La finta morte di Babchenko può seppellire la credibilità di Kiev

I servizi segreti ucraini inscenano la morte di un giornalista per smascherare i presunti mandanti russi di un reato non consumato. E offrono a Mosca un’occasione d’oro per screditare una serie d’indagini cruciali

Il giornalista Arkady Babchenko, il procuratore generale ucraino Yuriy Lutsenko e il capo dei servizi Vasily Gritsak. Kiev, Ucraina, 30 maggio , 2018. REUTERS / Valentyn Ogirenko
Il giornalista Arkady Babchenko, il procuratore generale ucraino Yuriy Lutsenko e il capo dei servizi Vasily Gritsak. Kiev, Ucraina, 30 maggio , 2018. REUTERS / Valentyn Ogirenko

Arkady Babchenko è morto. Anzi no, è vivo e vegeto. Quello del giornalista russo, dato per ammazzato da un sicario sulla soglia di casa, è forse l’unico caso nella stampa mondiale in cui la smentita di una notizia ha ottenuto più eco mediatica della stessa notizia. Falsa.

Il barometro delle reazioni di giornalisti e tutori dei diritti, rimbalzate prima sui social e poi sui canali tradizionali, è passato dall’euforico ottimismo dei primi minuti al profondo sconcerto una volta che le emozioni hanno lasciato spazio alla ragione.

Perché è tutto quello che c’è stato in mezzo tra morte e resurrezione a sollevare dubbi.

Quando le autorità ucraine hanno diffuso la notizia dell’assassinio di Babchenko, lo sconforto si è diffuso in tutto il mondo, non solo tra i giornalisti. Il pensiero è subito andato a Pavel Sheremet, il giornalista dell’Ukrainska Pravda saltato in aria su un’autobomba poco meno di due anni prima nel centro di Kiev, ma anche più indietro ad Anna Politkovskaja che lavorava per la stessa Novaja Gazeta su cui scrive anche Babchenko.

Il Primo ministro ucraino, Volodymyr Groysman, non ha perso tempo a twittare: “La macchina russa del totalitarismo non ha perdonato l’onestà di Babchenko”. Il deputato e consigliere del ministro dell’Interno, Anton Gerashenko – noto per aver più volte avallato la lista di proscrizione dei giornalisti traditori pubblicata sul sito Mirotvorets – su Facebook ha immediatamente puntato il dito contro “gli sforzi dei servizi segreti russi di liberarsi da coloro che cercano di dire la verità su quello che succede in Russia e Ucraina”.

Da parte russa, la risposta è arrivata dal ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, che ha ovviamente respinto le accuse. Mentre il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha detto che “agitare le acque con la russofobia invece di parlare del bisogno di indagini approfondite e imparziali è ai vertici del cinismo”. Tutto da copione.

Se non fosse che, come ormai sappiamo tutti, si trattato di una finta morte, messa in scena dai servizi segreti ucraini Sbu. La loro versione - la seconda, dopo il colpo di scena -: hanno ricevuto una soffiata, un uomo era stato ingaggiato dai russi per uccidere Babchenko, lo hanno arrestato, convincendolo a collaborare. La messinscena sarebbe stata necessaria per arrestare i mandanti. Per avallare questa versione, l’Sbu ha diffuso su YouTube il vide dell’arresto di quello che sarebbe uno dei mandanti. Non si sa ancora niente di più.

Le reazioni

Mentre i giornalisti di mezzo mondo correvano a editare gli articoli che avevano appena pubblicato, ha cominciato a levarsi unanime un coro di critiche da parte di Ong e attivisti per i diritti. La Federazione europea dei giornalisti, Efj, di cui è membro anche la Federazione nazionale della stampa italiana, Fnsi, ha condannato “la menzogna e l’inaccettabile manipolazione dell’opinione pubblica”, dicendo di “non essere convinta dalle cosiddette giustificazioni dei servizi segreti ucraini”.

Il rappresentate dell’Osce per la libertà di stampa, Harlem Desir, ha twittato: “Disapprovo la decisione di diffondere false informazioni sulla vita di un giornalista. È obbligo dello Stato fornire informazioni corrette al pubblico”.

Reporter senza frontiere è quella che ci è andata giù più duro, affermando che “niente giustifica la messinscena dell’assassinio di un giornalista a Kiev” e ricordando poi che l’Ucraina è 101esima su 180 Paesi nella classifica della libertà di stampa.

Infine il Comitato per la protezione dei giornalisti, Cpj, cioè proprio l’organizzazione internazionale che ha cuore l’incolumità della categoria, ha diffuso un lungo comunicato in cui afferma che l’operazione “ha il potenziale per minare la fiducia del pubblico nei giornalisti e per silenziare l’indignazione quando vengono uccisi. Il governo ucraino ha danneggiato la propria credibilità. E, dal momento che l’Sbu è un’agenzia di intelligence impegnata nella mistificazione, nell’offuscamento e nella propaganda, sarà molto difficile stabilire la verità”.

Tutto è a rischio

Il giorno dopo la “resurrezione” di Babchenko, la propaganda del Cremlino ha avuto servita su un piatto d’argento l’occasione migliore per screditare Kiev. La sintesi l’ha scritta su Facebook Maria Zakharova, portavoce del ministro degli Esteri russo: “La notizia più bella è che Babchenko è vivo. Vorrei che fosse sempre così. Peccato che negli altri casi la messinscena non venga smascherata così facilmente”.

E infatti non si può negare che per la disinformatsija di Mosca sarà oggi più facile mettere in discussione ogni accusa, a cominciare per esempio dall’avvelenamento di Skripal a Londra.

Il dubbio che fosse davvero necessario spingersi così tanto in là, che davvero non si potesse fare altrimenti, è lecito. Anche perché le spiegazioni finora date dalle autorità ucraine non si possono nemmeno chiamare tali. E il rischio concreto è che, comunque questa vicenda vada a finire, possa servire a rimettere in discussione indagini complesse sulle responsabilità russe in ucraina, dall’abbattimento del Boeing Malaysia MH17 con i suoi 298 morti al bombardamento di Mariupol’ con i lanciarazzi dell’esercito russo. Idagini che si basano in larga parte su intercettazioni e rivelazioni dell’Sbu.

Davvero era necessario rischiare tanto?

@daniloeliatweet

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