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Stato d’emergenza permanente per la Turchia

Le predisposizioni del nuovo pacchetto di leggi antiterrorismo sostituiscono la legge marziale in vigore dal 2016, con un nuovo stato d’emergenza permanente. Erdogan si avvale dei suoi nuovi superpoteri, mentre le purghe continuano. Esercito, polizia, funzionari pubblici e accademici nel mirino

Un membro della sicurezza presidenziale turca. REUTERS/Murad Sezer
Un membro della sicurezza presidenziale turca. REUTERS/Murad Sezer

«Toglierò la legge marziale», aveva detto Erdogan alla vigilia delle elezioni: niente più rinnovo dello stato di emergenza che per due anni, dalla notte del fallito colpo di Stato del luglio 2016, il parlamento ha rinnovato ogni 3 mesi.

Un segno di apertura? Non proprio. Il 18 luglio, il parlamento turco ha votato un pacchetto di leggi antiterrorismo che si basa sulle premesse dello stato d’emergenza e ne estende di fatto i poteri.

«Queste leggi introducono uno stato di emergenza permanente», dice a eastwest.eu Cenzig Aktar, politologo e professore di Scienze Politiche all’Università di Atene: «Il punto di partenza è la definizione stessa di terrorismo e chiunque non sia allineato con il governo è trattato da potenziale terrorista».

Il nuovo pacchetto contiene 25 disposizioni, ciascuna di esse predisposta a regolamentare quelli che sono i problemi percepiti dall’attuale esecutivo turco. Le principali novità introdotte riguardano le forze armate e lo snellimento delle procedure giudiziarie per il controllo di elementi sospetti nella società.

Per il partito Giustizia e Libertà di Erdogan (Akp) resta fondamentale controllare la Difesa ed evitare rigurgiti kemalisti. Il pacchetto pone così l’esercito sotto una stretta sorveglianza, consentendo al governo di investigare i membri delle forze armate: perquisendo e confiscando le loro proprietà private, incluse macchine e case, e accedendo ai loro conti in banca.

D’ora in avanti, inoltre, quei soldati sospetti di putschismo, potranno essere espulsi dall’arma senza passare dall’ordine di una Corte. Finora i membri espulsi dal Tsk, e forze armate di Ankara, con la legge d’emergenza sono 15.000.

Si tratta di leggi che bisogna guardare attraverso le lenti di un governo che senza mezzi termini Aktar definisce «un regime totalitario, che non ragiona seguendo una logica di Stato di diritto, bensì con una logica puramente repressiva».

Nel nuovo Stato turco, i governatori provinciali potranno effettivamente vietare proteste e assembramenti locali, avvalendosi del nuovo potere di limitare i movimenti, fino a impedire l’ingresso in città o in alcune zone, di individui o gruppi identificati come “sospetti” o “pericolosi”.

La polizia avrà inoltre il diritto di tenere in custodia fino a 48 ore, persone sospette di aver compiuto crimini di routine o di aver partecipato a manifestazioni non autorizzate. La custodia cautelare potrà essere estesa fino a raggiungere i 12 giorni: un tempo più che sufficiente perché il procuratore formuli eventuali accuse.

Tutte le manifestazioni dovranno inoltre finire tassativamente prima del tramonto; entro la mezzanotte, invece, gli incontri a porte chiuse.

Ogni membro purgato dal governo, o chiunque sotto investigazione, potrà perdere il diritto al proprio passaporto e quindi non potrà viaggiare fuori dal Paese. Basterà inoltre una semplice nota del procuratore perché il sospetto e la sua famiglia siano posti sotto sorveglianza, e i telefoni sotto ascolto, senza dover più passare dall’approvazione di un tribunale.

Con la nuova legislazione saranno inoltre direttamente i nuovi ministri a decidere gli elementi pericolosi da espellere dall’amministrazione pubblica: e chi verrà espulso ingiustamente, non avrà comunque possibilità di riprendere la sua vecchia posizione. Ad oggi 130.000 individui hanno perso il posto di lavoro in seguito alle purghe post-tentato golpe del 2016. L’Emergency Law Commission, che aveva il compito di reintegrare persone ingiustamente licenziate dal loro posto di lavoro, in due anni ha accettato 1300 istanze contro, però, 108.905 richieste.

Le purghe potranno dunque continuare in maniera più fluida. Dal 20 luglio 2016 già 125.806 impiegati delle pubbliche istituzioni hanno perso il lavoro: poliziotti, accademici, militari e funzionari pubblici accusati pubblicamente di avere legami con Feto, l’organizzazione di Fetullah Gulen, ex alleato di Erdogan e ora acerrimo nemico della Turchia. Il governo ha poi predisposto che altre 50.000 persone fossero imprigionate; ad altre 200.000 le autorità hanno ritirato il passaporto; mentre 100 persone estradate su richiesta del Mit, i servizi segreti turchi; al contempo, procuratori di diverse regioni della Turchia continuano a richiedere mandati di cattura internazionale per gli esuli che si sono rifugiati all’estero.

A questi numeri si aggiungono 18.632 funzionari pubblici licenziati il giorno prima che Erdogan giurasse alla presidenza, accompagnati dalla notizia dell’arresto di accademici che richiedevano una soluzione pacifica al conflitto con i separatisti curdi. Chiuse lo stesso giorno anche altre 12 associazioni, 3 giornali e un canale tv.

«Il governo ha chiuso il cerchio», commenta Cenzig Aktar: «dalla legislazione antiterrorismo del 2006 siamo arrivati ad oggi, con una super-presidenza che è una dittatura de facto e neanche troppo velata».

Erdogan, rieletto presidente il 24 giugno con il 52,6% dei voti, è tornato a dirigere un esecutivo che gestisce già da 15 anni. Grazie al referendum dell’aprile 2017, che ha decretato il passaggio della Turchia dal parlamentarismo a una forma di governo presidenziale, con il nuovo mandato è investito da super poteri presidenziali, che gli garantiscono un quasi totale accentramento dell’esecutivo nelle proprie mani e d’ora in poi gli garantiscono di promulgare decreti legge in maniera incontestata.

 @CostanzaSpocci 

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