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Erdogan rischia alle elezioni, e a decidere sarà il voto dei curdi

L’opposizione turca ha trovato un’inedita unità contro il presidente e il suo partito. E l'hashtag #TAMAM (Basta) è diventato virale. Per Erdogan si prospetta anche un ballottaggio complicato. A decidere le elezioni del 24 giugno sarà il voto dei curdi e la sorte del “loro” partito Hdp

Una sostenitrice dell'HDP mostra il segno di vittoria durante un raduno a Istanbul, in Turchia, il 4 maggio 2018. REUTERS / Murad Sezer
Una sostenitrice dell'HDP mostra il segno di vittoria durante un raduno a Istanbul, in Turchia, il 4 maggio 2018. REUTERS / Murad Sezer

Ankara - In Turchia è iniziata la campagna elettorale che sembra annunciare giorni molto concitati. Per la prima volta in quindici anni i partiti all’opposizione si dimostrano coesi nel voler contrastare Recep Tayyip Erdoğan sia a livello parlamentare che presidenziale alle prossime elezioni del 24 giugno.

Come atteso, infatti, Erdoğan sarà il candidato congiunto sia del Partito della Giustizia e Sviluppo (Akp) che del Partito del movimento nazionalista (Mhp) all’interno dell’Alleanza del Popolo, creata ad hoc per riuscire ad ottenere la maggioranza assoluta e compiere il proprio disegno egemonico di modifica del sistema politico e maggior accentramento di poteri. Mentre a questi si è unito in seguito il Partito della Grande Unione (Bbp),il fronte opposto veniva composto dal Partito del Bene (Iyi Parti); Partito Repubblicano del Popolo (Chp), Partito della Felicità (Saadet Partisi) e Partito Democratico (Dp).

La loro strategia si basa dunque su diversi candidati uniti nell’intento di frammentare il sostegno per l’Akp già dal primo turno elettorale. Un sostegno che secondo gli ultimi sondaggi si aggira sul 40-42%, e quindi lontano dal dominio dei seggi parlamentari.

Le dinamiche attuali dimostrano che i tradizionali cleavages ideologici delle diverse correnti politiche si sono affievoliti, profilando la nuova polarizzazione sociale sull’asse pro-contro Erdoğan. Trovandosi davanti a un nuovo scenario, lo stesso presidente non perde occasione per sottolineare i punti di forza dell’Akp, elogiando i primi 16 anni di governo come «un periodo di risurrezione» che «deve essere compiersi con l’applicazione del presidenzialismo a conferma della volontà della nazione».

Nel suo discorso in parlamento di martedì 8 maggio ha poi aggiunto: «non sarà l’opposizione a mandarci via ma, se un giorno la nostra nazione dirà “Tamam” - che in turco significa “Ok. Va bene così” - ci faremo da parte».

Questo ha immediatamente suscitato la reazione di gran parte dell’opinione pubblica e più di un milione di utenti social hanno intasato il web. L’hashtag #TAMAM è diventato anche lo slogan di tutti i leader all’opposizione che distintamente sulle proprie pagine hanno twittato per dire basta ad Erdoğan.

In quella che si profila una lotta all’ultimo voto, il Chp ha iscritto nelle liste il deputato Muharrem İnce come candidato alla presidenza, mentre sarà la veterana politica Meral Akşener – fuoriuscita da un anno dal Mhp - a guidare il suo partito Iyi a cui si aggiunge Temel Karamollaoğlu nei ranghi del Saadet. Sarà in lizza anche DoğuIncek, leader del partito della Patria (Vatan Partisi), che allo scadere dei termini è  riuscito a raccogliere le 100.000 firme utili a presentarsi come candidato indipendente.

D’altra parte, anche il Partito democratico popolare filo-curdo (Hdp) ha annunciato che il suo fondatore ed ex presidente Selahattin Demirtaş - ormai in carcere dal Novembre 2016 - concorrerà alla presidenza come avvenne nel 2014, quando sfidò direttamente Erdoğan. L’Hdp è oggi l’unica formazione che, non appartenendo ad alcuna coalizione, affronterà individualmente la sfida elettorale. Nonostante il rifiuto di Meral Akşener ad aprire la sua alleanza alle frange curde, i funzionari dell’Hdp non solo si mostrano fiduciosi sulla possibilità di superare la soglia di sbarramento del 10% ma prevedrebbero addirittura un testa a testa tra Erdoğan e Demirtas al secondo turno previsto per l’8 luglio.

In verità, le stime attuali suggeriscono che l’Hdp sarebbe in grado di entrare in parlamento, contraddicendo però le aspettative sulla tornata presidenziale.

Certamente Demirtaş è un leader carismatico e di successo, l’unico che, guidando una formazione identitaria filo-curda, è riuscito a sorpassare la soglia di sbarramento, attestandosi su una base del 13% alle elezioni parlamentari del giugno 2015, ostacolando l’Akp a cui sottrasse la maggioranza assoluta.

Sorto come movimento di protesta libertaria durante gli episodi di Gezi Parkı del 2013, l’Hdp soprattutto grazie alla sua giovane guida, è stato in grado di attrarre i voti di diversi settori della società. Ma i tempi sono velocemente cambiati e l’atmosfera politica si è ulteriormente fratturata in seguito all’escalation di violenza nel sud-est anatolico tra forze di Stato e il gruppo separatista curdo Pkk, che avrebbe secondo Ankara persistenti legami con l’Hdp.

In carcere da circa due anni con diverse accuse che spaziano dalla propaganda terroristica agli insulti al presidente, oggi per Demirtaş non solo sembra non esserci alcuna possibilità di rilascio ma anche il sogno di sfidare pubblicamente Erdoğan si fa sempre più difficile. La sua candidatura è infatti soggetta all’approvazione del Supremo Consiglio Elettorale (Ysk), che si pronuncerà in proposito il prossimo 12 maggio.

Dopo le vicissitudini degli ultimi anni, che hanno messo all'angolo l’Hdp con l’incarcerazione di un cospicuo numero di suoi membri e diverse misure restrittive, il partito non avrebbe comunque la stessa energia del 2015. La continua attività terroristica del Pkk nelle regioni sud orientali della Turchia, gli scontri in corso oltre confine contro le Unità di Protezione del popolo curdo siriano (Ypg) - considerata dalla Turchia organizzazione gemella del Pkk - e l’ampio sostegno interno accordato all’operazione Ramo d’Ulivo hanno ulteriormente minato la credibilità dei curdi sia nello scenario politico che agli occhi dell’opinione pubblica.

Tuttavia, nelle dinamiche attuali l’ago della bilancia sarà proprio il comportamento elettorale curdo che è estremamente significativo per la composizione del parlamento oltre che fondamentale per la corsa presidenziale.

Gli scenari sono diversi: i curdi potrebbero spostare la propria preferenza dal bacino dell’Hdp, replicando quanto già successo nelle elezioni del 1 Novembre 2015 quando i settori conservatori hanno preferito l’Akp. Tale inclinazione è stata poi confermata nel referendum del 2017 con il voto a favore degli emendamenti costituzionali. Inoltre, l’applicazione della nuova legge elettorale potrebbe comportare alcune difficoltà per gli elettori dell’Hdp soprattutto nel sud-est anatolico dove l’implementazione delle nuove norme di sicurezza con potrebbe avere un effetto discorsivo sulla libertà di voto.

Nel caso in cui l'Hdp possa entrare in parlamento, il fronte dell'opposizione avrà la possibilità di ottenere la maggioranza contro il blocco Akp-Mhp. In caso contrario, l'Akp sarebbe in grado di spazzare una buona porzione di seggi all’Hdp e quindi conferire un forte mandato all’Alleanza del Popolo.

Anche nell’eventualità di un secondo turno, le preferenze curde svolgeranno un ruolo importante. Probabilmente si avrà un ballottaggio tra Erdoğan e Meral Akşener o Erdoğan e Muharrem İncee ci sono buoni motivi per ritenere che tra i due all’opposizione Ince avrebbe maggiori possibilità nell’attirare il favore curdo. Diversamente da Akşener, il candidato Chp si è da subito mostrato aperto alla questione, chiamandosi ‘presidente di tutti’ e chiedendo di poter avere un colloquio diretto con Selhattin Demirtas nel carcere di Edirne. Insomma, gli ostacoli per Erdoğan non mancano e, quasi paradossalmente, i veri kingmaker per le sorti della Turchia in queste elezioni così cruciali sembrano essere proprio i curdi.

@valegiannotta

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