Tutte le rivelazioni di Sisi Leaks

Anche il Cairo ha la sua talpa, o il suo corvo, e, dopo il caso WikiLeaks e la spy story Vatileaks, è il momento dei Sisi Leaks, le registrazioni illegali fatte nell’inner circle dei generali vicini al presidente egiziano. Più di due ore di intercettazioni dense di rivelazioni sulla politica nazionale, soprattutto riguardo al colpo di Stato che portò alla defenestrazione dell’islamista Mohammed Morsi.

Cairo, Egypt - Ousted Egyptian President Mohamed Mursi is seen behind bars during his trial at a court in Cairo, April 30, 2015. REUTERS/Al Youm Al Saabi Newspaper.

 Da mesi si discute dell’autenticità dei nastri – negata, ovviamente, dal governo del Cairo – ma adesso i leak cominciano ad acquistare credibilità. Secondo tre rapporti consegnati alla polizia inglese da un’importante società, la J.P. French Associates, specializzata nell’analisi di reperti audio, in due registrazioni ci sono prove “moderatamente forti” che la voce sia proprio quella del presidente al Sisi, e non ci sono indicazioni che i nastri siano stati prodotti mettendo insieme, artificialmente, materiali disparati.

Certo, il cliente della J.P. French Associates non è propriamente indipendente, anzi è parte interessata di questa storia, trattandosi degli avvocati che rappresentano la Fratellanza Islamica. Le registrazioni, nelle loro intenzioni, sono una delle prove delle violazioni dei diritti umani, da parte dei responsabili della cacciata di Morsi, per le quali è stata aperta un’inchiesta in Gran Bretagna. Ma la J.P. French Associates è considerata molto affidabile, anche dai tribunali britannici, e le risposte del governo del Cairo sono sempre state evasive, così di maniera da alimentare i sospetti.

Tutti i nastri, diffusi all’estero dai canali satellitari islamisti, ma ignorati dai media egiziani, sono stati registrati nell’ufficio del generale Kamel, uno dei collaboratori di al Sisi, nei dodici mesi precedenti alla sua elezione formale alla presidenza dell’Egitto, nel giugno del 2014.

Le parti più interessanti riguardano le circostanze della defenestrazione di Morsi e i rapporti con i Paesi del Golfo, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait, che in 22 mesi hanno dato più di 42 miliardi di dollari per sostenere la restaurazione al Cairo. Prima del colpo di Stato, il generale Kamel parla di 200.000 sterline egiziane (30.000 dollari, all’epoca), proveniente dagli Emirati, su un conto controllato dai militari, per fomentare la rivolta di Tamarrod, il gruppo formalmente indipendente che organizzò le manifestazioni di piazza contro il presidente dei Fratelli Musulmani. Le proteste furono il pretesto per l’intervento dei generali.

Al Sisi, poi, istruisce lo stesso Kamel, affinché le donazioni del Golfo vengano mantenute sotto il controllo esclusivo dell’esercito, e non del governo civile (i militari in Egitto sono uno Stato nello Stato, godono di un giurisdizione speciale e le loro attività economiche rappresentano buona parte del Pil nazionale). Dalle intercettazioni le petro-monarchie escono, sostanzialmente, come dei pozzi da prosciugare (“Hanno denaro come se fosse riso, uomo!”, scherza al Sisi, rivolgendosi al suo collaboratore).

In un’altra registrazione, si sente Kamel chiedere all’assistente del ministro della Difesa per gli affari legali, il generale Shaheen, di fare pressioni su un giudice per aiutare il figlio di un collega, coinvolto nel processo per la morte di più trenta islamisti, soffocati dal gas lacrimogeno in una camionetta della polizia.

E poi c’è il capitolo Libia. Al Sisi dice di voler collaborare con un cugino di Gheddafi, Ahmed Qaddaf al-Dam, per “rimuovere la Fratellanza Islamica e cambiare la Libia”. Riferendosi ad al-Dam dice che è politicamente importante, ma che “vuole denaro”. Un altro generale, Hegazy, fa riferimento a Khalifa Hiftar, il militare che adesso, col sostegno egiziano, sta conducendo l’operazione Dignità, una campagna militare contro gli islamisti libici (una missione prima indipendente, oggi legata al Parlamento e al governo di Tobruk).

L’inside job delle intercettazioni, secondo alcuni analisti, potrebbe essere una mossa dei generali poco soddisfatti dei risultati ottenuti da al Sisi nell’ambito dell’ordine pubblico. Un segnale lanciato ai Paesi del Golfo, per mostrare loro il personaggio a cui si sono affidati per mantenere la stabilità politica in Egitto. Secondo questa interpretazione, non è un caso il fatto che i nastri siano stati diffusi due settimane dopo l’ascesa al trono del nuovo re saudita, Salman.

 

 

 

 

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA