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Un kurdo a Istanbul: quale ruolo per la prima minoranza etnica (e politica) di Gezi Park?

Non solo turchi o occidentali simpatizzanti del movimento, a Gezi Park. Presente infatti, fino a pochi mesi prima, anche una non indifferente percentuale kurda, minoranza etnica rappresentata, in Parlamento e a Piazza Taksim, dal partito Pace e Sviluppo (BDP), affiliato al più celebre PKK, il Partito dei Lavoratori Kurdi.

La protesta anti-governo era scoppiata proprio in un momento cruciale per “il popolo senza patria”, esattamente poche settimane dopo l’avvio dei dialoghi di pace tra Turchia e comunità kurda - minoranza che rappresenta circa il 20% della popolazione turca, principalmente stanziata - in Turchia-  nell’ Anatolia orientale, ma che vanta una cospicua comunità anche ad Istanbul.

Qualche mese fa, i membri kurdi di OccupyGezi speravano in un processo democratico turco reso più efficace e trasparente dalle proteste della società civile, con annessi riflessi positivi sulla famosa “questione kurda”. Ma analizzando l’esito degli eventi a posteriori, sorge spontanea una domanda: il movimento di protesta e la conseguente erosione di legittimità subita dall’attuale Premier avranno dei riflessi negativi sul prosieguo dei dialoghi di pace? E quale ruolo politico giocano i manifestanti kurdi all’interno del più ampio quadro delle proteste? Il ruolo politico della minoranza kurda e del BDP nella crisi anatolica è stato confermato dalla presenza, fin dai primi giorni delle proteste, di Sirri Süreyya Önder, deputato BDP. Nome chiave della trasformazione di Gezi Park da movimento di protesta a movimento di resistenza, è subito diventato uno dei volti umani delle manifestazioni, sfidando un bulldozer che si accingeva a cominciare i lavori di smantellamento dell’ormai celebre parco vicino piazza Taksim.

Inizialmente il movimento politico kurdo aveva preso le distanze dagli eventi di Istanbul, ma quando le rivolte si sono rapidamente espanse anche nelle province anatoliche, comprese quelle a maggioranza kurda, il pieno coinvolgimento è risultato infine inevitabile: gruppi di protesta kurdi avevano già raggiunto Istanbul e entrati a far fisicamente parte del movimento Occupy Gezi. Tanto che a Gezi Park il BDP aveva il proprio spazio riservato: un angolo di parco pullulante di bandiere con il volto di Abdullah Öcalan, leader del PKK,che dalla prigione osannava compiaciuto lo spargersi delle proteste. “Una scena neanche lontanamente immaginabile fino a qualche tempo prima”, ci dice Hevi,cittadino istanbuliota di etnia kurda. “Un simile atto è da considerarsi una pietra miliare”. E’ risaputo, infatti, che la società turca poco tollera Öcalan, e il PKK in generale, classificato come organizzazione terroristica. “Ma nonostante questo, nazionalisti turchi e attivisti kurdi hanno protestato sempre fianco a fianco dietro le barricate di Taksim, insieme a tutti gli altri manifestanti. Credo fermamente che il “potere delle strade” possa davvero cambiare il dialogo politico/ inter-razziale e il modo in cui interagiamo gli uni con gli altri. Una battaglia contro un nemico comune può cambiare le relazioni tra persone “diverse”, e smussare gli angoli delle nostre prospettive" - continua Hevi - “ Tempi disperati portano gruppi disperati ad unirsi insieme, anche con un passato da nemici”.
Non sorprende affatto, oltretutto, l’interessamento della popolazione kurda alle manifestazioni; per anni vittime di repressioni simili a quelle di Gezi, gli attivisti kurdi si sono subito pronunciati contro il violento uso delle forze di sicurezza, tristemente noto anche agli indipendentisti pacifici. Conoscendo bene quanto l’apparato repressivo statale possa spingersi oltre, la comunità kurda si è quindi fatta “ambasciatrice” della lotta contro la violenza governativa.

Le trattative di pace tra separatisti kurdi e governo di Ankara si protraggono da metà anni ‘80; proprio nei mesi precedenti allo scoppio delle rivolte, PKK e stato turco sembravano aver raggiunto degli “accordi” (nonostante negoziazioni poco trasparenti) relativi ad un’eventuale tregua della lotta armata e ritiro dei militanti per l’indipendenza, in cambio di maggiori diritti per la minoranza kurda. Ma più di un dialogo di pace, si tratterebbe in realtà di una vera e propria mossa strategica elettorale,con l’intento di Erdogan di ottenere l’appoggio della popolazione kurda, e quindi del BDP al Parlamento, sulla proposta di riforma costituzionale, in vista delle vicinissime elezioni presidenziali del 2014, a cui l’attuale Premier parteciperà ancora una volta in veste di candidato. Il PKK aveva cominciato fin da subito a rispettare gli accordi pattuiti, ritirando truppe ribelli dal confine con l’Iraq; ma poi sono iniziate le manifestazioni, e la questione kurda è scivolata in secondo piano. Prendendo inoltre una diversa piega, dopo la partecipazione inaspettata del BDP e dei suoi sostenitori.  “Speravo sinceramente che le proteste potessero portare a una migliore qualità democratica e ad un più variegato  pluralismo etnico-politico in Turchia, elemento fondamentale per una pace stabile e duratura con il mio popolo. Gli esiti degli eventi di Piazza Taksim mi fanno presagire che, purtroppo, il processo di pace tra Ankara e province kurde subirà un notevole rallentamento. Ma questo, sulla scena politica, non civile. Gli episodi di collaborazione tra studenti turchi e kurdi continuano a farmi sperare: Gezi potrebbe essere la vera arena politica per una soluzione tangibile del conflitto. Che sia il movimento #DirenGezi il vero processo di pace? Magari si tratta di una tregua temporanea dettata dalla necessità e disperazione del momento, non so. Solo il tempo ce lo dirà. Ma Gezi si è decisamente dimostrato un luogo di comprensione e incontro per comunità altrimenti sempre distanti sotto l’attuale governo”. Quello che era nato come un semplice sit-in ambientalista contro la costruzione di un centro commerciale a Gezi Park si è trasformato in qualcosa di molto più grande, con un messaggio più universale di solidarietà e democrazia. L’ancora attivo gruppo di protesta #DirenGezi è adesso un inusuale mix di giovani turchi, gente di sinistra,kemalisti, comunità omosessuale e minoranze dalle voci soffocate, uniti dalla voglia di contrastare la crescente arroganza e autoritarismo dell’AKP, dopo un decennio al potere.

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