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Ultimi sviluppi sulla vicenda di Handwara: la ragazza accusa il militare indiano e la polizia kashmiri

A distanza di quasi un mese dagli eventi che hanno scosso la valle del Kashmir, la ragazza di 16 anni al centro della vicenda di Handwara – ne ho parlato qui - ha fatto la sua prima apparizione pubblica. La presunta molestia di un militare indiano aveva scatenato un’ondata di proteste, culminata con la morte di 5 civili durante gli scontri.

Photo Credit: Andy Spyra

Un video circolato nei giorni successivi, in cui la vittima stessa incolpava due giovani kashmiri per l’aggressione, aveva reso la situazione ancora più complicata.

La ragazza è stata ora rilasciata dopo 27 giorni di custodia “protettiva”, e lo scorso 16 maggio le telecamere della televisione kashmiri hanno potuto registrare la sua versione dei fatti nella quale inchioda un soldato indiano al banco degli imputati: ad assalirla, mentre si trovava in un bagno pubblico vicino ad un bunker, è stato un uomo in uniforme

A quanto pare, immediatamente dopo l’incidente è stata prelevata dagli agenti della Jammu and Kashmir Police e tenuta in custodia forzata, durante la quale i soprusi sono continuati.

Chiedendo ai giornalisti presenti di non essere sottoposta a domande, ha dichiarato:

«Mi hanno portata in una stanza della stazione di polizia. Lì c’erano tre poliziotti con il viso coperto. Mi hanno chiesto cosa fosse successo. Dopo avergli raccontato dell’incidente hanno detto che non avrei dovuto dirlo a nessuno perché altrimenti la mia vita e quella dei miei famigliari sarebbe stata in pericolo». 

«Hanno abusato di me, mi hanno preso a schiaffi mentre ero detenuta. Un ufficiale mi ha anche sputato. Piangevo perché la polizia mi diceva che ero io la responsabile di tutte quelle morti», queste le parole della figura femminile avvolta nel niquab nero da cui trapela uno sguardo impassibile.

Come sospettato da molti, il video quindi sarebbe stato un tentativo di insabbiare la vicenda. La vittima, infatti, ha affermato di essere stata costretta a scagionare il militare indiano di fronte ad una telecamera nella stazione di polizia dove era reclusa e, in seguito, a riportare la stessa versione dei fatti di fronte al magistrato distrettuale.

I familiari ora reclamano giustizia, e la figlia stessa intende depositare un’accusa ufficiale nei confronti del militare che l’ha assalita e dell’agente che ha girato il video, diffondendolo poi senza tutelare la sua privacy.

E’ di tutt’altro parere il capo della polizia che sostiene, invece, la nuova versione della ragazza sia probabilmente motivata dalla pressione di alcuni gruppi - dove questo vago riferimento lascia intendere sostenitori pakistani o anti-indiani. I critici più accaniti hanno sollevato addirittura dei dubbi sull’identità della giovane, insinuando che dietro il niquab nero si nasconda un’impostora.

Che la scomoda presenza della Central Reserve Police Force o dei Rashtriya Rifles – gruppi dell’esercito indiano - abbia sempre creato non pochi problemi alla popolazione kashmiri, è orami risaputo. Tuttavia il ruolo della polizia locale, che troppo spesso affianca i paramilitari nelle loro efferate azioni, ci rimanda ad una dimensione più intima della questione kashmiri. La drammatica mancanza di lavoro della regione spinge moltissimi abitanti ad ingrossare le fila della J&K Police, a prescindere dalla loro opinione politica. Gli stessi che magari lanciavano le pietre in strada urlando “jive jive Pakistan” – lunga vita al Pakistan, slogan nazionalista in urdu- , possiamo ritrovarli tempo dopo in coda per arruolarsi di fronte ad una stazione di polizia. Ecco come la pressione dell’amministrazione indiana alimenta una frattura interna alla società kashmiri, già dilaniata da una presenza ventennale di spie indiane e pachistane sul territorio.

In conclusione, cosa sia realmente successo il 12 aprile ad Handwara e nella stazione di polizia rimane avvolto per ora nella nebbia della retorica. E in fondo non è neanche questa la sede dove tale mistero sarà risolto. Il dato innegabile però è che cinque civili sono caduti sotto i proiettili delle forze dell’ordine e che, nonostante la responsabilità di questi atti sia limpida, il frastuono della politica locale riguardo i fatti enigmatici del 12 aprile sembra aver soffocato completamente questo particolare.

A questo punto, possiamo solo provare ad immaginare quali saranno le conseguenze di questi avvenimenti.

Può darsi che l’effetto dei nuovi martiri sia quello della benzina sul fuoco dei sentimenti anti-indiani e pro indipendenza, gettando la valle in un clima politico di caos.

Ma c’è anche la possibilità –probabile – che tali morti siano inghiottite da una memoria collettiva ormai in qualche maniera anestetizzata da cimiteri già troppo affollati, o da un’incapacità al momento di incanalare le energie in una decisa sollevazione.

Tra i vicoli della città vecchia di Srinagar, epicentro del separatismo kashmiri e teatro principale delle sassaiole, si respira un’aria di stanchezza, quasi di arrendevolezza: dopo che il movimento del triennio 2008-2010 – anni di oceaniche proteste – è stato represso nel sangue e non ha portato alcun risultato, sembra quasi che la causa dell’azadi – libertà in urdu – non sia più di grande interesse.

Ma sono episodi di questo tipo che possono scuotere gli animi dei giovani, pronti anche a raggiungere il martirio mentre lanciano un semplice e chiaro messaggio con le loro pietre: go india go back, come recitano ossessivamente le scritte sui muri di Srinagar.

Murales nella città vecchia di Srinagar.2015  Credits: Camillo PasquarelliMurales nella città vecchia di Srinagar.2015 Credits: Camillo Pasquarelli

@cam_pasquarelli

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