Turchia: l’autunno caldo di Erdoğan

Ritornano gli scontri in Turchia, ritornano i gas lacrimogeni, le cariche nei vicoli stretti adiacenti la centrale Istiklal, ritornano i TOMA (i famigerati blindati della polizia con i loro cannoni ad acqua che spruzzano non acqua ma liquido urticante) e la repressione poliziesca nelle principali città turche già teatro di scontri nei mesi caldi di Giugno e Luglio.

Per la verità non s’erano mai arrestati ma ad Agosto - se si esclude la notte tra il 3 e 4 quando ci furono 43 arresti e decine di feriti – le proteste erano entrate in un relativo periodo di calma. Ora con la sesta vittima di Gezi Park (Ahmet Atakan, 22 anni, morto ad Antiochia dopo essere stato colpito alla testa da un lacrimogeno) ritorna la contestazione di massa al governo dell’AKP in tutto il paese. Per  Erdoğan s'annuncia un autunno molto caldo sullo sfondo di un conflitto siriano cristallizzato nel quale la Turchia avrebbe preferito essere protagonista (ma le tocca sopportare le titubanze americane).

Siria e il problema curdo

Intanto a scanso di equivoci Ankara continua ad ammassare truppe e blindati al confine con la Siria nell’eventualità di una guerra contro Assad e continua a premere per un intervento internazionale “stile Kosovo” per rovesciare l’odiato nemico Assad. Ma i numeri non gli danno ragione. Il popolo turco non vuole la guerra. Un recente sondaggio della Transatlantic Trends Survey, stilata annualmente dall’americana German Marshall Fund, dice che  il 72% dei turchi è ostile a un intervento militare contro Damasco. L’anno scorso era ostile solo il 57%. Il fronte del no alla guerra dunque cresce ed è destinato ad aumentare. La situazione sul fronte curdo poi s’è ulteriormente complicata. Il PKK ha infatti deciso di bloccare il ritiro dei suoi circa tremila guerriglieri dal territorio turco verso il Nord Iraq. In cambio di questo ritiro infatti Ankara aveva promesso tutta una serie di riforme per garantire più autonomia al Kurdistan turco e soprattutto aveva garantito la liberazione di politici, giornalisti e attivisti curdi rinchiusi in prigione. Fatto sta che non solo Erdoğan non ha rispettato i patti ma è anche accusato di aiutare i qaedisti di Jabhat al-Nusra che con la complicità dell’Esl (Esercito Siriano Libero) e dello Stato islamico dell’Iraq hanno massacrato il 31 luglio scorso 50 civili curdi, tra cui donne e bambini, nei villaggi di Til Hasil e Til Aran (provincia di Aleppo). Da quando si combatte anche nel Kurdistan siriano, chiamato Kurdistan Occidentale (Kurdistana Rojava), il governo turco ha inoltre chiuso il confine bloccando gli aiuti, cibo e medicinali per la popolazione. In questo contesto teso il PKK, pur rispettando la tregua armata, ha fatto pure sapere per la prima volta di sostenere le aspirazioni democratiche dei manifestanti che in tutta la Turchia sfilano contro la repressione poliziesca. Insomma un’ulteriore cattiva notizia per Erdoğan.

Il ritorno del popolo di Gezi Park

Intanto ritorna in piazza il popolo di Gezi Park. Il bilancio degli scontri di questi giorni è ancora una volta pesante: decine arresti e feriti ad Istanbul (in zona Taksim ma ieri anche nella parte asiatica, a Kadiköy), ad Ankara, Smirne, Mersin, Bursa e Eskişehir. A suonare la carica sono stati la settimana scorsa gli studenti dell’Università Tecnica del Medio Oriente (ODTU) di Ankara che protestano sin dal mese di Agosto per la costruzione di una nuova autostrada che di fatto taglierà in due la vasta area verde in cui sorge il campus l’università. Il progetto prevede l’abbattimento di circa 3000 alberi e la distruzione del bosco adiacente il campus.La manifestazione ad Antiochia in cui è morto Ahmet era infatti in solidarietà con le mobilitazioni degli studenti dell'Università di Ankara. La polizia sostiene che Ahmet sia caduto da un palazzo ma l’autopsia esclude fratture provocate da cadute mentre ha evidenziato una larga ferita alla testa, quella del lacrimogeno che l’ha colpito come colpì il giovane Bekin Elvan, tutt’ora in coma. Atakan è il sesto manifestante ucciso dall’inizio dei movimenti Gezi Park dopo Abdullah Cömert (22), Ali İsmail Korkmaz (19), Ethem Sarısülük (26), Mehmet Ayvalıtaş (20) e Medeni Yıldırım (18). Durante gli scontri era deceduto anche il poliziotto Mustafa Sarı, caduto da un ponte ad Adana mentre inseguiva i manifestanti.

Epurazioni e violenze contro la stampa

La situazione peggiora anche sul fronte della stampa. Nel corso degli scontri di questi ultimi due giorni almeno 12 giornalisti sono stati vittime di violenze poliziesche, secondo un rapporto stilato dal ramo turco di Reporters Sans Frontières. Tra questi Kaan Sagnak, fotografo del quotidiano Cumhuriyet, Ugur Can reporter dell’agenzia stampa DHA ed il fotografo dell’AFP Ozan Kose. e Il 9 settembre scorso era stata la volta dei deu reporter di Günlük Evrensel ad Ankara, Hasan Akbas e Birkan Bulut, a essere picchiati dalla polizia mentre cercavano di seguire una manifestazione nel quartiere di Tuzluçayir (distretto di Mamak). Su Twitter è poi circolata la foto del giornalista Ahmet Şık, coinvolto nel processo Ergenekon,di fronte ad un poliziotto che gli puntava un’arma che spara proiettili di gomma. Ahmet indossa elmetto e giubbino come se si trovasse in uno scenario di guerra. Ed è un pò un’immagine simbolica dello stato della stampa turca in questo momento storico. Minacciata e aggredita. Il Sindacato dei Giornalisti Turchi (TGS) ha chiesto al governo di cessare immediatamemte le violenze contro i giornalisti ma è difficile che quest’invito venga raccolto dal premier che da anni è in guerra aperta contro la stampa. E intanto continuano le epurazioni dei giornalisti rei di aver ‘appoggiato’ la causa di Gezi Park. Dopo i casi di Can Dündar, editorialista di spicco del quotidiano Milliyet (licenziato), Derya Sazak, redattore capo del Milliyet (trasferito) o di Yavuz Baydar, liquidato dal quotidiano Sabah è arrivato anche il momento di Mustafa Mutlu e Cüneyt Hacıoğlu. Mustafa Mutlu, una delle firme storiche del quotidiano nazionale Vatan è stato infatti licenziato una decina di giorni fa. Cüneyt Hacıoğlu, reporter dell’agenzia stampa Dicle Haber Ajansı ad Uludere, è stato invece arrestato dalla polizia mentre era in auto e trasportato alla prigione di Şırnak. Contro di lui è stata aperta un’inchiesta per appartenenza ad un’organizzazione illegale. Il Sindacato dei giornalisti Turchi (Tgs) qualche giorno fa aveva lanciato l’allarme: dall’inizio delle proteste legate al Parco Gezi almeno 100 giornalisti sono stati licenziati o costretti a dimettersi. Un numero destinato a crescere.

Nella Turchia di oggi infatti non è consentito neppure muovere  la minima critica al premier. Basta infatti poco per scatenare la sua reazione virulenta. Un esempio è il caso di Ahmet Altan, giornalista del quotidiano Taraf, che è stato recentemente condannato a 11 mesi e 20 giorni di prigione per aver “insultato il premier” in un articolo datato 4 Gennaio 2012. In realtà nell’articolo in questione Atlan affronta la questione del massacro di Uludere (il 28 Dicembre 2011 un drone Predator dell’esercito turco uccide 34 persone scambiate per militanti del Pkk mentre attraversavano il confine tra Iraq e Turchia) evidenziando le reponsabilità dirette del premier. La pena è stata poi commutata in una multa di circa 2.800 euro. Diverso il caso di Bekir Coşkun, editorialista del quotidiano Cumhuriyet. Accusato di attentare ai diritti personali del premier Recep Tayyip Erdoğan, il giornalista è stato condannato a pagare una multa di 2.000 euro. “Il premier vuole punire la stampa dissidente” ha detto senza mezzi termini Coşkun. Non gli si può dare torto. Anche nel calderone Ergenekon, un processo che ha visto coinvolti 275 imputati tra militari, giornalisti, intellettuali e politici d’opposizione, sono finiti diversi giornalisti del quotidiano Aydinlik (Mehmet Bozkurt, Özlem Konur Usta, Ruhsar Senoglu) del quotidiano Yurt (Caner Taspinar e Merdan Yanardag). Alla fine tra processi concernenti il KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan), il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), Ergenekon (complotto ultranazionalista per rovesciare il governo dell’AKP), Gezi Park ed altri processi, ci sono 67 giornalisti rinchiusi in prigione in Turchia la cui unica colpa è solo quella di fare giornalismo sgradito al potere.

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