Caccia al mito Bobi Wine, e l’Uganda diventa un caso internazionale

Ex stella del rap e leader carismatico dell’opposizione, Bobi Wine è al centro di un grottesco tira e molla giudiziario che scuote l’Uganda. E trasforma la protesta contro l’eterno presidente Musuveni in un caso internazionale

Soldati pattugliano le strade a Kampala. REUTERS/Goran Tomasevic
Soldati pattugliano le strade a Kampala. REUTERS/Goran Tomasevic

Una contestazione cominciata al ritmo di reggae africano e finita con una dura repressione politica, in un clima di intimidazione e violenza che in queste ultime settimane sta scuotendo l’Uganda. Nel giro di pochi giorni Bobi Wine, deputato dell’opposizione ed ex musicista, è finito al centro di un grottesco tira e molla giudiziario che lo ha visto prima comparire davanti alla corte marziale per poi essere liberato e in seguito nuovamente arrestato con l‘accusa di “tradimento” nei confronti dello Stato. Un tragico romanzo a episodi a cui ieri si è aggiunto l’ennesimo capitolo, con la liberazione su cauzione concessa a quello che è ormai diventato il simbolo della protesta contro il governo del presidente Yoweri Museveni.

Eletto in parlamento nel luglio dello scorso anno, Wine, al secolo Robert Kyagulanyi Ssentamu, è da anni una delle principali figure di opposizione a Museveni, in carica dal 1986. Prima di intraprendere la carriera politica, questo 36enne ugandese cresciuto in una bidonville di Kampala ha acquisito all’interno del suo Paese una certa notorietà per aver attaccato più volte il presidente a colpi di rime nei testi delle sue canzoni. Grazie a successi come Freedom e Abantu, Wine  è diventato ben presto il beniamino dei giovani e delle classi più povere, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Presidente del ghetto”. Una vera spina nel fianco per il capo di Stato ugandese, che in questi ultimi anni è finito al centro di forti polemiche a causa della sua linea politica, definita da molti osservatori troppo autoritaria e anti-democratica.

Il 14 agosto scorso Wine è stato arrestato una prima volta nella città di Arua, nel nord-est dell’Uganda, dopo un comizio organizzato per sostenere il candidato locale del suo partito alle elezioni legislative. La presenza di Museveni, venuto anche lui per dare man forte al suo rappresentante, ha provocato forti tensioni tra i sostenitori dell’opposizione e la polizia, con una parte dei manifestanti che ha attaccato il convoglio presidenziale nel quale viaggiava il presidente. Secondo le forze dell’ordine, Wine avrebbe ostacolato il passaggio del corteo con la sua macchina, obbligando gli agenti ad aprire il fuoco e ad uccidere il conducente del deputato. «La polizia ha ucciso il mio autista pensando di aver ucciso me» ha scritto su Twitter Wine, postando una foto del corpo della vittima.  

Durante il fermo gli inquirenti hanno fatto sapere di aver trovato nella stanza d’hotel dove risiedeva il deputato delle armi da fuoco, motivo per il quale è stato trascinato davanti alla corte marziale. Accuse fin da subito respinte dai legali del parlamentare, che hanno parlato di una “montatura” da parte delle istituzioni volta a screditare l‘immagine di Wine. Uno degli avvocati, Asuman Basaliwra, ha inoltre denunciato degli atti di tortura perpetrati dalla polizia nei confronti del suo assistito. «Aveva dei lividi sul viso quando è comparso davanti al tribunale militare» ha ricordato Basaliwra, sottolineando che il suo cliente poteva «a malapena parlare e camminare».  Parole respinte dal portavoce dell’esercito, che ha negato ogni violenza nei confronti del prigioniero, bollando queste accuse come “fake news”.

Come era facilmente prevedibile, il fermo del carismatico leader dell’opposizione ha provocato un’ondata di proteste in tutta l’Uganda, in particolar modo nella capitale, dove si sono tenute una serie di manifestazioni sfociate in scontri con le forze dell’ordine. Nei giorni scorsi Kempala è diventata teatro di una violenta guerriglia urbana, con pneumatici in fiamme per bloccare le strade, sassaiole contro gli agenti e macchine incendiate. Ad inasprire gli animi ci ha poi pensato il governo, arrestando una trentina di altri deputati dell’opposizione. 

L‘episodio ha  avuto una forte risonanza mediatica, diventando presto un caso internazionale. Musicisti come il cantante dei Coldplay, Chris Martin, quello dei Gorillaz, Damon Albarn, e Brian Eno hanno firmato un appello chiedendo la liberazione dell’ex rapper ugandese, mentre su Twitter è stato lanciato l’hashtag #FreeBobiWine. Un forte sostegno politico a Wine è arrivato anche dal vicino Kenya, dove alcuni parlamentari ne hanno richiesto la scarcerazione, mentre diverse associazioni africane attive nella difesa dei diritti umani si sono mobilitate per condannare il caso.

Dinnanzi a una simile pressione, lo scorso giovedì mattina il tribunale militare ha fatto cadere ogni accusa. Tuttavia, pochi minuti dopo l’annuncio della corte marziale, Wine è stato incriminato una seconda volta da un tribunale civile per tradimento insieme ad altre 34 persone, un reato che in Uganda può essere punito con a pena di morte. Nell’attesa della sentenza, prevista per il 30 agosto, Wine ha ottenuto il rilascio su cauzione. All’udienza che si è tenuta ieri l’ex cantante è apparso particolarmente provato dagli ultimi giorni passati in carcere, tanto da richiedere il sostegno dei suoi collaboratori per riuscire a rimanere in piedi.

La mobilitazione a sostegno di Wine potrebbe rivelarsi fatale per Museveni, finito in questi ultimi mesi al centro di forti polemiche per alcune misure prese dal suo governo. Fra queste, spicca quella attuata all’inizio dell’anno riguardante l’abolizione dell’età massima per candidarsi alla presidenza dell’Uganda, che permetterà al presidente 74enne di ricandidarsi per l’ennesima volta nel 2021.  Una mossa simile a quella attuata nel 2005, quando fu tolto il limite massimo di due mandati. Il giro di vite seguito all’arresto di Wine ha trasformato l‘oppositore in un martire, peggiorando notevolmente l’immagine del presidente in carica, considerato ormai un tiranno da buona parte dell’elettorato.

Alla situazione politica si aggiunge poi quella economica, con un debito pubblico che ha ormai superato i 15,1 miliardi di dollari. L’8 giugno, l‘agenzia di rating Moody’s ha rivisto a ribasso il rating dell’Uganda, passato da B3 a Caa1 a causa dei ritardi nei pagamenti accumulati dallo Stato. Argomenti tabù a Kampala, visto che Museveni ha silenziato tutti gli organi di stampa in merito a temi riguardanti il debito del suo Paese.

Il 30 agosto il tribunale pronuncerà la sentenza su colui che è diventato ormai la nuova bandiera dell’opposizione in Uganda e che, giustizia permettendo, promette di essere il principale sfidante di Museveni alle prossime elezioni presidenziali.

@DaniloCeccarell

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