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Tutti i perché dell'ascesa dell'Iran

L'Iran è in prepotente ascesa nello scacchiere mediorientale. A livello territoriale ha praticamente "conquistato" l'Iraq, ha costretto sulle difensive i rivali sauditi in Yemen, è riuscito nell'impresa - ancora due anni fa data quasi per impossibile - di mantenere al potere in Siria l'alleato Assad e da ultimo pare abbia riportato tra i propri ranghi Hamas, pedina dall'alto valore simbolico e ancor più importante in quanto sunnita.

New York, UNITED STATES Iran's President Hassan Rouhani waits to address the 68th United Nations General Assembly at UN headquarters in New York, September 24, 2013 REUTERS/Ray Stubblebine

A livello diplomatico ha ottenuto che la Russia – sua alleata in Siria - riuscisse a rimuovere l'embargo sulla vendita di missili anti-aerei. Ha poi costretto sulle difensive la Turchia - la potenza regionale che dopo le Primavere arabe aveva eroso il potere di Teheran in Siria, Libano, Palestina e Iraq - tanto che Erdogan, pur rimanendo formalmente alleato dei Sauditi nello scontro sunniti-sciiti, ha di fatto sdoganato un atteggiamento pragmatico nei confronti della Repubblica islamica. Ma non solo. Grazie alla necessità di contrastare l'Isis - sunnita e nemico degli amici di Teheran in Siria e Iraq – l'Iran ha guadagnato peso e spazio di manovra, tanto che non è più un mistero il coordinamento de facto con gli americani in quello scenario per contrastare gli uomini del Califfato. La chiave di volta, che permetterebbe all'Iran di cristallizzare questa situazione vantaggiosa, e anzi anche migliorarla, è ovviamente l'accordo sul nucleare con il 5+1 (gli Stati del Consiglio di sicurezza Onu, più la Germania).

Di recente si sono registrate alcune marce indietro da parte degli Ayatollah sull'accordo raggiunto e gli analisti si interrogano se sia solo una strategia per guadagnare qualcosa nella trattativa sui dettagli tecnici che dovrebbe scadere a fine giugno, o se nasconda il timore dell'establishment conservatore iraniano che un'apertura verso l'esterno non rischi di accelerare lo sfaldamento della Repubblica islamica (un'istituzione a cui i giovani - la maggior parte del Paese - sembrano volersi ribellare sempre più). Resta il fatto che qualora venisse definitivamente varato l'accordo non sarebbe solo la questione nucleare a esserne coinvolta, ma l'intera economia e geopolitica della regione, con un'affermazione dell'Iran come potenza riconosciuta a livello globale. E il merito di questa svolta sarebbe, in buona parte, degli Stati Uniti guidati da Obama.

«Quella degli Stati Uniti non è propriamente un'inversione di rotta, si tratta più che altro di un “aggiustamento” figlio di una scelta obbligata: avendo meno risorse a disposizione non possono più svolgere il ruolo di “poliziotti del mondo” come in passato, e sono costretti a scegliere le aree dove impegnarsi maggiormente», spiega Claudio Neri, direttore dell'Istituto italiano di studi strategici. «Ad oggi gli Usa sembrano aver scelto di prediligere l'area del Pacifico, riducendo – ovviamente non azzerando – il proprio ruolo nel Medio Oriente. Qui pare abbiano optato appunto per un “aggiustamento” della loro linea, cercando una soluzione che garantisca il “balance of power” tra gli attori regionali. Così si spiega a mio avviso la volontà di riportare nell'alveo della comunità internazionale un Paese come l'Iran».

Agli Usa serviva più spazio di manovra per questa operazione di quanto non gliene consentisse lo status quo dei rapporti con i propri alleati regionali. Un certo raffreddamento delle relazioni è stato quindi ritenuto un prezzo ragionevole da pagare, e non solo. Ignorare - pur parzialmente - la reazione negativa di Israele serve a Washington per dimostrare che il deterioramento dei rapporti causata dalla linea del governo Netanyahu è un coltello che taglia da ambo i lati. Quanto agli alleati arabi, la nuova ondata di terrorismo sunnita - dopo Al Qaeda ora è l'Isis il "brand" del terrore più forte sul terreno - ha facilitato la decisione di spostarsi relativamente più vicini a Teheran. Per controbilanciare questi “schiaffi” diplomatici, nel complesso, gli Usa hanno comunque rassicurato i propri partner regionali, e non solo a parole.

All'Arabia Saudita stanno inviando armi e munizioni per la guerra in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi, sostenuti dall'Iran, oltre a fornirgli assistenza logistica e di intelligence. All'Egitto hanno di recente sbloccato gli aiuti militari – sospesi dopo il golpe che depose il presidente eletto Mohammed Morsi e lo sostituì col generale Al Sisi – per centinaia di milioni di dollari, rifornendo il Cairo di caccia, carri armati e missili. Israele poi è stata rassicurata sia sulla determinazione degli Stati Uniti nel voler continuare a tutelarne la sicurezza che sulla continuità del flusso miliardario di aiuti militari che Washington destina a Tel Aviv. Gli Stati Uniti infatti, pur volendo riequilibrare i rapporti nella regione, non possono permettersi né di perdere Israele – strategicamente fondamentale -, né di irritare troppo i Sauditi: il rischio potrebbe essere addirittura quello di una corsa agli armamenti atomici nell'area.

«L'ascesa dell'Iran come potenza regionale, qualora l'accordo col 5+1 andasse a buon esito, porterebbe a un inevitabile aumento delle tensioni regionali. Secondo me sarà in particolar modo la Siria il teatro dove si scaricheranno con maggior virulenza», prosegue Neri. «Qui gli Stati arabi, Riad in testa, non possono accettare di perdere un'altra pedina fondamentale sullo scacchiere mediorientale a vantaggio di Teheran. Piuttosto penso fomenterebbero l'instabilità e la guerra continua, trasformando il Paese in una sorta di Libano degli anni '80. In questo scenario – conclude – a trarne vantaggio sarebbero l'Isis e le altre organizzazioni terroristiche sunnite». E, indirettamente, i suoi più agguerriti rivali. Cioè ancora una volta l'Iran e l'asse sciita.

@TommasoCanetta

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