Perché Erdogan si prepara ad attaccare i curdi anche in Iraq

Dopo Afrin, la Turchia occupa Tel Rifaat. Ma l’attivismo militare non può fermarsi in Siria. Per rafforzare la sua legittimità a casa, Erdogan è pronto a colpire il Pkk nel nord dell’Iraq, con un’offensiva che investirebbe anche gli Yazidi. Sfidando Iran e Usa, oltre a Baghdad

Il presidente turco Tayyip Erdogan. REUTERS/Murad Sezer
Il presidente turco Tayyip Erdogan. REUTERS/Murad Sezer

Non è finita ad Afrin. La campagna della Turchia a guida Erdogan contro il Pkk e le sue diramazioni in Siria e Iraq sembra in procinto di espandersi ulteriormente.

Truppe di ribelli siriani sostenute da Ankara avrebbero occupato Tel Rifaat in seguito al ritiro, senza combattere, del Ypg in quello che sembra essere l’ultimo successo della fruttuosa collaborazione tra Ankara e Mosca nel nord della Siria, formalmente schierate su fronti opposti sul campo di battaglia ma sempre più in armonia sul campo diplomatico.

La caduta di Tel Rifaat sarebbe infatti avvenuta dopo il ritiro dei cento osservatori militari russi che vi stazionavano a protezione della presenza curda, esattamente come accaduto ad Afrin alla vigilia dell’attacco turco. Ancora una volta uno scambio che arriva alla fine dell’ennesimo gioco di sponda di Erdogan tra russi e americani, quest’ultimi ancora una volta colpevoli agli occhi del rais turco di non aver ancora voluto cedere la città di Manbij, che attualmente occupano insieme al Ypg.

Proprio Manbij potrebbe diventare molto presto il prossimo obiettivo delle operazioni turche nella Siria settentrionale. Ma la possibilità concreta di uno scontro diretto con gli americani è certamente tenuta in considerazione ad Ankara, non solo per ciò che significherebbe per gli sviluppi sul campo, ma soprattutto per le sue ricadute sulla Nato, di cui formalmente la Turchia fa parte, e sulle relazioni già ai minimi storici tra Ankara e Washington.

Ma l’attivismo militare di Ankara non può fermarsi, non ora. L’economia in difficoltà e le opposizioni in rimonta mettono l’Akp, il partito di Erdogan, in difficoltà, con la necessità di legittimarsi agli occhi degli elettori almeno attraverso i successi militari. A sentire i sondaggi, Afrin è stata una panacea per la popolarità del reis, ma gli effetti potrebbero non durare a lungo.

Si fanno infatti sempre più insistenti le voci di un possibile anticipo delle elezioni parlamentari e presidenziali dalla fine del 2019 a forse già la fine di quest’anno. Ma anche in questo caso l’appuntamento elettorale è troppo lontano perché la sola vittoria di Afrin basti. No, bisogna continuare. Ma dove se non a Manbij?

Il piano B sarebbe l’Iraq; una operazione nella regione del Sinjar dove sarebbero schierate diverse unità del Pkk e di milizie alleate, tra cui alcune composte dagli Yazidi della zona che insieme ai curdi hanno partecipato alla campagna contro l’Isis. Dopo aver colpito in Siria il Ypg, l’unica forza dimostratasi in grado di contrastare efficacemente lo Stato Islamico e diventata ben presto beniamina del pubblico soprattutto occidentale, attaccare le milizie della minoranza massacrata dagli jihadisti sarebbe un ulteriore colpo letale per l’immagine internazionale di Erdogan e della Turchia.

Ma il reis non sembra preoccuparsene, consapevole che all’interno del Paese il sentimento di ostilità nei confronti del Pkk (e dei suoi alleati) è molto forte e in grado di assicurargli un nuovo scatto di popolarità. A febbraio sembrava quasi che le autorità di Baghdad fossero disposte a dare via libera all’operazione, soprattutto per costruire un ponte con Ankara e isolare ulteriormente, dopo la debacle del referendum per l’indipendenza, il governo del Kurdistan iracheno, tradizionalmente stretto alleato della Turchia.

Ma il clima di concordia si è rapidamente deteriorato a causa, si dice, del veto posto dall’Iran, principale sponsor delle forze di maggioranza a Baghdad, che vede con crescente preoccupazione l’attivismo turco nella regione. A fine marzo la leadership del Pkk è venuta incontro alla posizione di Baghdad e Teheran, forse anche sotto pressioni dirette, annunciando il proprio ritiro volontario dalla regione di Sinjar.

Un annuncio che ha rotto le uova nel paniere a Erdogan, il quale a distanza di pochi giorni ha incassato anche il “no” americano all’appoggio di qualunque operazione turca compiuta senza l’avvallo del governo iracheno. Baghdad ha addirittura offerto di ripulire con le proprie truppe l’area dalla presenza del Pkk senza bisogno dell’intervento turco. Ma ad Ankara i tamburi di guerra sono partiti ed è difficile fermarli, anche solo per mancanza di altri possibili obiettivi.

Erdogan ha subito fatto sapere di non fidarsi delle assicurazioni irachene e che la Turchia «non chiederà il permesso» e che «farà ciò che è necessario» per combattere quelli che reputa terroristi del Pkk in Iraq. Preparazioni sarebbero già a uno stadio avanzato presso la base sui monti di Balkaya, nel distretto di confine di Semdinli, e tre avamposti all’interno del territorio del Kurdistan iracheno, nell’area di Sidakan, sarebbero stati costruiti e resi operativi dai militari turchi negli ultimi giorni di marzo.

Sidakan si trova vicino alle montagne di Qandil, storicamente la principale area di attività del Pkk nei suoi sconfinamenti in Iraq, e da anni ripetutamente bersaglio dell’aeronautica turca con l’avvallo implicito del governo di Erbil. L’aumento della presenza in questa zona fa presagire la volontà di procedere comunque a una offensiva su Qandil nel caso una operazione su Sinjar diventasse politicamente troppo complessa.

Una smania militarista che difficilmente si fermerà a breve, in una campagna anti-terrorismo che da Afrin a Sinjar appare sempre più una campagna di espansione militare ai danni di Paesi già martoriati dalla guerra e con un difficile controllo del proprio territorio. Una campagna che è però anche un segnale di debolezza di un potere, quello di Erdogan, dalle sembianze ormai assolute ma che per confermarsi, forse definitivamente, ha bisogno di una forte investitura alle prossime elezioni presidenziali. Le prime dopo le modifiche costituzionali approvate nel contestato referendum dell’aprile 2017 e, chissà, forse le ultime in una Turchia ancora dalle sembianze democratiche.

@Ibn_Trovarelli

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