La rivoluzione in Tunisia è un successo, parola di Ghannouchi

La transizione alla democrazia non è un pranzo di gala, spiega il leader di Ennahda, partito che ha guidato a un discusso ripudio dell’Islam politico: “Si è macchiato con il terrore, per noi la libertà è la pietra angolare dell’Islam”. E per questo - sostiene - la rivoluzione tunisina va avanti

Rachid Ghannouchi parla ai suoi sostenitori al suo rientro in Tunisia dopo 22 anni di esilio, 30 gennaio 2011. REUTERS

«I giovani hanno fatto la rivoluzione soprattutto nelle regioni marginalizzate, economicamente più deboli. Dopo sette anni avvertono che la situazione non è cambiata e continuano a manifestare il loro dissenso, a protestare. Li capisco. Però è il costo della transizione democratica che, alla fine, considero di successo anche comparandola al resto del mondo arabo».

La mimica è ridotta all’essenziale e il tono di voce ha una lieve inflessione metallica. Rachid Ghannouchi siede nel salotto del suo ufficio all’ultimo piano della palazzina che accoglie Ennahda, nel quartiere d’affari di Montplaisir, a Tunisi. Il leader della Rinascita islamica, originariamente ispirata all’esperienza dei Fratelli musulmani egiziani, nei 76 anni di vita ha osservato sfilare le stagioni della politica, di cui il più delle volte è stato artefice. Dopo un’iniziale infatuazione per il nasserismo, plasmò l’islamismo tunisino fondando negli anni Sessanta la corrente al-Jamaʿa al-Islamiyya che poi si strutturò politicamente nel Movimento della tendenza islamica. Ennahda è stato il terzo snodo nel 1989, creatura sopravvissuta all’ostilità repressiva di Ben Ali che fece guadagnare a Ghannouchi la via dell’esilio londinese. Incantesimo rotto solo nel 2011. Ennahda ha innervato l’Islam politico - l’asimmetrica coalizione dei fondamentalismi – per poi prenderne le distanze.

«L’Islam politico è una definizione che è stata sporcata dalla violenza e dal terrorismo mentre noi abbiamo deciso di assegnare alla libertà lo status di pietra fondamentale dell’Islam» afferma Ghannouchi concatenando parole e concetti per ribadire una svolta a cui, in Tunisia, molti guardano con sospetto per gli ambigui intrecci con il proteiforme universo salafita e per un radicato retaggio bourghibiano che vuole politica e religione nettamente separate.

Presidente Ghannouchi, la transizione democratica non è stata semplice. Accanto alla costruzione di un nuovo modello politico post-autoritario – sintetizzato nella Costituzione del 2014 – permangono elementi di fragilità (disoccupazione, terrorismo, corruzione, ritorno sulla scena politica ed economica di figure legate al regime di Ben Ali). Qual è il suo bilancio a sette anni di distanza dall’avvio delle proteste che si propagarono poi nel mondo arabo?

«Complessivamente valuto l’esperienza tunisina positivamente. Credo realmente che sia una transizione democratica di successo con costi e sacrifici sostenibili. La rivoluzione non è un cambiamento immediato verso un sistema democratico stabile. Richiede tempo e impegno, ma se osserviamo l’evoluzione del quadro politico nel resto del mondo arabo e a livello internazionale, difficilmente si può esprimere una censura rispetto al nostro percorso. Siamo un Paese democratico con una Costituzione all’avanguardia, esito di un itinerario condiviso; abbiamo celebrato quattro elezioni senza che nessuno abbia mai sollevato dubbi sulla loro correttezza; parlamento e governo sono pienamente legittimati; la stampa è libera come mai era accaduto prima. Abbiamo una società civile forte e impegnata, e non ci sono partiti vietati (in verità i salafiti di Ansar al-Shari’a sono stati dichiarati fuori legge nel 2013, ndr). Tuttavia, come lei ha osservato, rimangono elementi di instabilità che sono riconducibili al passaggio dal regime autoritario a quello democratico».

Le giovani generazioni sono state le protagoniste delle rivolte partite nel dicembre 2010 a Sidi Bouzid dopo l’immolazione di Mohamed Bouazizi. Ciò nonostante nei successivi sette anni sono state escluse dalla politica, dal potere. Offrire una risposta credibile ai giovani non è forse il crocevia decisivo per stabilizzare la democrazia tunisina al di là del suo funzionamento procedurale?

«È vero che i giovani, soprattutto delle aree marginalizzate dell’entroterra, hanno contribuito in modo decisivo alla rivoluzione. Domandavano lavoro e dignità e a sette anni di distanza dalle rivolte sentono che la situazione non è cambiata, che le loro vite non sono migliorate. Per tali ragioni proseguono nelle proteste. Alcuni di loro provano a raggiungere illegalmente l’Europa, sfortunatamente altri sono attratti dai gruppi terroristi. Da un punto di vista filologico, sono per lo più trentenni cresciuti nel clima antecedente la rivoluzione del 2010. Personalmente non credo che la democrazia sia sufficiente da sola a risolvere la questione del pane. L’economia tunisina necessita di riforme radicali e purtroppo non abbiamo avuto la stabilità politica per affrontarle. Si sono succeduti in questi anni diversi governi (sei, ndr) con una durata media inferiore all’anno. In ogni caso, abbiamo avviato un percorso riformatore e tra i provvedimenti più importanti c’è il riassetto del sistema dell’istruzione. Abbiamo notato che esiste una discrasia tra ciò che chiede il sistema economico e ciò che offre il sistema educativo».

Il 17 dicembre, settimo anniversario dell’immolazione di Bouazizi, si sarebbero dovute celebrare le prime elezioni municipali. Ma il voto è stato rinviato per l’ennesima volta tra accuse incrociate. Questo rallenta anche l’attuazione delle disposizioni della nuova Costituzione relative ai “poteri locali” che segnano, peraltro, una netta inversione di tendenza rispetto alla Carta del 1959. Perché?

«Il rinvio delle elezioni è avvenuto contro la nostra volontà. Alcune forze politiche ci hanno accusato di voler anticipare il voto al fine di dominare la scena politica, ma è falso. La legge elettorale impedisce ad un partito di avere la maggioranza assoluta, è un sistema costruito anche per garantire rappresentanza ai movimenti meno popolari. Ennahda spinge per le elezioni perché realizzerebbero un obiettivo cruciale della Costituzione e della rivoluzione, ossia la distribuzione del potere che, attualmente, si concretizza solo nella capitale tra presidenza della repubblica, parlamento e governo. Coinvolgere tutto il Paese nella condivisione del potere è un passaggio fondamentale anche per sbarrare la strada a chi accarezza l’idea di riportare le lancette dell’orologio nel passato, a chi sogna magari un colpo di Stato. Ennahda non lo permetterà».

Ennahda ha vinto le elezioni per l’assemblea costituente nel 2011 con il 41% dei consensi e si è classificata seconda in quelle politiche del 2014 con il 27,7%. Ha sempre partecipato alle coalizioni di governo, ora con Nidaa Tounes, dichiarando di voler contribuire alla realizzazione di una “democrazia musulmana” con matrice nel principio islamico della shūrā (consultazione). Nonostante ciò, parte della società tunisina e alcuni osservatori sottolineano le contraddizioni – come la visione subalterna del ruolo della donna e la questione del velo – e denunciano la doppiezza e l’ambiguità di alcuni vostri discorsi. Come descriverebbe Ennahda oggi e come risponde a queste critiche?

«Il pensiero di Ennahda non ha doppiezze né tantomeno è segreto. Dal 1981 abbiamo pubblicato tutte le riflessioni che venivano effettuate nel partito. Non ci sono zone d’ombra. L’idea centrale è che Islam e democrazia non sono in contraddizione. Crediamo che la libertà sia il pilastro di ogni ragionamento, il fondamento che su cui si basa la costruzione democratica. Perciò abbiamo rivisto la teoria del tafsir (interpretazione) del Corano e della sunna alla luce del concetto di libertà. La libertà ci consente anche di armonizzare la nostra posizione sui temi della donna e del rapporto tra musulmani e non musulmani. La Costituzione esprime pienamente l’evoluzione del nostro pensiero».

La questione femminile?

«Nell’assemblea costituente sono state elette 62 donne, di cui 42 si sono presentate nelle liste di Ennahda e rappresentavano quasi il 50% dei nostri membri (in tutto erano 89, ndr). Le proporzioni sono simili nell’attuale Assemblea dei rappresentanti del popolo. Le donne sono, inoltre, presenti in tutte le istituzioni del movimento, ad ogni livello. Quello che viene affermato sulla nostra ambiguità e le accuse contro di noi derivano dalla competizione politica. La donna ha gli stessi diritti e doveri dell’uomo, lo sosteniamo da tempo».

Nell’ultimo congresso lei ha anche annunciato l’uscita di Ennahda dall’Islam politico. Quali sono le motivazioni?

«Lo abbiamo fatto perché l’Islam politico si è macchiato con la violenza e il terrorismo mentre noi assegniamo alla libertà lo status di pietra fondamentale dell’Islam. Quindi abbiamo deciso di prendere le distanze dal terrorismo, da quelli che proibiscono la democrazia poiché tutta la nostra attività politica e intellettuale si basa sull’affermazione del principio della libertà nell’Islam, sull’equilibrio tra Islam e democrazia, tra Islam democratico e diritti dell’uomo. Respingiamo l’interpretazione dei terroristi perché riteniamo sia sbagliata».

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