 39 foreigners, mostly Britons.REUTERS/Zohra Bensemra

La prima udienza del processo, in un’aula di tribunale gremita di avvocati, giornalisti e attivisti, si è tenuta nelle ore successive all’attacco di Sousse, per essere poi rinviata al 30 ottobre. Nel dibattimento, in teoria, potrebbero persino essere applicate le misure previste nella nuova legge antiterrorismo, in discussione al Parlamento, la cui approvazione è attesa entro il 25 luglio. Finora la normativa è rimasta insabbiata in un faticoso dibattito parlamentare.

Era scontato e probabilmente legittimo che così fosse, perché l’esperienza sotto Ben Ali, quando la sicurezza nazionale diventava un paravento per abusi e torture inaccettabili, ha marchiato a fuoco la sensibilità politica dei tunisini. Laici e islamici, madri dei detenuti e organizzazioni per i diritti umani, tutti sono d’accordo a pretendere che le garanzie degli accusati siano tutelate a ogni livello.

Ma adesso, dopo la strage di Sousse, attesa forse ma comunque imprevedibile nel suo svolgimento, la Tunisia è scossa. Nemmeno il massacro al museo del Bardo era riuscito a spaventare i turisti, affezionati al paese mediterraneo, alle sue spiagge di sabbia bianca, ma ancora di più al suo spirito laico e tollerante. Adesso invece gli stranieri abbandonano in massa i resort in riva al mare, le agenzie si vedono cancellare le prenotazioni, l’intera repubblica si interroga sul futuro, da sempre legato al turismo, la risorsa più concreta e per molti giovani unica vera alternativa al viaggio della disperazione verso l’Europa.

Sull’onda emotiva della reazione all’attacco di Sousse, la legge stavolta sarà approvata senza indugio. Ma l’appuntamento più significativo resta quello con la giustizia: la Tunisia non può permettersi di mostrare debolezza ai responsabili dell’uccisione di Belaïd. Lo ha fatto, nella sostanza, il vecchio governo a guida islamica, accusato di essere stato troppo tollerante con i gruppi salafiti e con i qaedisti di Ansar el Sharia prima, e troppo disattento al clima che si stava maturando e nel quale si sono consumati gli omicidi di Belaid e Brahmi, poi. La reazione popolare ha costretto gli islamici di Ennahda a condividere e poi a lasciare il potere, ma ora non basta più.

All’unico paese uscito con la democrazia dall’ondata delle rivolte arabe adesso serve la giustizia, per Chokri Belaïd, per Mohamed Brahmi, per i  turisti rimasti uccisi negli attentati e per i tanti soldati e le forze dell’ordine, che da almeno tre anni sono obiettivo frequente di attacchi dell’Islam radicale. Il processo sarà il primo passo di una scelta di campo precisa, quella che la gente di Avenue Bourguiba continua a rivendicare anche in queste ore: una Tunisia libera e senza più paura.

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