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Turkish Graffiti: le rivolte a.T. (avanti Twitter)

Ogni rivolta che si rispetti passa attraverso i muri. Non solo in senso metaforico, ma anche, e soprattutto, in quello letterale.

 

Dalla street art di cui sono ancora ricchi i resti del Muro di Berlino ai murales di Piazza Syntagma e Tahrir, fino ai “walls” di Facebook - che noi italiani conosciamo con il nome di bacheca, termine in realtà tradotto con la parola “muro” nelle principali lingue del più potente social network - i muri delle più sofferte capitali del mondo sono sempre stati testimoni involontari della Storia e del cambiamento.

Il termine “muro” per Facebook sembrerebbe essere stato scelto di proposito: è sui muri delle città in rivolta, infatti, che si scrive la Storia, che si cerca di lasciare un messaggio ai posteri con scritte indelebili. Compito che però sembra adesso essere stato affidato ai social network, che tra diari e pagine pubbliche hanno preso il comando delle rivolte civili.

Le bacheche Facebook sono diventate i muri del XXI secolo. Non si fa che parlare di questo, ormai. Ma in questo modo sembriamo aver dimenticato le rivolte stile ‘68 con musica, striscioni e al massimo foto sui giornali, sostituendole con una versione digitale. Piazza Taksim è l’esempio perfetto di un simile shift generazionale: Twitter ha ufficialmente sostituito i media tradizionali, soprattutto quando si tratta di eventi politici che coinvolgono la società civile.

Dopo gli eventi della Primavera Araba non si fa altro che parlare della dirompetente potenza dei muri dei social network, oscurando così il pur sempre presente attivo ruolo dei vecchi metodi di protesta.

Può Gezi Park ricordarci come funzionavano le rivolte prima di Twitter & co.? E se sì, in che modo?

“Attraverso l’Arte” ci dice Ecesu, studentessa turco-iraniana all’Università del Bosforo. “Che si tratti di musica, street art o murales sarcastici, l’Arte è ciò che ci salva dall’impazzire in simili condizioni di pressione politica. Sdrammatizza la situazione ed è un lascito per le future generazioni, che non dovranno dimenticare gli eventi del 1 Giugno 2013. Anche se di lascito è difficile parlare, considerando che la maggior parte dei graffiti pro Occupy Gezi, soprattutto nell’area di Taksim, sono stati lavati via dalle forze dell’ordine. Per questo oggi tutti preferiscono parlare di rivolta attraverso Twitter, perchè è più difficile cancellare le parole scritte su internet. Ma non bisogna comunque dimenticare le forme di resistenza “vecchia scuola”, che qui a Taksim hanno avuto un fortissimo impatto”. Forse anche per questo soprannominato Sessantotto turco, la protesta di Gezi sembra aver abbracciato entrambi i metodi di resistenza - quello high- tech e quello retrò - in ugual misura. Lo testimoniano le foto delle migliaia di murales, scattate prima che i graffiti venissero cancellati, i ricordi dei manifestanti nell’ascoltare musica dal vivo al parco, e i marciapiedi con sporadiche, ma pur sempre evidenti,macchie di gesso colorato.

Ogni ambito artistico è stato coinvolto nelle proteste. Non solo street art a Gezi, infatti, ma anche tanta musica: l’episodio più rappresentativo è sicuramente quello di Davide Martello, pianista italo-tedesco che per una notte aveva allietato con la coinvolgente musica del suo piano le sofferenze di migliaia di manifestanti. Ma ancora una volta, la repressione governativa non ha tardato ad infliggere la sua punizione, confiscando il pianoforte di Davide, inasprendo ancora di più i rapporti tra governo e società civile.

Simili “semplici” episodi di violenza psicologica- poliziotti che calpestano i disegni dei manifestanti sui marciapiedi, limitare l’accesso ad internet per alcune ore durante il periodo della protesta, ridipingere muri “politicizzati” - cominciano a far dubitare la qualità democratica in Turchia, rimessa in discussione dopo l’ascesa al governo dell’AKP circa un decennio fa, e soprattutto negli ultimi anni.

Nei dintorni di Piazza Taksim, in una stretta viuzza proprio dietro il famosissimo Liceo Galatasaray di Istanbul, si nasconde una scritta sfuggita al ferreo controllo degli idranti governativi: “Art is an instrument of war”. Una frase che riassume perfettamente gli eventi di Piazza Taksim, e che nasconde un doppio senso: può infatti far riferimento alll’arte pacifista dei manifestanti, o quella propagandistica sfruttata da Erdogan. In entrambi i casi, comunque l’Arte, pop e non, rimane protagonista indiscussa della rivolta turca, dividendo equamente il podio con Twitter e Tumblr.

 

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