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La Turchia compra missili dalla Russia perché l’Europa intenda

L’acquisto del sistema di difesa missilistico russo S-400 è una sfida ai vincoli atlantici. Erdogan si porterebbe così a casa armi difficilmente compatibili con lo stesso arsenale turco. Più utili come strumento politico che militare.

Il Presidente turco Tayyip Erdogan fischia alle guardie durante una cerimonia a Istanbul. REUTERS/Murad Sezer
Il Presidente turco Tayyip Erdogan fischia alle guardie durante una cerimonia a Istanbul. REUTERS/Murad Sezer

“I missili S-400 sono capaci di abbattere i caccia di quarta generazione” avvisava il Cremlino due anni fa, commentando la potenza delle nuove batterie anti-aree russe (in servizio dal 2007) ai danni degli F16, degli F18, degli Harrier, del Panavia Tornado, del Dessault Mirage 2000, velivoli progettati fra gli Anni '70 e '90 del XX Secolo, oggi lentamente rimpiazzati dalla quinta generazione di caccia, ma ancora perno di molte aviazioni occidentali.

Gli S-400, dunque, possono essere un pericolo concreto per i membri dell'Alleanza Atlantica, eccetto per la Turchia che, nell'arco di 12 mesi, ha mostrato più volte interesse per le armi made in Russia.

Un interesse ambiguo, per due motivi: il primo, più evidente, è che il paese fa parte della Nato e, come tale, non può dotarsi di armamenti diversi da quelli previsti dagli standard che rispettano tutti gli altri membri; il secondo, più curioso, è l'apertura ad una nazione, la Russia, storica avversaria della Turchia dai tempi delle guerre ottomane per l'influenza sul Mar Nero e, più di recente, in contrasto sul futuro riassetto siriano.

Eppure, il 12 settembre scorso il quotidiano turco Hurriy et daily news riporta la notizia della firma di un primo accordo per un approvvigionamento di S-400, così motivato dallo stesso Erdogan:

Siamo responsabili del prendere misure di sicurezza per la difesa del nostro paese”.

Un principio già seguito nel 2013, quando il Presidente turco ha commissionato alla cinese China Precision Machinery Import-Export Corporation l'acquisto di HQ9, versione asiatica dell' S-300, per circa 3 miliardi di dollari, commessa poi annullata nel 2015. Infine, nel 2016, è nuovamente annunciata la possibilità per le forze armate turche di dotarsi di tali sistemi d'arma.

Ancora, nel marzo 2017, l'agenzia TASS riporta le parole del generale e amministratore russo Sergey Chemezov, CEO di Rostec Corporation, secondo il quale “(i turchi) hanno espresso il desiderio di ottenere un prestito, ma ad ora il problema non è stato risolto. Il Ministero delle Finanze sta tenendo colloqui”. Oggetto del prestito sarebbero proprio gli S-400 che, nel frattempo, Rostec piazza anche sul mercato cinese per 3 miliardi di dollari.

La vicenda dei missili turchi, dunque, è tutt'altro che nuova, semmai un tira e molla con aziende estere che alla lunga potrebbe inficiare sulla credibilità della repubblica anatolica. Inoltre, spendere miliardi per armi poi non sfruttabili sarebbe un brutto colpo, sia a livello economico sia dal punto di vista interno: come giustificare a popolazione ed elettori d'aver speso così tanto denaro per nulla?

Poi, c'è da considerare l'attività del Committee for Standardization, organismo NATO che si occupa di effettuare scrupolosi controlli su interoperabilità, standardizzazione, policy e management dei sistemi in dotazione ai membri dell'Alleanza che, certamente, non accetterebbe mai l'implementazione da parte di Ankara di armi russe. E a se il giudizio di CS non fosse sufficiente a far cambiare idea a Erdogan, l' Aerospace and Missile Defense Concept, al quale l'aviazione turca ha aderito nel 2002 e l' Allied Land Command di Izmir (con radar di tipo AN/TPY2) sono sufficienti a ricordare il vincolo, diplomatico e militare, fra Ankara e l'Alleanza.

Alla luce di questi elementi sorge spontanea una domanda: il leader turco ha tenuto conto delle potenziali conseguenze derivanti dall'acquisto?

Sì, ne ha tenuto conto e, con molta probabilità, gli S-400 non gli interessano affatto. A interessargli, invece, sono i rapporti con l'Europa: la “minaccia” di rivolgersi ai russi, infatti, arriva sempre in momenti in cui le relazioni con i paesi UE si fanno più tesi. Lo scorso luglio, ad esempio, Berlino ha espresso preoccupazione per la sorte degli attivisti tedeschi imprigionati oltre i Dardanelli, ricordando anche che la Germania dovrà rivedere i piani di credito per le aziende turche. Posizioni dure che, in campagna elettorale, Merkel difficilmente rivedrà per non far vacillare la sua immagine di Eisen Frau tra i potenziali elettori. Gli S-400 potrebbero quindi servire ad attirare l'attenzione mediatica e diplomatica su una nazione il cui percorso di avvicinamento all’Unione europea si sta facendo sempre più impervio.

In fondo, nell'arco di 4 anni, mai gli acquirenti turchi sono giunti alla conclusione di contratti, segno tangibile che gli stessi militari e uomini di governo si rendono conto dell'assoluta inutilità di batterie anti-aree incompatibili con l'armamento di cui le forze armate sono già in possesso. Anche una eventuale cessione di quelle armi ai gruppi anti – Assad potrebbe rivelarsi un boomerang: i missili non si nascondono sotto un pastrano come i Kalashnikov, né sfruttarli è facile senza competenza ed opportuno addestramento. E visto che in Siria combattono anche i russi, Mosca impiegherebbero poco a riconoscere la provenienza di quel lotto e a puntare il dito contro la Repubblica di Turchia. 

@marco_petrelli 

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