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Tunisia, tribunali militari e libertà di espressione

Il 24 dicembre, appena sbarcato all’aeroporto Cartagine di Tunisi, Yassine Ayari è stato arrestato con l’accusa di aver diffamato l’esercito e i suoi alti capi. Ayari è un blogger tunisino che vive a Parigi, è stato uno dei punti di riferimento durante la rivoluzione della dignità, e nella recente campagna elettorale ha sostenuto Moncef Marzouki, senza risparmiare critiche anche feroci a Beji Caid Essebsi, troppo invischiato negli affari del vecchio regime.

Photo credits huffpostmaghreb.com

Aveva polemizzato con l’ex ministro della Difesa Ghazi Jeribi in occasione degli attentati dell’estate scorsa ai confini con l'Algeria, quando diversi soldati tunisini persero la vita. Aveva scritto su Facebook una sequenza di post molto critici nei confronti delle istituzioni militari tra agosto e settembre, commenti che gli sono valsi una condanna a tre anni di carcere, in base all’articolo 91 del codice di giustizia militare, in vigore dal 10 gennaio 1957.

L’articolo 91 infatti stabilisce pene da tre mesi a tre anni di carcere per chiunque oltraggi la bandiera o l’esercito e ne offenda reputazione e dignità. Il 25 dicembre Ayari, il cui padre fu ucciso a maggio 2011, ha appreso da un tribunale civile della sentenza militare che lo aveva condannato in contumacia il 18 novembre.

Lo stesso giorno in cui un altro tribunale militare ha condannato, sempre in contumacia e sempre per diffamazione, Sahbi Jouini, leader del sindacato di polizia. Nel 2013 era stata condannata in base all’articolo 91 Hakim Ghanmi, una blogger che aveva criticato un ospedale militare di Sfax. Quelli di Ayari e Jouini  sono stati trattati come i primi casi controversi dell’era Essebsi dalla stampa tunisina e di rimpallo da quella occidentale.

Casi che hanno gettato le prime ombre sulla “nuova” Tunisia, anche se i processi sono avvenuti un mese prima che Essebsi venisse proclamato Presidente della Repubblica e all’alba della creazione di un nuovo governo.

Tuttavia – osserva Human Rights Watch in un’accurata analisi – il problema della convivenza tra giustizia militare e civile è antico perché quando fu cacciato Ben Ali nel 2011, il governo ad interim con il decreto n. 69 fece delle riforme importanti, ma non ha mai eliminato l’articolo 91 e quindi non ha mai vietato la competenza dei tribunali militari a giudicare i civili.

Ancora oggi quell’articolo può rappresentare la tentazione e la giustificazione, per chi siede al potere, di mettere a tacere critiche e dissensi. Ma quali sono le norme violate dalla sentenza Ayari? Innanzitutto l’articolo 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), a cui la Tunisia ha aderito.

Nel 2011 il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva pubblicato una guida per gli stati firmatari in cui si sottolineava  il divieto di processare chiunque criticasse le istituzioni pubbliche, esercito compreso. E poi c’è la fonte principale, la Costituzione tunisina, che all’articolo 31 tutela il diritto alla libertà di parola e di espressione, ma all’articolo 149 afferma che i tribunali militari continuano a esercitare i poteri conferitigli dalla legge.

Questa precisazione lascia quasi intendere che i Costituenti sapevano, e sanno, che sarebbe necessaria una riforma del codice di giustizia militare. Dulcis in fundo c’è il diritto internazionale e la violazione della norma che impedisce ai tribunali militari di processare i civili.

Nel caso di Ayari, poi, il processo è avvenuto in contumacia, senza dargli quindi adeguata possibilità di difesa. L’accusa nei suoi confronti è stata formulata sulla base di alcuni post pubblicati su Facebook e attraverso le testimonianze di sei  persone che lui stesso citava nei suoi commenti. Senza possibilità di controbattere. Ayari infatti è stato direttamente arrestato e condotto nel carcere della Monarguia e la sua possibilità di difendersi – accusano gli avvocati e gli osservatori internazionali – è rinviata alle nuove udienze, in barba a tutte le regole sul processo giusto ed equo, invocato dal diritto internazionale anche quando si svolge in contumacia.

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